Un libro, “Cappuccetto rosso”, penzolava sulla canna della bicicletta

Pagine da L’altra resistenza, di P. Tompkins. La storia della missione Orange che fece base in Val Pellice raccontata da un agente del servizio segreto americano. Qui il contesto storico. Qui le pagine originali del libro.

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Riassunto delle puntate precedenti
Squillace e la sua radio hanno trovato una sistemazione sicura e confortevole a Torre Pellice, Vanzetti è andato riflettendo su nuove strategie di guerra partigiana ed va organizzando rifornimenti via aerea, mentre De Leva è entrato in possesso di un preziosissimo codice di criptazione che i tedeschi si accingono ad usare.

Pochi chilometri dopo Pinerolo sulla via di Torre Pellice la strada gira bruscamente a sinistra. A circa metà della curva Vanzetti vide con dispiacere che lo aspettava una trappola. Non c’era modo di tornare indietro, nessuna via di fuga ai lati. Dietro di lui, un camion dall’aria innocua, apparentemente bloccato da una gomma a terra, era in realtà parte della trappola. Con la coda dell’occhio vedeva militi fascisti seduti nella cabina del guidatore con i fucili pronti.

Meno di 200 metri più avanti c’era un posto di Controllo tenuto non solo dai militi fascisti o dai soldati tedeschi, da entrambi, occupati a perquisire chiunque passasse e i suoi averi. Due carri armati tedeschi, coi cannoni in posizione di tiro, erano parcheggiati attraverso la strada. Due furgoni chiusi stavano pronti ad accogliere gli arrestati.

Vanzetti rallentò quanto più possibile, tentando di non dare nell’occhio. Ciondoloni dalla canna della sua bicicletta penzolava il codice tedesco da consegnare all’OSS. Solo che ora non aveva alcuna possibilità di rivoltare la copertina. I tedeschi o gli italiani avrebbero scoperto il suo stratagemma.

Vanzetti pedalava lentamente, ma il posto di controllo si avvicinava senza pietà.

«In riga!» gridò un milite. «Aspetta il tuo turno!»

Vanzetti si mise al suo posto. Davanti a lui c’erano nove persone. Con un posto di controllo congiunto di tedeschi e fascisti, specialmente con tali minuziosi controlli, perquisizioni e ispezioni di tutti i beni trasportati, il suo espediente non avrebbe mai funzionato. Anche i tubi delle biciclette venivano esaminati con i «serpenti», le pompe eran messe da parte, i pneumatici sgonfiati.
Improvvisamente un uomo fu trascinato verso i furgoni, con l’accusa di essere una spia. Invano protestava la sua innocenza dicendo che sua moglie Maria Rivoira lo aspettava a Luserna.

Vanzetti prese mentalmente nota del nome per avvertire la moglie se per miracolo fosse sopravvissuto al controllo. Udendo due scatti metallici, vide che il tenente tedesco al comando del reparto aveva finito la benzina del suo accendino.

«Feuer, mein Kapitan? chiese Vanzetti nel suo tedesco più ossequioso, offrendo al tenente un fiammifero acceso e un’immediata promozione a capitano.

«Danke sehr» rispose il tenente lusingato. «Com’è che parla bene il tedesco?»

Avviata la conversazione, Vanzetti ci si aggrappò con tutte le sue forze, nominando posti di lingua tedesca dove entrambi potevano essere andati a sciare in tempo di pace, discettando sul suo gusto per i vini del Reno, fino a che osò azzardare: «C’è qualcosa che non va, qualche pericolo?».

«No» sorrise il tenente. «I banditi hanno sparato al nostro convoglio. Ma come al solito, sono scomparsi quando siamo arrivati coi tank.»

Il tenente fece passare Vanzetti oltre il posto di controllo, camminando con lui ancora per qualche passo. «Non si preoccupi dei banditi» aggiunse con un ghigno teutonico.

«Li teniamo sotto controllo.»

Un paio di chilometri più avanti, lungo la strada Vanzetti si imbatté in un gruppo dei suoi stessi sabotatori, guidato da Dino Buffa, che molto eccitati lo informarono che avevano appena attaccato un convoglio tedesco, colpendolo con un tiro incrociato e obbligando il nemico a mettere in campo dei carri armati, prima di sganciarsi. Sei chilometri più su nella valle Vanzetti bussò alla porta di Giorgio per consegnargli il messaggio di De Leva per la base: diceva di aspettare in Francia i nuovi codici tedeschi portati da una staffetta. Per raggiungere Bobbio Pellice Vanzetti prese il sentiero di montagna lungo la sponda destra del fiume, una strada solitaria, di solito abbastanza sicura. Quella volta fu fermato da una pattuglia, membri di una brigata comunista rivale, che egli prese in giro per il fatto che avevano rubacchiato alcune delle sue armi in occasione di un recente lancio dell’OSS. Di buon carattere, essi lo lasciarono passare.

A Bobbio trovò Gayot, il giovane contrabbandiere che lo aveva accompagnato al deposito dei treni. Unico sostegno di una numerosa famiglia, prima della guerra Gayot aveva regolarmente attraversato le Alpi una o due volte alla settimana con sulle spalle quaranta chili seta e riso dall’Italia in cambio di zucchero, sale e tabacco dalla Francia, rischiando la sua vita in mezzo al gelo, alla neve, al ghiaccio, alle bufere, alle valanghe e sotto il fuoco delle pattuglie da entrambe le parti, il tutto per un guadagno insignificante per ogni viaggio.

Gayot guardava in silenzio il cielo. Due falchi volavano in cerchi lenti sullo sfondo di un banco di nubi.

«Non sei obbligato a riattraversare» disse Vanzetti. «Puoi rimanere con gli americani fino alla liberazione di Torino.»

Gayot guardò le nuvole cariche di neve fluttuare verso le cime scure delle montagne mentre i fulmini lampeggiavano e il tuono aggiungeva il suo rombo a quello di una valanga. Nell’autunno, avanti che la prima neve si sia assestata, i passi alpini sono più pericolosi.

«Con quella neve,» rispose Gayot «nessuno noterà le mie tracce. Mi vedrai indietro in poco tempo. Qual è la missione?»

Vanzetti gli consegnò il libro chiuso in una borsa impermeabile, istruendolo per la consegna.

Dopo il tramonto due ombre nere, Gayot e il suo compagno Mario si immersero nella notte, aprendosi la strada passo dopo passo attraverso la bufera, evitando i sentieri frequentati, sfuggendo le pattuglie del nemico e girando attorno alle sue roccaforti, seguendo un cammino tortuoso tra boschi e nevai, attraversando gole, torrenti e crepacci. Il levar del sole trovò i due contrabbandieri sani e salvi sul suolo francese che marciavano giù dai fianchi della montagna dal Col de l’Urine, stanchi ma felici – finché non vennero accolti da una scarica di proiettili.

«Boja fauss!» imprecò Gayot buttandosi carponi dietro una roccia. «Immagina d’essere ammazzato dai nostri alleati.»

Fatti prigionieri dai francesi, ci volle quasi tutta la mattina e qualche moccolo colorito perché i due contrabbandieri riuscissero a farsi scortare dall’ufficiale in carica dell’OSS.

Poiché l’ufficiale era irreperibile, il prezioso pacchetto fu consegnato a un maggiore britannico che lo spedì a gran velocità a Londra con il primissimo aeroplano.

Quella notte, a mezzanotte, i primi messaggi radio tedeschi puntualmente cifrati nel nuovo codice attraversarono l’etere, al sicuro, credevano, dalle vili orecchie degli intercettatori alleati.

Riccardo Vanzetti fotografato nel 1995 in occasione di una rimpatriata in valle per il cinquantenario della Liberazione; qui davanti al Municipio di Bobbio Pellice. Da destra: Giulio Giordano, Riccardo Vanzetti, Italo Pontet amministratore di Bobbio, il sindaco Aldo Charbonnier, Nello Paltrinieri, Nuciu Negrin.

Finita la guerra i nostri agenti…

Può essere interessante sapere che fine hanno fatto De Leva, Vanzetti e Squillace una volta finita la guerra; i loro percorsi ci possono aiutare a comprendere ciò che ha voluto dire la pace, il salto nella normalità per una generazione che non aveva conosciuto altro che un regime nazionalista e guerrafondaio e la guerra stessa.

Mario De Leva fece mestiere di ciò che aveva fatto in guerra: si scoprì agente segreto, emigrò negli Stati Uniti e lavorò per il resto della sua vita per la CIA.

Riccardo Vanzetti prese inizialmente la gestione del Casino de la Vallée di Saint-Vincent, ma fece fallimento ed emigrò negli Stati Uniti dove non dovette essergli difficile trovare una sistemazione come ingegnere aeronautico, quale originariamente era, in un momento di grande sviluppo dell’aviazione civile. Da lì fece una rimpatriata in valle in occasione del cinquantenario della Liberazione.., ma questa è un’altra storia.

Giorgio Squillace approdò alla più normale normalità: mentre era a Torre Pellice in attesa del da farsi, una sera andò a ballare, si innamorò, si sposò e fece il bidello nelle scuole di Viale Dante, sempre a Torre Pellice, divenuta sua patria d’elezione.

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Il contesto
La Missione Orange, Arancia, paracadutata in Val Pellice nel marzo del 1944 su iniziativa americana, fu la prima nel Piemonte e una delle più riuscite di tutto il nord Italia. Oltre ad assicurare per tutta la guerra un flusso regolare di informazioni di importanza capitale sul piano militare, servì anche come base per operazioni in altri teatri di guerra, come la missione Pineapple, Ananas, che fu all’origine in Valsesia di uno dei più massicci lanci di materiale bellico in territorio occupato a beneficio delle forze partigiane, e la missione Apple I, Mela I, destinata all’insurrezione di Genova.
Quelle che seguono sono le pagine dedicate alla missione Orange nel libro di Peter Tompkins, L’altra Resistenza. La liberazione raccontata da un protagonista dietro le linee, Milano, Rizzoli, 1995.
Il suo autore fu un agente dell’Office of Strategic Services (OSS), il servizio segreto istituito da Roosevelt nel 1942, antesignano della CIA. Operò in Italia dopo lo sbarco delle truppe alleate e per tutta la guerra ebbe un ruolo molto importante sia sul piano dello spionaggio che su quello del collegamento con le forze partigiane e i partiti antifascisti in clandestinità.
Convinto della necessità di sostenere la lotta partigiana nell’Italia ancora occupata dai nazifascisti, oltre che per motivi militari anche perché riteneva che solo da lì poteva nascere un’Italia degna di sedere nel consesso delle nazioni democratiche, Tompkins creò l’Organizzazione Resistenza Italiana (ORI) che voleva essere il nucleo del servizio informazioni del nuovo esercito italiano non compromesso col vecchio regime, con Badoglio e con la monarchia. L’ORI, sebbene temporaneamente agli ordini dell’OSS, era composta da agenti italiani, e fu diretta da Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce, che era stato tra i fondatori del Partito d’Azione e che, nascosto dietro il nome di “Mondo”, fu tra gli agenti segreti più ricercati da fascisti e tedeschi.