Una fenditura nella roccia e un’antenna sulla testa dei tedeschi

Pagine da L’altra resistenza, di P. Tompkins. La storia della missione Orange che fece base in Val Pellice raccontata da un agente del servizio segreto americano. Qui il contesto storico. Qui le pagine originali del libro.
Riassunto delle puntate precedenti
Paracadutati 12 chilometri oltre il confine italo-francese, i nostri agenti segreti vagano nella neve; uno di loro, Squillace, l’operatore radio, non sa nemmeno sciare, aveva affermato il contrario pur di far parte della squadra. Come se non bastasse si fa travolgere dalla neve e viene recuperato a fatica piuttosto malconcio. Valicato infine il Col dell’Urina, i tre trovano temporaneo rifugio in una baita. De Leva lascia i colleghi lassù, va a cercare aiuto e incappa nei partigiani di Prearo.

L’intera valle era evidentemente in mano ai partigiani. Al ocale quartier generale, il loro comandante, capitano Prearo, che trovava poco convincente l’improbabile racconto di De Leva, si impegnò in un lungo interrogatorio. Alla fine si convinse che si era davvero lanciato con il paracadute e aveva attraversato le Alpi sugli sci. Rassicurato, acconsentì a mandare a prendere i suoi compagni.

Il problema, venne a sapere De Leva, era che i nazifascisti stavano concentrando truppe al comando del generale Hansen per un rastrellamento su grandissima scala, e avevano completamente bloccato tutte le uscite dalla valle. Per timore degli informatori fascisti, i partigiani diffidavano di ogni estraneo.

Soccorsi dagli uomini di Prearo, Giorgio e Vanzetti furono alloggiati nella rivendita di vino di Bobbio Pellice, la più vicina cittadina della valle. Ma all’alba vennero bruscamente svegliati con la notizia che il rastrellamento si dirigeva verso il villaggio, e furono costretti a muoversi in cerca di un rifugio più sicuro.

De Leva, ansioso di riprendere il cammino, decise di tentare di attraversare, con il suo passaporto, il blocco tedesco di Torre Pellice, per raggiungere in treno Torino.

I suoi compagni, guidati dai partigiani, ripercorsero lentamente la strada della montagna, fino a una rupe a perpendicolo che gli scalatori usavano per gli allenamenti. Qui, fuori di vista, furono spinti attraverso un’apertura quasi invisibile che portava a una caverna sulla cima della scarpata dalla quale, attraverso una fenditura, si poteva vedere la strada che univa Bobbio Pellice a Villanova, nella valle sottostante.

Mentre riposavano su un letto di foglie secche, fu detto loro che avrebbero ricevuto del cibo quella notte stessa: polenta, formaggio e castagne.

Il mattino si annunciò con il minaccioso rumore di carri armati. In basso, nella radura ai piedi della scarpata, i tedeschi stavano allestendo un posto di comando dal quale organizzare la caccia ai partigiani.

Per tutto il giorno, Giorgio e Vanzetti osservarono i tedeschi dal loro segreto posto d’osservazione. Giorgio non vedeva l’ora di usare la radio, ma non poteva farlo perché aveva lasciato i cifrari a Bobbio Pellice, nascosti insieme al suo equipaggiamento. I partigiani che ogni notte portavano da mangiare li assicurarono che un’incursione tedesca non era mai durata più di qualche giorno, ed essi se ne stettero seduti a giocare a carte e a fumare foglie secche triturate. Poiché i giorni passavano, e i tedeschi erano sempre lì, Giorgio decise di ricostruire a memoria i cifrari. Spenzolarono l’antenna dal loro osservatorio sopra i tedeschi e riuscirono a prendere contatto con la base, spiegando la loro strana situazione.

Per quasi un mese, nel loro nido d’aquila, i due membri della missione «Orange» trasmisero ogni messaggio possibile, e la raccolta di notizie fu presto aumentata da un regolare flusso di informazioni da parte di De Leva, che aveva raggiunto Torino e si manteneva in contatto con loro tramite staffette.

Vanzetti descrisse la situazione di quella valle di ugonotti anticonformisti, sfuggiti alle persecuzioni cattoliche: adesso i partigiani stavano combattendo per la libertà politica con lo stesso ardore con cui i loro progenitori protestanti avevano combattuto per quella religiosa. Nell’alta valle occupavano i rifugi estivi dei pastori, arredati solo con foglie secche e paglia. Ad eccezione degli indispensabili scarponi da montagna, per il resto indossavano uno strano miscuglio di abiti civili e militari. Il loro armamento consisteva di pochi moschetti risalenti alla prima guerra mondiale, e qualche proiettile. Le loro prime scorrerie le avevano fatte per procurarsi il cibo – per lo più sacchi di farina e scatole di razioni militari. Fattisi più audaci, scesero dai propri covi per attaccare i fascisti nelle loro roccaforti, cacciandoli da Bobbio Pellice e altri capisaldi fino a raggiungere il controllo dell’intera vallata. Quando erano obbligati a disimpegnarsi e a nascondersi, si ritiravano in grotte inaccessibili, in cui nascondevano i mortai e le mitraglie sottratte al nemico.

Vanzetti, imbottigliato nella sua caverna, afflitto dalla forzata immobilità e disturbato dal fatto che i tedeschi potessero così facilmente chiudere le valli più alte, stava già sognando una forma di guerra partigiana più efficace e meno ristretta, che potesse infliggere danni più gravi ai tedeschi.

Riccardo Vanzetti nel primo rifugio, un pertus tra Bobbio Pellice e Villanova, primavera 1944. Fonte: Fondo fotografico ANPI Torre Pellice.

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Il contesto
La Missione Orange, Arancia, paracadutata in Val Pellice nel marzo del 1944 su iniziativa americana, fu la prima nel Piemonte e una delle più riuscite di tutto il nord Italia. Oltre ad assicurare per tutta la guerra un flusso regolare di informazioni di importanza capitale sul piano militare, servì anche come base per operazioni in altri teatri di guerra, come la missione Pineapple, Ananas, che fu all’origine in Valsesia di uno dei più massicci lanci di materiale bellico in territorio occupato a beneficio delle forze partigiane, e la missione Apple I, Mela I, destinata all’insurrezione di Genova.
Quelle che seguono sono le pagine dedicate alla missione Orange nel libro di Peter Tompkins, L’altra Resistenza. La liberazione raccontata da un protagonista dietro le linee, Milano, Rizzoli, 1995.
Il suo autore fu un agente dell’Office of Strategic Services (OSS), il servizio segreto istituito da Roosevelt nel 1942, antesignano della CIA. Operò in Italia dopo lo sbarco delle truppe alleate e per tutta la guerra ebbe un ruolo molto importante sia sul piano dello spionaggio che su quello del collegamento con le forze partigiane e i partiti antifascisti in clandestinità.
Convinto della necessità di sostenere la lotta partigiana nell’Italia ancora occupata dai nazifascisti, oltre che per motivi militari anche perché riteneva che solo da lì poteva nascere un’Italia degna di sedere nel consesso delle nazioni democratiche, Tompkins creò l’Organizzazione Resistenza Italiana (ORI) che voleva essere il nucleo del servizio informazioni del nuovo esercito italiano non compromesso col vecchio regime, con Badoglio e con la monarchia. L’ORI, sebbene temporaneamente agli ordini dell’OSS, era composta da agenti italiani, e fu diretta da Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce, che era stato tra i fondatori del Partito d’Azione e che, nascosto dietro il nome di “Mondo”, fu tra gli agenti segreti più ricercati da fascisti e tedeschi.