Mostrava ad allievi entusiasti come modellare il plastico

Pagine da L’altra resistenza, di P. Tompkins. La storia della missione Orange che fece base in Val Pellice raccontata da un agente del servizio segreto americano. Qui il contesto storico. Qui le pagine originali del libro.
Riassunto delle puntate precedenti
Entrati finalmente in contatto con i partigiani i tre si danno da fare, nonostante la zona sia sotto rastrellamento. De Leva varca le linee tedesche e arriva a Torino, mentre Vanzetti e Squillace trovano rifugio in una profonda fenditura nella roccia ed instaurano il contatto radio con la base. Ben presto un flusso di informazioni proveniente da Torino viene spedito alle forze alleate da un pertus lungo la strada tra Bobbio e Villanova.

Da Torre Pellice, De Leva era riuscito a prendere il treno del mattino per Torino, dove trovò rifugio dalla sua fidanzata, Bianca Cantone, che lavorava per una società di costruzioni aeronautiche.

La missione di De Leva era di raccogliere informazioni nel Piemonte occidentale, coprendo l’intera area da Vercelli ad Alessandria e, finché la prossima squadra dell’ORI non potesse essere paracadutata in Liguria, anche la costa da Rapallo a Ventimiglia.

Una delle fonti principali di De Leva era il generale Alessandro Trabucchi, capo del Comando Militare Regionale piemontese, responsabile della direzione delle operazioni di circa trentamila partigiani in collegamento con il CLN piemontese. Trabucchi incaricò il suo aiuto, il maggiore Rubino, di tenere i contatti con De Leva e rifornirlo regolarmente di bollettini informativi.

Il primo stretto collaboratore di De Leva era un ingegnere della Fiat, Giovanni Savonuzzi, la moglie e i figli del quale si erano trasferiti a Luserna San Giovanni in Val Pellice per evitare i micidiali bombardamenti alleati su Torino. Pendolando ogni giorno per lavorare in città, Savonuzzi accettò di lavorare per conto di De Leva. A Torino i messaggi venivano consegnati a Savonuzzi dalla fidanzata di De Leva, nascosti nel dorso di un libro, in una matassa di lana o in qualche preparato medicinale. Camminavano insieme a braccetto per qualche isolato, apparentemente innamorati, teneramente abbracciati mentre si passavano i messaggi segreti. A Luserna i messaggi erano raccolti da Michi, la figlia quattordicenne del partigiano che portava il cibo a Vanzetti e Giorgio nella loro caverna e così raggiungevano la radio per essere trasmessi. Come copertura Michi fu coinvolta nella quotidiana raccolta di latte e burro per il mercato nero.

Il sistema permetteva a De Leva di operare a Torino in contatto con le sue fonti di informazione, con relativa sicurezza, mentre la radio trasmetteva giornalmente con meno timore di essere individuata dai radiogoniometri.

I tedeschi, infine, levarono le tende da Torre Pellice, e Vanzetti, con nient’altro da fare che aver cura di Giorgio e della sua radio, richiese alla base un lancio di materiali per il sabotaggio – plastico, micce e detonatori – con cui addestrare squadre di partigiani del capitano Prearo a far saltare in aria linee ferroviarie e ponti. Di professione ingegnere, Vanzetti mostrava ai suoi allievi entusiasti come modellare il plastico in lunghe forme a pera; scavate nella parte larga e fatte esplodere dalla parte stretta producevano una carica direzionale capace di demolire un ponte, se piazzate con cura da Vanzetti. Per tenere la linea ferroviaria da Torre Pellice a Pinerolo permanentemente interrotta Vanzetti presto ebbe sei squadre di cinque uomini che si avventuravano fuori ogni notte per sabotare diversi tratti chiave della linea.

Ancor più arditamente, Vanzetti decise di paralizzare il traffico tedesco mettendo fuori uso le locomotive del principale scalo di smistamento di Torino. Per risolvere il difficile problema di portare una sufficiente quantità di plastico fino al deposito, oltre i posti di guardia, Vanzetti escogitò una soluzione intelligente ma potenzialmente pericolosa. I suoi uomini avevano catturato due soldati tedeschi – uno malato, l’altro un allievo medico incaricato di curarlo. Fu loro offerto di aver salva la vita, a una condizione: dovevano trasportare l’esplosivo nella stazione principale di Torino dentro i loro zaini. Sapendo che il loro destino era già segnato — in quella zona di operazioni partigiane i tedeschi catturati venivano risparmiati solo per scambiarli con partigiani prigionieri – i tedeschi acconsentirono prontamente. Accompagnati da Vanzetti e da tre dei suoi sabotatori appena addestrati, i due prigionieri portarono nei loro zaini abbastanza plastico da metter fuori uso dieci locomotive nel deposito torinese.

Nello scompartimento del treno che viaggiava verso il capoluogo da Rivoli, i due ostaggi rimasero circondati da Vanzetti e i suoi compagni, armati con nient’altro che le matite pistola dell’OSS, aggeggi a canna singola disegnati per sembrare matite, capaci ognuno di sparare un unico proiettile, la cui efficienza era stata dimostrata ai tedeschi per assicurarsi la loro complicità.

Il più giovane dei partigiani, Gayot, poco più che ventenne, piccolo e scuro, che prima della guerra era un contrabbandiere professionista, fu descritto da Vanzetti come «un vero figli delle Alpi, un fascio di muscoli animati di energia vitale, con piccoli occhi penetranti illuminati da un fuoco interiore, pronto per l’azione, qualsiasi azione, più ardite erano meglio era». Cesare, di quattro anni più vecchio, un dottore in filosofia, futuro ministro di una piccola comunità di protestanti valdesi in Val Pellice, era diventato famoso per ì conforti religiosi che dava ai suoi compagni partigiani, senza curarsi della fede o del credo. Nel suo tempo libero Cesare amava insegnare ortografia e matematica, specialmente a Gayot che ne avrebbe avuto bisogno nell’Italia democratica postbellica per passare il suo esame per l’ambito incarico di postino.

Cintu, il più anziano dei sabotatori, trentasettenne, addetto alla manutenzione nella locale industria tessile, aveva un senso dell’umorismo quanto mai sviluppato grazie al quale teneva allegri gli altri.

Fu un viaggio lento ma infine il treno raggiunse il posto di controllo prima di Torino, particolarmente sorvegliato da truppe tedesche e Milizia fascista da quando un gruppo di partigiani lo aveva colpito con granate e bombe al plastico. Lungo i binari, da entrambi i lati, erano allineate delle mitragliatrici, e nessuno poteva uscire dal treno, mentre una pattuglia della Milizia armata di tutto punto saliva per perquisire i passeggeri, controllare i loro documenti, ispezionare tutti i pacchi e bagagli. Anche la cabina dell’ingegnere fu meticolosamente controllata.

Per quanto i documenti dei quattro partigiani fossero perfettamente falsificati, c’era sempre la possibilità che potessero rientrare in quella piccola percentuale che veniva controllata alla fonte. Da ogni vagone, i fascisti normalmente trascinavano via una o due persone, non importa quanto buoni fossero i loro documenti, per verificarli al quartier generale di polizia. Questa volta le vittime furono scelte più avanti nella carrozza.

Anche le speciali matite partigiane a un colpo passarono l’ispezione senza problemi mentre fingevano di usarle per risolvere le parole crociate del quotidiano. Cintu, mai privo di spirito anche nelle situazioni più drammatiche, chiese scherzosamente ai fascisti che lo stavano perquisendo se conoscessero una parola di sette lettere che stava per «scrivere» o «sparare».

Di fronte ai due soldati tedeschi, i militi fascisti scattarono sull’attenti, salutarono e lasciarono in pace il gruppo. Sembrava che venticinque chili di plastico avessero passato il blocco stradale.

Ma il treno non si muoveva. Infine la porta si aprì e apparve un capitano tedesco scortato da un soldato semplice. I due militari tedeschi coi partigiani non potevano essere controllati da militi fascisti, ma solo da un ufficiale tedesco.

«Reise passe» ordinò il capitano.

I tedeschi tirarono fuori i loro portafogli e mostrarono gli ordini di viaggio, ormai scaduti a causa dei giorni che avevano passato come prigionieri.

«Non sono in ordine!» disse con asprezza il capitano. «E state viaggiando nella direzione sbagliata.» «Sissignore» rispose pronto il medico. «Il mio compagno si è ammalato, intossicato dai fumi. Abbiamo perso la nostra unità e stiamo tornando a Torino per ricevere ordini.»

Poco convinto, ma impressionato dal malsano colorito grigio nel viso del soldato, il capitano prese nota dei loro ordini. «A Torino andate a questo indirizzo. Non date retta a nessuno. Prendete direttive solo da personale militare tedesco.» Salutando, il capitano si girò per andarsene, poi scorse gli zaini rigonfi.

«Was haben Sie da drinnen?»

Valutando la situazione, Vanzetti calcolò che con tre matite-pistola sarebbe stato difficile avere la meglio contro quattro tedeschi! Meglio un sol colpo nel plastico e bum! Cintu prese a fischiettare Addio, mia bella addio.

«Macht es auf» ordinò il capitano. «Aprite.» Vanzetti esitava, aspettando qualche miracolo.

Piegandosi in avanti il capitano stava per ispezionare gli zaini, ma si ritrasse istintivamente per l’odore nauseabondo del plastico.
«Cos’è questa puzza?»

«Antisettico, signore» rispose il medico. «Se ne è rotta una bottiglia. Puzza come una cocotte francese.» Irritato dallo sconveniente tentativo di battuta del suo subordinato, il capitano si girò e se ne andò.

Quella notte, nel deposito torinese gli insostituibili convertitori a vapore di dieci locomotive furono fatti a pezzi dall’esplosione di cariche di plastico da due chili e mezzo che li resero inutilizzabili per i tedeschi, mentre due dei loro compatrioti vivevano per vedere un altro giorno. Sul versante dei costi, l’interruzione del servizio ferroviario obbligò Savonuzzi ad accordarsi con un’azienda di pulitura a secco di Torre Pellice, il cui camion viaggiando quotidianamente a Torino gli permetteva di continuare a fare il pendolare con i messaggi segreti di De Leva.

Giorgio Squillace alla sua postazione radio nell’alveare dei Cesan a Torre Pellice. Fonte: Fondo fotografico ANPI Torre Pellice.

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Il contesto
La Missione Orange, Arancia, paracadutata in Val Pellice nel marzo del 1944 su iniziativa americana, fu la prima nel Piemonte e una delle più riuscite di tutto il nord Italia. Oltre ad assicurare per tutta la guerra un flusso regolare di informazioni di importanza capitale sul piano militare, servì anche come base per operazioni in altri teatri di guerra, come la missione Pineapple, Ananas, che fu all’origine in Valsesia di uno dei più massicci lanci di materiale bellico in territorio occupato a beneficio delle forze partigiane, e la missione Apple I, Mela I, destinata all’insurrezione di Genova.
Quelle che seguono sono le pagine dedicate alla missione Orange nel libro di Peter Tompkins, L’altra Resistenza. La liberazione raccontata da un protagonista dietro le linee, Milano, Rizzoli, 1995.
Il suo autore fu un agente dell’Office of Strategic Services (OSS), il servizio segreto istituito da Roosevelt nel 1942, antesignano della CIA. Operò in Italia dopo lo sbarco delle truppe alleate e per tutta la guerra ebbe un ruolo molto importante sia sul piano dello spionaggio che su quello del collegamento con le forze partigiane e i partiti antifascisti in clandestinità.
Convinto della necessità di sostenere la lotta partigiana nell’Italia ancora occupata dai nazifascisti, oltre che per motivi militari anche perché riteneva che solo da lì poteva nascere un’Italia degna di sedere nel consesso delle nazioni democratiche, Tompkins creò l’Organizzazione Resistenza Italiana (ORI) che voleva essere il nucleo del servizio informazioni del nuovo esercito italiano non compromesso col vecchio regime, con Badoglio e con la monarchia. L’ORI, sebbene temporaneamente agli ordini dell’OSS, era composta da agenti italiani, e fu diretta da Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce, che era stato tra i fondatori del Partito d’Azione e che, nascosto dietro il nome di “Mondo”, fu tra gli agenti segreti più ricercati da fascisti e tedeschi.