di Alessandro Calleri*
Per vent’anni l’Italia non è appartenuta ai suoi cittadini. È stata succube del giogo di una dittatura che ha soffocato le libertà, perseguitato gli oppositori, promulgato le inumane leggi razziali del 1938 e trascinato il Paese nell’abisso senza fine della Seconda Guerra Mondiale.
Con la scelta della Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946, e con l’approvazione del testo costituzionale redatto dalla Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, l’Italia ha voltato pagina.
La prima riga della nuova Carta costituzionale doveva rappresentare un nuovo inizio, un taglio netto e definitivo con quel passato “nero” di oppressione, violenza, indottrinamento e privo di libertà. È nato così l’Articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Questo articolo non è una formula giuridica astratta, è la trascrizione in legge dei sogni, delle speranze e del sacrificio dei partigiani e delle partigiane che hanno combattuto sui monti, nelle campagne e nelle città.
La parola “Repubblica” rappresenta il superamento della monarchia complice del fascismo e dell’orrore della dittatura stessa, ma è la scelta di fondarla “sul lavoro” a rivelare la profonda anima sociale della nostra democrazia, il lavoro che ha rappresentato sempre il vanto a livello internazionale del popolo italiano. I Costituenti, uniti dai valori dell’antifascismo, decisero che la nuova Italia non doveva basarsi sul censo, sui privilegi di nascita o sul potere economico, ma sulla dignità di chi, con il proprio sforzo quotidiano, stava ricostruendo un Paese in macerie. Il lavoro è diventato l’impegno attivo della cittadinanza, l’esatto opposto del modello fascista che aveva abolito i sindacati liberi e ridotto i lavoratori a ingranaggi corporativi sottomessi allo Stato. E’ questo il primo pilastro dell’Articolo 1.
Il secondo pilastro è la sovranità popolare. Nel regime totalitario il potere derivava dall’alto, dal capo; nella Repubblica il potere è creato dal basso. Questa sovranità, tuttavia, non è un assegno in bianco da consegnare a un leader ogni cinque anni, né si esaurisce nel momento del voto. Si esercita ogni giorno attraverso la partecipazione attiva, il rifiuto dell’indifferenza e la difesa dei diritti civili e sociali: per questo è importante andare a votare e impegnarsi politicamente. I Costituenti hanno specificato che la sovranità si esercita “nei limiti della Costituzione” proprio per evitare che una maggioranza temporanea possa calpestare le minoranze e demolire la democrazia dall’interno, come accadde nel 1922 con la marcia su Roma.
Scrivere oggi sull’Articolo 1 significa rinnovare una promessa e guardare al presente con gli occhi della Resistenza. Ricordare queste parole ci impone di lottare contro il lavoro precario e sottopagato, contro le disuguaglianze che spaccano il Paese e contro ogni tentativo di svuotare le istituzioni democratiche. Come ricordava Piero Calamandrei, la Costituzione è un pezzo di carta che come una macchina non si muove se non viene riempito di combustibile, e il suo combustibile sono l’impegno e la responsabilità di ciascuno di noi, lo spirito e la volontà di mantenere e realizzare le sue promesse.
L’Articolo 1 è il nostro punto di partenza e la nostra meta: la certezza che siamo cittadini sovrani e la consapevolezza che la difesa della libertà conquistata ottant’anni fa rimane un compito quotidiano.
* Alessandro (Càlleri, con l’accento sulla a) ha 17 anni, ha appena concluso il quarto anno di liceo ed è probabile che finisca per studiare storia. In questa rubrica ci mette a parte di quelle che abbiamo deciso di chiamare le sue riflessioni.


