Milizia un corno, siamo partigiani!

Pagine da L’altra resistenza, di P. Tompkins. La storia della missione Orange che fece base in Val Pellice raccontata da un agente del servizio segreto americano. Qui il contesto storico. Qui le pagine originali del libro.
Riassunto della puntata precedente
Paracadutati per errore in Francia, immersi nella neve e nel costante pericolo di finire delle braccia dei tedeschi, i nostri agenti segreti De Leva, Vanzetti e Squillace cercano la loro meta, la val Pellice. Squillace, che ha mentito sulla sua familiarità con la neve, conquista il primato di primo uomo ad attraversare le Alpi d’inverno senza sapere sciare.

Il colorito di De Leva, descritto da Vanzetti come di un vivo pesca con sfumature color ciliegia, si fece grigio, velato di ombre cineree, e gli altri capirono di essere nei guai.

Senza moneta locale, privi di documenti di identità francesi, senza cartine del territorio, e con solo Vanzetti in grado di parlare la lingua, non potevano far altro che arrampicarsi verso una piccola cavità nel pendio, dove studiare la situazione senza essere visti.

Giorgio seguiva la scia di De Leva, e a Vanzetti fu chiaro alla retroguardia, che il loro operatore radio aveva mentito sulle sue capacità di sciatore, per non essere escluso da una missione tanto importante. Prendendo il bagaglio di Giorgio Vanzetti diede rapidamente all’inetto i consigli necessari per raggiungere la grotta, al sicuro. Ma la prospettiva di un’escursione più lunga non era rassicurante.

Dalla mappa di De Leva del versante italiano delle Alpi piemontesi, con l’aiuto della bussola, ricavarono approssimativamente la loro posizione: erano quindici chilometri all’interno delle Alpi francesi. Raggiungere la Val Pellice significa va attraversare il corpo principale delle montagne sul confine, pesantemente pattugliate dalle onnipresenti guardie di frontiera tedesche e fasciste. Non era una prospettiva favorevole in marzo, con la tendenza alle valanghe e con un radio operatore incapace di viaggiare sugli sci.

Caricato l’equipaggiamento, il trio partì per attraversare l’alto Col de l’Urine che separa le Alpi francesi da quelle italiane. A causa di Giorgio doveva essere un’arrampicata alla luce del giorno, ripida e pericolosa, sopra il limite della vegetazione arborea, senza alcun posto per nascondersi. Ma non c’erano alternative, perché Giorgio non poteva farcela al buio. La notte li colse a 2000 metri di quota, a soli due terzi del cammino. Bivaccarono accanto a una rupe, stringendosi l’uno all’altro per scaldarsi, mentre la temperatura scendeva qualche grado sottozero.

L’alba portò un po’ di tepore, abbastanza per raggiungere la cresta ghiacciata del monte, dalla quale poterono riconoscere, nel cielo brillante, le montagne circostanti e localizzare dove fossero. La discesa sul versante italiano fu egualmente precaria. De Leva, portando la pesante radio insieme al suo carico, andava avanti per aprire una traccia con il bordo degli sci, che Giorgio seguiva come meglio poteva, mentre Vanzetti chiudeva la retroguardia con il carico supplementare delle cose di Giorgio. Scese la notte, e De Leva era in cerca di un posto adatto per fare campo, quando Giorgio fece una mossa falsa e fu spazzato via da una slavina, precipitando nell’oscurità.

Con le loro torce elettriche, nonostante il pericolo di essere individuati, i suoi compagni scesero dietro di lui perlustrando il crepaccio, I minuti diventarono un’ora, senza successo, fino a che udirono un debole lamento in napoletano: «Staggio acchi’ assutta…».

Tirato fuori dalla sua tomba di neve, Giorgio prese a borbottare, scosso da brividi: «Ho perso tutto, sci, racchette, scarponi, guanti, berretto, sciarpa, coperta… tutto».

Per l’intera notte i suoi compagni sì sforzarono di proteggere Giorgio dal congelamento. Seduti su una delle due coperte rimaste, misero in mezzo il loro operatore come un salame, avvolti tutti e tre nell’ultima coperta.

La luce del giorno sui pendii nevosi illuminò una capanna che potevano raggiungere senza troppi sforzi. Una volta dentro, abbandonando ogni precauzione, accesero un gran fuoco. Sapevano bene che il fumo avrebbe potuto attirare l’attenzione, ma erano decisi a riscaldare Giorgio, sperando di salvarlo.

Il giorno passò mentre lentamente questi si rimetteva in salute, ma le provviste cominciavano a scarseggiare.

«Avrà bisogno di altro tempo per guarire» disse De Leva. «Andrò giù in valle per trovare aiuto. Ma se mi capita qualcosa e non arriva nessuno entro una settimana, dovrete farcela per conto vostro.» Guardò Giorgio che dormiva. «Non sparate ai soccorritori. Darò loro la parola d’ordine “Come ha dormito Giorgio?”» Dalla finestrella della capanna Vanzetti vide De Leva sciare giù per la montagna, sempre più piccolo, finché scomparve fra i pini sul fondovalle.

«Alt!» gridò un militare. De Leva sì fermò. Gli puntarono al petto le armi.

«Cosa desiderate» disse De Leva, nel tono più educato possibile, all’ufficiale che comandava.

Documenti!» Imperturbabile, De Leva tirò fuori le sue carte, non una delle dubbie carte d’identità fornite dall’OSS, ma un autentico passaporto italiano.

Quelli che l’avevano catturato non si impressionarono, anzi accolsero quella rarità – un passaporto regolare – come una palpabile dimostrazione che era una spia. Arrestato e perquisito, De Leva stava per essere portato via verso la prigione quando ebbe la presenza di spirito di chiedere ai suoi catturatori se fossero della Milizia Confinaria.

«Milizia un corno!» esclamò il capo. «Siamo membri della Brigata G&L del posto.»

Fonte: Fondo fotografico ANPI Torre Pellice.

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Il contesto
La Missione Orange, Arancia, paracadutata in Val Pellice nel marzo del 1944 su iniziativa americana, fu la prima nel Piemonte e una delle più riuscite di tutto il nord Italia. Oltre ad assicurare per tutta la guerra un flusso regolare di informazioni di importanza capitale sul piano militare, servì anche come base per operazioni in altri teatri di guerra, come la missione Pineapple, Ananas, che fu all’origine in Valsesia di uno dei più massicci lanci di materiale bellico in territorio occupato a beneficio delle forze partigiane, e la missione Apple I, Mela I, destinata all’insurrezione di Genova.
Quelle che seguono sono le pagine dedicate alla missione Orange nel libro di Peter Tompkins, L’altra Resistenza. La liberazione raccontata da un protagonista dietro le linee, Milano, Rizzoli, 1995.
Il suo autore fu un agente dell’Office of Strategic Services (OSS), il servizio segreto istituito da Roosevelt nel 1942, antesignano della CIA. Operò in Italia dopo lo sbarco delle truppe alleate e per tutta la guerra ebbe un ruolo molto importante sia sul piano dello spionaggio che su quello del collegamento con le forze partigiane e i partiti antifascisti in clandestinità.
Convinto della necessità di sostenere la lotta partigiana nell’Italia ancora occupata dai nazifascisti, oltre che per motivi militari anche perché riteneva che solo da lì poteva nascere un’Italia degna di sedere nel consesso delle nazioni democratiche, Tompkins creò l’Organizzazione Resistenza Italiana (ORI) che voleva essere il nucleo del servizio informazioni del nuovo esercito italiano non compromesso col vecchio regime, con Badoglio e con la monarchia. L’ORI, sebbene temporaneamente agli ordini dell’OSS, era composta da agenti italiani, e fu diretta da Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce, che era stato tra i fondatori del Partito d’Azione e che, nascosto dietro il nome di “Mondo”, fu tra gli agenti segreti più ricercati da fascisti e tedeschi.