di Alessandro Calleri*

Per Pier Paolo Pasolini la Resistenza non è mai stata una ricorrenza da celebrare con vuota retorica, ma una ferita aperta e, soprattutto, una grande illusione tradita. Per il poeta friulano, la lotta partigiana ha rappresentato il momento più alto, puro e tragico della storia italiana contemporanea. Capire la Resistenza attraverso i suoi occhi significa spogliarla dai proclami retorici e restituirle la sua carne, il suo sangue e le sue laceranti contraddizioni.

La Resistenza è vissuta da Pasolini nel modo più doloroso possibile nel febbraio del 1945, quando suo fratello minore Guido, partigiano della Brigata Osoppo, viene ucciso nei tragici fatti di Porzûs da altri partigiani delle Brigate Garibaldi. Questo dramma avrebbe potuto allontanare Pasolini dalla sinistra o dalla memoria della lotta di liberazione. Il poeta, al contrario, scelse di non armare il proprio dolore per farne propaganda anticomunista, ma elaborò il lutto proiettando la figura del fratello come il simbolo del partigiano ideale: un giovane mosso da una purezza assoluta, da un romanticismo cristiano e patriottico privo di bandiere o colori politici.

Nelle sue opere risalenti agli anni Quaranta, la Resistenza viene descritta come un’alba, un appuntamento dei giovani con la Storia, un momento di rottura in cui il popolo italiano — specialmente quello contadino e proletario — diventava cosciente e padrone del proprio destino; non solo un conflitto militare contro il nazi-fascismo, ma una rivoluzione della coscienza collettiva che prometteva di fondare un’Italia radicalmente nuova, basata sull’uguaglianza e sulla dignità. Tuttavia questa forza vitale, quasi religiosa, verrà presto a scontrarsi con le delusioni del dopoguerra: nella celebre raccolta Le ceneri di Gramsci (1957), quell’alba appare ormai come un’illusione perduta, spenta dall’avvento di un’Italia borghese e dimentica dei suoi martiri.

La lezione fondamentale che traiamo oggi da Pasolini è il rifiuto categorico della memoria passiva e consolatoria. Il poeta ci insegna che l’antifascismo non può ridursi a una targa di marmo o a un rituale annuale, ma deve essere uno strumento di analisi critica e spietata del nostro presente. La lezione pasoliniana ci impone di vigilare sulle nuove forme di autoritarismo invisibile: l’indifferenza sociale, la perdita di senso critico, la riduzione dell’essere umano a mero consumatore e la sparizione delle identità culturali locali in nome del profitto. Pasolini ci lascia il dovere morale della lucidità, esortandoci a riconoscere che la difesa della libertà si gioca ogni giorno sul campo della giustizia sociale, della scuola, della cultura e della dignità degli ultimi.

Da questa lezione pasoliniana deriva un’urgenza cruciale per il nostro presente: ridefinire il ruolo della politica a scuola. Pasolini, che fu egli stesso un appassionato insegnante, vedeva nell’istruzione lo spazio primario per formare menti libere. Oggi, parlare di politica a scuola non significa fare propaganda partitica, ma restituire alle aule la loro vocazione più nobile: quella di essere luoghi dove si forgia l’ideale di democrazia, di dibattito e di educazione civica.

In un’epoca che spinge i giovani verso l’individualismo e il totale disinteresse dalla politica e della cosa pubblica, la scuola ha il dovere — lo stesso difeso a caro prezzo dai partigiani — di insegnare la complessità del mondo, il valore della memoria storica e la bellezza della partecipazione collettiva per migliorare una società che ci appartiene. Una scuola che rinuncia a stimolare il pensiero critico e la coscienza politica dei ragazzi abdica al suo compito fondamentale: creare e plasmare i cittadini di domani, dei cittadini che non siano marionette controllabili ma menti pensanti e critiche, capaci di comprendere il passato e trarne delle lezioni per il presente.

* Alessandro (Càlleri, con l’accento sulla a) ha 17 anni, ha finito il quarto anno di liceo ed è probabile che finisca per studiare storia. In questa rubrica ci mette a parte di quelle che abbiamo deciso di chiamare le sue riflessioni.