Sei invitato domani per la bagna cauda

Pagine da L’altra resistenza, di P. Tompkins. La storia della missione Orange che fece base in Val Pellice raccontata da un agente del servizio segreto americano. Qui il contesto storico. Qui le pagine originali del libro.
Riassunto delle puntate precedenti
De Leva, entrato in contatto col CLN a Torino, tesse una minuziosa rete informativa e fa pervenire ogni giorno messaggi a Squillace, che li trasmette alla base. Vanzetti per conto suo si dà da fare facendo saltare un deposito di locomotive a Torino.

In agosto, quando i tedeschi lanciarono un massiccio rastrellamento in Val Pellice, impiccando sei partigiani nella piazza di Torre Pellice, Vanzetti lasciò i suoi sabotatori nella valle e si diresse più in alto per badare a Giorgio e alla radio, trasferendoli in un nascondiglio più sicuro ancora più su in montagna.

Questa volta l’incursione tedesca fu rabbiosa. Con l’avanzata della Settima Armata in Francia, i nazisti trovarono che dovevano pattugliare e difendere di nuovo l’intera frontiera. Questo significava cacciare i partigiani, il che a sua volta significava lanciare una vasta operazione militare lungo l’intero arco alpino, simultaneamente, usando da cinquanta a sessanta mila uomini appoggiati da artiglieria, mezzi corazzati e aeroplani.

Mentre questo rastrellamento faceva il suo sanguinoso corso, con la maggior parte dei partigiani costretta a riparare in Francia, Vanzetti finalmente trovò un posto ideale per far funzionare la radio. Due fratelli con una casa alla periferia di Torre Pellice si dissero contenti di ospitare Giorgio come un lontano cugino da molto tempo perso di vista. Come nascondiglio per la radio si offrirono di scavare una nicchia in una delle loro dodici fiorenti arnie. Da allora in poi, fino a quando fu spostato a Torino per la liberazione della città, Giorgio, sebbene punto più volte dalle api, fece funzionare la radio senza fastidi, anche dopo la ripetuta comparsa di squadre tedesche di radiogoniometri che avevano chiaramente raccolto il segnale radio ma non avrebbero mai pensato di cercarla in un alveare. Giorgio si sentiva così sicuro che andò anche a sciare con il capitano della locale guarnigione tedesca.

Ma fu durante quel letale rastrellamento di agosto che Vanzetti finalmente capi la follia del sistema prevalentemente adottato dalle altre formazioni partigiane, cioè di raggrupparsi nelle valli alpine, imbottigliate in quello che praticamente costituiva un campo di concentramento, obbligate a far fronte alle incursioni nemiche che, se troppo pesanti, potevano circondarle o costringerle oltre il confine. In poche ore, nella Val Pellice, durante il raid di agosto, i carri armati e i lanciafiamme nazifascisti avevano avuto la meglio su un migliaio di partigiani che avrebbero potuto resistere per giorni in buone posizioni difensive se non fossero stati gravati da un gran numero di recluté inesperte.

La stessa tragedia si ripeté in altre valli alpine, obbligando settemila partigiani a mettersi in salvo riparando in Francia. Per la fine del rastrellamento in Val Pellice solo un centinaio di uomini erano ancora decisi a resistere, a condizione che fosse sostituito il loro vecchio comandante.

Vanzetti, che si era fatto un nome con i suoi sabotatori, fu eletto comandante di brigata. Senza dubbio ciò avvenne anche a causa del suo accesso ai lanci paracadutati, che ora potevano essere aumentati in proporzione al numero dei suoi seguaci. Armati con gli Sten dell’OSS, i partigiani di Giustizia e Libertà agli ordini di Vanzetti cominciarono a sentirsi essi stessi parte di un esercito alleato.
Una sera di settembre, Vanzetti stava oziando in un accogliente fienile nella valle Angrogna, aspettando un lancio di materiale, quando la porta si apri e Giulio Cesan, suo instancabile corriere, gli consegnò un messaggio non sigillato da parte di De Leva: «Sei invitato domani per la bagna cauda». Apparentemente un invito a condividere una specialità piemontese, il messaggio in realtà significava: «Vieni subito. Ci sono novità scottanti».

Dopo essersi spogliato dell’uniforme e aver riposto il suo onnipresente Marlin, Vanzetti partì al mattino appena cessò il coprifuoco diretto a Torino con la speranza che i suoi documenti falsi sarebbero stati sufficienti a fargli passare cinque successivi posti di controllo.

A Torino trovò De Leva all’appuntamento convenuto, dove il suo collega gli spiegò ciò che aveva in mente. Una settimana prima una pattuglia armata del 90° Panzer Grenadier era entrata nella tipografia del secondo quotidiano della città, «Il Giornale». Furono dati cinque minuti per sgomberare l’edificio, ordine del Comando militare tedesco. Il proprietario del giornale, un attivo antifascista, eseguì il più rapidamente possibile, fin troppo felice di andarsene via libero. Ma osservando da un caffè vicino, cercò di farsi una ragione delle misure di sicurezza insolitamente strette messe in opera dai tedeschi attorno al suo stabilimento: tutte le finestre furono sigillate; alla porta di ingresso fu messa una nuova serratura, sentinelle con le armi in pugno si davano il cambio di fronte all’edificio, facendo deviare i passanti dal marciapiede.

Al cadere della notte la curiosità del proprietario era tale che fu tentato di scoprire cosa diavolo i tedeschi potessero volere veramente. Ritornando di soppiatto nello stabilimento attraverso una via di fuga nascosta, costruita nell’evenienza di un raid della Gestapo, si mosse con circospezione nel buio edificio vuoto, armato di una piccola lampada tascabile. Sui tavoli di impaginazione trovò molte pagine di caratteri di piombo composte durante il giorno. Tirando alcune bozze con una pressa a mano fu sbalordito di trovare le prime pagine del nuovo codice tedesco per comunicazioni radio segretissime. Scivolando fuori con le bozze sotto la camicia, evitando gli ignari tedeschi che pattugliavano le strade circostanti, il proprietario tornò ogni notte dei parecchi giorni che i militari impiegarono a comporre le molte pagine del codice. Una copia completa fu poi fatta arrivare in tutta fretta a De Leva. Poiché era troppo voluminosa per trasmetterla via radio, De Leva chiese a Vanzetti di mandarla per corriere in Francia, mentre Giorgio doveva avvisare la base di ciò che stava arrivando. Ma era preoccupato di come far passare un materiale così scottante oltre i vari posti di controllo fra Torino e le Alpi. Vanzetti invece non si preoccupava. «Gli farò una rilegatura speciale, che può essere rivoltata in due modi. In un modo sarà una grammatica tedesca per quando incontrerò la Milizia. Sono stupidi e non capiranno mai la differenza. Per i tedeschi girerò la copertina, sarà un “Cappuccetto rosso” in italiano.»

Giorgio Squillace davanti all’alveare dei Cesan a Torre Pellice dove era nascosta la sua radio. Fonte: Fondo fotografico ANPI Torre Pellice.

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Il contesto
La Missione Orange, Arancia, paracadutata in Val Pellice nel marzo del 1944 su iniziativa americana, fu la prima nel Piemonte e una delle più riuscite di tutto il nord Italia. Oltre ad assicurare per tutta la guerra un flusso regolare di informazioni di importanza capitale sul piano militare, servì anche come base per operazioni in altri teatri di guerra, come la missione Pineapple, Ananas, che fu all’origine in Valsesia di uno dei più massicci lanci di materiale bellico in territorio occupato a beneficio delle forze partigiane, e la missione Apple I, Mela I, destinata all’insurrezione di Genova.
Quelle che seguono sono le pagine dedicate alla missione Orange nel libro di Peter Tompkins, L’altra Resistenza. La liberazione raccontata da un protagonista dietro le linee, Milano, Rizzoli, 1995.
Il suo autore fu un agente dell’Office of Strategic Services (OSS), il servizio segreto istituito da Roosevelt nel 1942, antesignano della CIA. Operò in Italia dopo lo sbarco delle truppe alleate e per tutta la guerra ebbe un ruolo molto importante sia sul piano dello spionaggio che su quello del collegamento con le forze partigiane e i partiti antifascisti in clandestinità.
Convinto della necessità di sostenere la lotta partigiana nell’Italia ancora occupata dai nazifascisti, oltre che per motivi militari anche perché riteneva che solo da lì poteva nascere un’Italia degna di sedere nel consesso delle nazioni democratiche, Tompkins creò l’Organizzazione Resistenza Italiana (ORI) che voleva essere il nucleo del servizio informazioni del nuovo esercito italiano non compromesso col vecchio regime, con Badoglio e con la monarchia. L’ORI, sebbene temporaneamente agli ordini dell’OSS, era composta da agenti italiani, e fu diretta da Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce, che era stato tra i fondatori del Partito d’Azione e che, nascosto dietro il nome di “Mondo”, fu tra gli agenti segreti più ricercati da fascisti e tedeschi.