Una missione ORI nelle Alpi piemontesi stava sviluppando una nuova forma di operazione partigiana in preparazione dell’eventuale liberazione del centro industriale di Torino, sede della dinastia dei Savoia e della Fiat di Agnelli.
A marzo una squadra di tre uomini dell’ORI, nome in codice «Orange», aveva lasciato Ostuni per essere lanciata sul Piemonte. Il suo capo, Marcello De Leva, un brillante scapolo trentacinquenne di bell’aspetto, con mustacchi alla Douglas Fairbanks, alto un metro e novanta, era figlio di un ammiraglio italiano e – da parte della madre inglese – un pro-pronipote del poeta Shelley. Dal suo vice, Riccardo Vanzetti, anch’egli piemontese, De Leva fu descritto come «con il sangue blu di un aristocratico italiano mischiato al sangue freddo di una donna inglese. Era difficile leggere i suoi pensieri dietro lo scudo impenetrabile dei suoi occhi grigio ferro».
Vanzetti, di pochi anni più giovane, era figlio di un professore di chimica dell’Università di Milano, tenace e adattabile, con la sicurezza di sé che ha chi crede nella protezione di una forza ultraterrena. De Leva e Vanzetti avevano servito insieme in guerra come ingegneri aeronautici. Il terzo membro della squadra era il loro radio operatore, Giorgio Squillace, un meridionale entusiasta della missione, che non era mai stato in Piemonte.
Volando in un cielo privo di nubi con una falce di luna crescente, l’Halifax pilotato da un veterano polacco attraversò gli Appennini, alto sopra le linee di combattimento, poi diresse a nord sul mar Tirreno, muovendosi tra la costa italiana e le isole di Sardegna e Corsica, per virare nell’entroterra sulla costa ligure, verso le Alpi coperte di neve.
Allentando i bulloni, l’ingegnere di volo tolse il coperchio di compensato alla botola di lancio, larga più di due metri. Vanzetti, sedutosi sull’orlo, con i piedi penzoloni, trovò strano vedere le cime innevate e le valli ombrose della sua regione natale scorrere sotto di lui. Non era prevista nessuna squadra ad accoglierli. Il pilota aveva ricevuto solo delle istruzioni di massima, per lanciarli da qualche parte in Val Pellice su uno di due possibili punti prestabiliti, o Montoso o Valle Infernotto, preferibilmente quest’ultima perché era più di stante dal confine francese, notoriamente controllato da pattuglie di fascisti e di tedeschi.
La Val Pellice, una stretta valle incisa nel corso di migliaia d’anni dal fiume Pellice, scende dai quasi tremila metri del monte Granaro sul confine francese fino alle basse colline che fanno da cornice alla valle del Po, quarantacinque chilometri a nord-est di Torino.
Riducendo la velocità, il pilota volteggiò lentamente sul punto prescelto. De Leva, come caposquadra, andò per primo, seguito dal radio operatore Giorgio e poi da Vanzetti. Nell’improvviso silenzio Vanzetti poteva sentire il vento sibilare nell’apertura in cima al suo paracadute. Tutto intorno la neve copriva le cime delle sue amate Alpi, scintillanti nella luce della luna, provocando in lui una sensazione di pace e potenza assolute, in contrasto con quel mondo in guerra.
Un attimo dopo sprofondava nella neve soffice. Seguendo le istruzioni, tolse l’armatura al paracadute, così che non venisse spinto via dal vento. Solo che non c’era affatto vento. Dietro di lui si ergeva una china rocciosa, priva di alberi.
Con la sua torcia elettrica, Vanzetti segnalò all’aereo che volava in cerchio su di loro di lanciare le attrezzature. Attraverso la botola di lancio poteva vedere le luci interne del velivolo, oscurate dai pacchi che venivano giù con il paracadute. Poi le luci di coda lampeggiarono in morse: «OK Arrivederci», e l’aeroplano scomparve dietro una cima luminosa. Girando in cerca dei suoi compagni di squadra, Vanzetti fu gelato dalla vista di una sagoma immobile sullo sfondo nevoso. Gli istruttori gli avevano descritto sentinelle tedesche che affilavano la baionette, aspettando gli incauti paracadutisti nemici. Si avvicinò alla figura, affannandosi nella neve che gli arrivava alle ginocchia, ed estrasse il coltello a serramanico. Ma capì che la tensione nervosa aveva trasformato in figura umana un pino solitario.
Riunire l’equipaggiamento – radio, armi, cibo per quindici giorni, abiti borghesi, coperte e sci – impegnò la ricostituita squadra quasi fino all’alba. Ma sugli sci il terreno era migliore. Raggruppati su un’altura, osservarono il panorama per stabilire la loro posizione. L’aurora stava già colorando le cime più alte. Nella valle sottostante esso rivelava gli chalet di un quieto villaggio alpino, il cui silenzio fu interrotto dalle campane della chiesa che annunziavano il mattutino, rovinato dalle note stridenti di una tromba che suonava la «sveglia» tedesca.
Da un ampio edificio i soldati si riversarono in un cortile recintato. Il loro schiamazzare era ben udibile attraverso l’aria tersa delle montagne, ma le parole erano troppo indistinte perché Vanzetti, che sapeva il tedesco, potesse coglierne il senso.
Sulla loro esposta china montuosa, i tre paracadutisti spiccavano chiaramente nella luce del sole; le loro sagome erano così evidenti sullo sfondo della neve, che conclusero che i tedeschi li avrebbero presi per mattinieri sciatori locali.
Lontano nella valle, il rombo di un motore che andava facendosi a mano a mano più forte rivelò un punto nero sulla strada tortuosa, che si inerpicava verso il villaggio. Con il cannocchiale De Leva lo ingrandì, e apparve un carro per il trasporto truppe riempito da cinque file di soldati tedeschi in perfetta tenuta da battaglia, con i fucili “shiesbereit”, pronti a sparare.
La visione spinse i tre paracadutisti su per il pendio, verso l’unico rifugio che poterono scovare, una piccola capanna di montanari. Dietro di questa, celato alla vista, De Leva esaminò la mappa per stabilire la loro posizione.
«Quel villaggio non è Luserna San Giovanni?» chiese Vanzetti «O è Villanova?»
De Leva, l’unico che conosceva la zona, scosse la testa «Non riconosco un solo punto di riferimento. Questa non può essere la Val Pellice».
Giorgio indicò l’architrave della porta, intagliata con un corno da caccia sopra rami di alloro.
«Maledizione!» disse De Leva. «Quello è l’emblema dei Chasseurs des Alpes. Ci hanno paracadutati in Francia.»
(Continua…)
Roma, 1944, Peter Tompkins con una valigia piena di documenti segreti e la pistola personale (fonte: Wikipedia)
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Quelle che seguono sono le pagine dedicate alla missione Orange nel libro di Peter Tompkins, L’altra Resistenza. La liberazione raccontata da un protagonista dietro le linee, Milano, Rizzoli, 1995.
Il suo autore fu un agente dell’Office of Strategic Services (OSS), il servizio segreto istituito da Roosevelt nel 1942, antesignano della CIA. Operò in Italia dopo lo sbarco delle truppe alleate e per tutta la guerra ebbe un ruolo molto importante sia sul piano dello spionaggio che su quello del collegamento con le forze partigiane e i partiti antifascisti in clandestinità.
Convinto della necessità di sostenere la lotta partigiana nell’Italia ancora occupata dai nazifascisti, oltre che per motivi militari anche perché riteneva che solo da lì poteva nascere un’Italia degna di sedere nel consesso delle nazioni democratiche, Tompkins creò l’Organizzazione Resistenza Italiana (ORI) che voleva essere il nucleo del servizio informazioni del nuovo esercito italiano non compromesso col vecchio regime, con Badoglio e con la monarchia. L’ORI, sebbene temporaneamente agli ordini dell’OSS, era composta da agenti italiani, e fu diretta da Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce, che era stato tra i fondatori del Partito d’Azione e che, nascosto dietro il nome di “Mondo”, fu tra gli agenti segreti più ricercati da fascisti e tedeschi.



