Che un antimilitarista convinto sia fotografato mentre sfila in divisa militare accompagnato da un ragazzino in divisa militare anche lui ed armato di tutto punto, moschetto e cartucciera, sa un po’ di scherzo del destino.
Eppure è quel che è accaduto a René Poët del gruppo Ventuno dei Chabriols, sopra Torre Pellice…
A giudizio di tutti René fu l’anima del gruppo per la sua umanità, il suo senso di giustizia e per le sue capacità sul piano operativo. Partecipò all’assalto alla caserma della milizia a Bobbio Pellice, fu istruttore al Prà, e fu a capo del gruppo; ma aveva una sua concezione della disciplina, metteva ai voti le decisioni più importanti e non è che gli piacesse tanto fare la guerra, preferiva lavorare i suoi campi: combatteva perché una scelta diversa non gli era data, e a guerra finita non amò mai ricordare quei tempi o raccontare le sue imprese, nonostante avesse materia per farlo.
Eccolo a un balcone dei Chabriols con gente del suo gruppo in una fotografia senza data: è il primo a destra.
L’insistenza di Roberto Malan, commissario politico della V Divisione Giustizia e Libertà, lo costrinse ad assumere il comando della Brigata Val Pellice “Peo Regis” nelle fasi finali della guerra, ed in questa veste dovette sfilare a Torino il 6 maggio del 1945 nelle celebrazioni ufficiali della Liberazione.
Dicono che non fu facile convincerlo a scendere a Torino, lui che si beffava delle adunate militari, ma alla fine sfilò, però a modo suo: raccontano che comandava la sfilata dei suoi uomini urlandogli “Giapa a munt, giapa a val!” e fischiando, come si fa coi cani che governano le pecore al pascolo in montagna.
Eccolo sfilare in Corso Cairoli, e poi attendere le celebrazioni in Piazza Vittorio: davanti a lui c’è sempre Poluccio Favout, il comandante della Divisione; al suo fianco due ragazzi.
Come si può vedere è in compagnia di due ragazzi: la presenza di uno dei due, quello che in entrambe le fotografie è a sinistra, che veste semplici pantaloni e maglione, è perfettamente in linea col personaggio di René: la sfilata come occasione per portare a spasso i ragazzi, per cambiarne un po’ la natura.
Ma il ragazzo a destra è piuttosto inquietante all’ombra del personaggio René. Chi è questo ragazzo armato? Cosa ci fa col René antimilitarista? Nessuno ha saputo trovare una risposta, nessuno vi ha riconosciuto i ragazzi: anzi, nessuno ci aveva mai fatto caso.
Andrea Geymet, il nostro studioso di cose di Resistenza in valle, avanza una ipotesi…
Jacopo Lombardini in una sua pagina di diario, parla di Mario, figlio undicenne di Gigi, che è arrivato al Bagnau da solo mandato da Roberto (Malan): “è indubbiamente il più giovane partigiano d’Italia, ed è la nostra mascotte.”
Che Malan avesse mandato questo ragazzo nella banda del Bagnau aveva un senso, non è affatto un reclutamento. Gigi, il papà di Mario, è Gigi Guerrini, anarchico originario di Torino salito in valle per partecipare attivamente alla resistenza, ed è stato appena catturato dai tedeschi, responsabile di avere organizzato un magazzino di rifornimento per i partigiani a Pralafera, tra Torre Pellice e Luserna San Giovanni; il ragazzo non ha mamma e parenti, e Jacopo Lombardini prima di salire al Bagnau faceva l’istitutore al Convitto di Torre Pellice, sa occuparsi di ragazzi. Roberto ha mandato Mario su al Bagnau da Jacopo perché ne avesse cura, lui che era del mestiere; non per reclutarlo e fargli fare il partigiano!
La presenza di Mario al Bagnau durò pochi giorni: quando i tedeschi bombardarono la base, Jacopo riuscì a mettere al sicuro il ragazzo, e subito dopo, preoccupato dei pericoli che andavano crescendo, lo affidò a una famiglia di Angrogna.
Fine delle notizie che abbiamo su Mario…
Andrea Geymet avanza l’ipotesi che il ragazzo in armi sia Mario; l’età corrisponde, e corrisponde anche il senso del suo imbracciare le armi, seppure in modo simbolico, nel corso di una parata: il papà Gigi, che quando era stato catturato a Luserna aveva poi potuto ritrovare la libertà per via di uno scambio di prigionieri, aveva in un primo tempo raggiunto i partigiani in Val Pellice, poi era sceso a Torino per organizzarvi le squadre urbane di Giustizia e Libertà, ma era stato catturato una seconda volta, e stavolta deportato in campo di concentramento. Morirà in ospedale pochi giorni dopo la liberazione a causa degli stenti subiti.
Il 6 maggio del 1945 non si sa della sua morte, si sa solo che è stato deportato. Nulla di strano che suo figlio Mario, tredicenne, abbia voluto sfilare in armi il giorno della celebrazione della Liberazione: sfilava in quello che doveva essere il posto di suo padre.
Questa l’ipotesi di Andrea Geymet. Che è anche in linea col personaggio René Poët.





