La fame e la miseria, a tredici anni il lavoro a Pralafera; lo sciopero delle operaie e le prime conquiste; i tedeschi che arrivano in borgata, ammazzano e bruciano le case, “quel 30 dicembre 1943, sono partita come una saetta e ho fatto una scelta: ho condiviso la vita difficile della montagna”. Racconti e anoddoti di una staffetta dei garibaldini della Val Luserna.

Maria Airaudo racconta…

Leggi il testo qui di seguito o vai all’opuscolo originale.

Estratto dal n° 6 della serie di 12 Quaderni multimediale sulla Resistenza – Scuola e Territorio
Ricerca triennale delle classi
a.s. 1997-’98: 1^ B/IGEA e 5^ B/PNI
a.s. 1998-’99: 1^ A/IGEA e 4^ A/Op.Tur.
a.s. 1999-2000: 2^ A/IGEA e 5^ A/Op.Tur.
dell’Istituto Tecnico Statale Commerciale e Professionale per il Turismo “L. B. ALBERTI” di Luserna S. G. e Torre Pellice
Coordinata dai Proff. Luigi Bianchi e Marisa Falco

http://www.portalebf.it/partig/quaderni/quaderni.htm

Luserna San Giovanni, 17 aprile 1998

Airaudo
Giovanotti e giovanette. E’ una cosa più da amici, perché alla mia età ci siamo abituati ad un’amicizia e ad una intimità che servono a vivere amichevolmente, per costruire il benessere e la pace nostra e dobbiamo partire dal pensiero di aiutarci a vicenda.
E questo l’ho sperimentato fin da giovane, perché io a 13 anni ero già in stabilimento a lavorare. Sono entrata a Pralafera, allora era una tessitura e filatura, sono entrata a lavorare lì a 13 anni e a 19-20 anni abbiamo iniziato prima… nel 1940, a 16 anni, è iniziata la guerra e la guerra fin quando è stata lontana per noi, si sentiva la mancanza delle persone nelle case, ma non si sentiva direttamente come poi è arrivata qui sul nostro suolo… non so… qualcuno vi avrà parlato della guerra di Liberazione… I nonni, qualcuno vi avrà raccontato qualche cosa…
Io vi racconto un fatto.
Qui adesso è scuola; nel 1940, quando c’è stato l’inizio della guerra con la Francia, qui era pieno zeppo di militari ed era una caserma. Dopo l’8 settembre 1943, sono arrivati i tedeschi ed hanno occupato l’Italia ed hanno occupato anche questa caserma… Il 14 luglio 1944, vi racconto un’esperienza mia… e state attenti, il 14 luglio 1944, mi hanno presa in ostaggio al mattino alle cinque e un quarto, lì vicino alla caserma vecchia, in via 1° maggio, sulla statale, appena dopo la ‘Cioccolata’, l’Albergo del centro, detta così perché c’era Talmone e si faceva la cioccolata… In questa caserma vecchia, mi hanno presa in ostaggio e volevano farmi dire dov’era mio fratello.
Mio fratello era stato segnalato perché aveva abbandonato il lavoro di servizio in ferrovia a Luserna San Giovanni. Era della classe 1923 ed aveva già fatto un anno di servizio regolare a Zara, in Jugoslavia. L’otto settembre 1943, è scappato a piedi fino a Bagnolo Piemonte. Ha impiegato 15 giorni a piedi per ritornare a casa. Ai primi di luglio del 1944, non si osava stare in servizio a Luserna perché era continuamente minacciato di essere portato in Germania… Questo mio fratello sarebbe Piero, il nonno di Fabrizio, uno dei vostri compagni.
La spia di mio fratello era un signore anziano, aveva scritto cinque nominativi su un pezzo di carta, cm. 20 x 10… e mio fratello era il terzo: Airaudo Pietro, ferroviere. Io, unica Airaudo Maria di Luserna San Giovanni… mi hanno presa alle cinque del mattino su via 1° maggio, allora era Corso Vittorio Emanuele, e mi hanno portata qui, in questa caserma, e volevano farmi dire dov’era mio fratello.
Di certo che io non avrei detto mai dov’era mio fratello: potevano fare quello che volevano! Prima mi hanno presa con le buone e poi con le minacce e mi hanno dato tante di quelle botte… quelle che non ho voluto, me le hanno cambiate!
Vi dico solo questo: con il calcio del fucile e in tutti i modi, mi minacciavano di sbattermi dalla finestra per farmi parlare. Ecco… ma io non ho parlato, ho sempre negato la presenza di mio fratello. Avevo la carta d’identità ed il lasciapassare tedesco che dicevano che io ero nata a Bagnolo Piemonte e io dicevo che qui non avevo parenti. Questa è stata la mia difesa. Questa è stata la mia salvezza.
Ad un certo punto, verso le nove… io dovevo produrre. Non potevano lasciarmi lì senza fare niente. Mi hanno caricata su una camionetta, mi hanno portata a Pralafera per fare il mio lavoro da tessitrice… E alla sera, alle cinque e mezza, quando uscivamo, sono arrivata alla porta: mi avevano preso tutti i documenti, non avevo più niente, la bicicletta, non avevo più nulla… Alle cinque e mezza mi aspettavano alla porta; mi hanno ripresa, portata di nuovo qui in caserma e mi hanno fatto fare un giuramento, dove io dovevo giurare che non avrei mai parlato con nessuno del trattamento che mi avevano applicato… Poi mi hanno riportata alla caserma vecchia, che era il posto di blocco, e lì mi hanno riconsegnato la bicicletta ed i documenti. Sono partita di lì per andare a Bagnolo Piemonte. E’ stata una giornata terribile.
Ho voluto raccontarvi cosa capitava in questa caserma. Per me è stata così, ma per tanti compagni miei, partigiani, garibaldini…Perché io facevo parte della 105^ Brigata Garibaldi… che li hanno presi sul versante vicino alla punta del Frioland… ne hanno presi 40. Era il 22 marzo 1944.
Sono stati fatti prigionieri, portati qui in questa caserma… penso abbiate visto sotto, nell’atrio, c’è una targa dedicata a questi nostri compagni … nessuno… uno solo si è salvato, Oscar… dal nome partigiano Oscar… che è rimasto sepolto sotto i morti a Pian del Lot ed è tornato ed è quello che ha testimoniato cosa ne hanno fatto di questi 40 prigionieri.
Una parte li hanno portati a Caluso, dopo averli maltrattati in tutti i modi in questa caserma… Una parte li hanno portati a Pian del Lot, e sono venti, e li hanno fucilati sulla collina torinese… e una parte li hanno portati in Germania, quelli che erano più robusti ed intendevano farli lavorare, produrre, perché lo scopo della Germania era anche quello di portare uomini e donne, persone valide per farle lavorare e produrre, perché la produzione bellica doveva proseguire. Volevano proseguire la guerra ed avere la manodopera gratuitamente… e con questo metodo hanno portato tutti i soldati internati…Dobbiamo distinguere tra ‘deportato’ ed ‘internato’: il deportato era l’uomo politico che è stato preso e portato in Germania per politica; mentre l’internato era il militare che è stato chiamato in servizio e portato in Germania dopo l’8 Settembre come prigioniero di guerra, ma secondo la legge di prigionieri di guerra, non avrebbero dovuto farli lavorare; mentre sono stati portati in Germania come internati e li hanno fatti lavorare fino a quando avevano delle risorse fisiche e quando non servivano più, purtroppo… Avete sentito parlare di campi di eliminazione, di forni crematori? E’ stata la piaga più nera e più brutta, che la Germania non vuole se ne parli, ma noi dobbiamo dire la verità di cosa è stato. Io penso che sia giusto che diciamo la verità.

Domanda
Quale molla l’ha spinta alla ‘disobbedienza’ e ad aderire alla causa partigiana?

Airaudo
Adesso voglio parlarvi di me come donna, perché nella guerra la donna non avrebbe dovuto partecipare, perché l’uomo veniva arruolato, chiamato in servizio e portato alla guerra, ma la donna non aveva nessun obbligo. Ma io il 30 dicembre 1943, a San Rocco di Villar Bagnolo, verso Montoso, lì io abitavo vicino a questa chiesetta… hanno preso tredici persone, tutti miei vicini di casa, tutte persone innocenti come il sole, perché avevano solo il problema di potersi procurare da vivere, mentre invece sono arrivati e, per rappresaglia, hanno ammazzato 13 persone proprio tutti i miei vicini di casa; hanno bruciato le case; hanno rubato tutto quello che potevano rubare… E chi non si ribella? Ma io mi ribellerei ancora oggi … con i capelli bianchi! Perché vedere una strage così, spero che nessuno abbia più a vederla. Ci saranno dei posti dove vedono di peggio, ma io dico la mia esperienza, ecco, e la dico a voi che siete giovani, perché possiate conoscere e sapere per potervi difendere.
Oggi ci sono tante possibilità: non c’è cosa più bella della democrazia dove il popolo è sovrano, si può difendere, può decidere; mentre con una dittatura bisogna obbedire. Quei tempi erano così. Io, da quel giorno, 30 dicembre 1943, sono partita come una saetta e ho fatto una scelta: ho condiviso la vita difficile della montagna.
Nelle basi dove c’erano questi gruppi di partigiani, prima minori, poi maggiori, non sono mai stata, perché casa mia era già una base: a casa mia facevano tutti capo. Ero staffetta partigiana, portatrice di ordini e, se dovessi farlo oggi, non so se avrei il coraggio di partire, ma… penso che con quella volontà di allora di liberarci, di toglierci dai piedi i tedeschi… lo farei oggi, come l’ho fatto allora!
Perché quel mattino del 30 dicembre del 1943 sono arrivati, hanno ammazzato, bruciato, rubato, ne hanno fatte di tutte le specie… Persino gli orecchini come questi strappati dalle orecchie delle donne… è una cosa abominevole.
Una signora, Besso Caterina, aveva i bambini appesi alle vesti, il marito aggrappato a lei… gliel’hanno staccato e l’hanno sbattuta giù dalla ripa; le hanno preso il marito e sono andati ad ammazzarlo in un ruscello poco lontano assieme al fratello di lui. Due ne hanno ammazzati lì. Quel giorno è stato tremendo… Erano 22 alla sera, quando sono andati via i tedeschi, erano 22 i morti, tra partigiani e civili. E’ stata una giornata poco meno di ciò che è stato a Boves. Boves (19 agosto 1943), provincia di Cuneo, ne sono stati ammazzati 23; a Bagnolo Piemonte (30 dicembre 1943), ne hanno ammazzati 22.

Domanda
Ci descriverebbe la sua vita, prima di diventare staffetta?

Airaudo
La mia famiglia era a Villar di Bagnolo, venivo a lavorare a Pralafera con la bicicletta… fino a quando ho avuto dei copertoni…, perché è arrivato un momento che neanche più i copertoni avevamo… Allora, cosa fare? Andavo a piedi… fino a quando abbiamo avuto le scarpe, ma poi è arrivato un momento in cui non avevamo nemmeno più quelle. Avevamo degli zoccoletti, zoccoli fatti con il legno e un pezzo non di cuoio, ma di stoffa da mettere sopra… La miseria più nera. …Sono della classe del 1924, perciò nel 1943 avevo 19 anni, più o meno come voi adesso…Avevo fame, sempre fame, tanta fame… Dei crampi allo stomaco paurosi… Lavoravo a Pralafera, avevo 8 telai… militarizzata, perché penso che otto telai facesse una fila più lunga di questo locale. Erano molto, molto alti, grossi. Non mi pesavano, perché lavoravo volentieri, ma la fame si faceva sentire, perché correre tutto il giorno…Si mangiava con il pentolino in mano, non era come adesso che si fermano le macchine ed una persona mangia al tavolo. Un operaio, un’operaia allora con il pentolino in mano, mentre si facevano girare i telai… Eravamo tutti arruolati per il servizio militare.

Domanda
Ricorda qualche episodio utile a chiarire la ‘condizione femminile’ di allora?

Airaudo
Nel 1941 una signora, una mia compagna di lavoro, scendeva dalle Sonagliette a piedi a Pralafera. Aspettava un bambino. Non mi ricordo se ne aveva cinque e quello faceva sei o se ne aveva sei e quello faceva sette… L’ho sempre aiutata questa donna: facevo girare i suoi telai ed i miei, perché non ne poteva più. Allora la partoriente non aveva un’ora di retribuzione… oggi le partorienti stanno a casa un mese prima… due o tre mesi dopo… Allora le partorienti non avevano un’ora; se andavano in ospedale, se c’era un intervento chirurgico per la nascita del bambino, la mutua pagava; se non c’era un intervento chirurgico, la partoriente pagava l’ospedale… Allora bisognava stare molto attenti anche ad andare all’ospedale, perché non c’erano soldi.
La donna che da Sonagliette veniva giù a Pralafera, mi diceva: ‘Vengo solo più oggi… solo più oggi…’. Siamo arrivati ad un mattino che il sole si vedeva molto bene, ad un certo punto si mette ad urlare in mezzo ai telai. Era nato il bambino! E’ saltato fuori il bambino in mezzo ai telai. C’era l’aiutante meccanico; è venuto verso di me, – Domenico! -, si chiamava Domenico Miglio, – Domenico, vieni ad aiutarmi…- Abbiamo staccato la mamma ed il bambino; abbiamo legato con i fili e con cosa avevamo lì nello stabilimento; abbiamo avvolto con degli stracci questo bambino, presa questa mamma con il cavallo di Mazzonis ed il calessino; portata a casa sua su alle Sonagliette e, tre giorni dopo, era già di nuovo in stabilimento, perché diceva:”… se non lavoro, non guadagno una lira!” Questo il fatto…

Domanda
Siete riuscite ad ottenere migliori condizioni di lavoro?

Airaudo
A Pralafera eravamo 2500 persone, specialmente manodopera femminile… filatura, tintoria.. Eravamo 2500: abbiamo iniziato uno sciopero. Era l’anno 1941 ed eravamo in guerra. Siamo stati tutti deferiti al tribunale militare ed abbiamo iniziato uno sciopero decisi ad avere un po’ di assistenza per le partorienti. Era verso la fine della prima settimana di sciopero: tutti presenti, ma nessuno lavorava.
C’era una nostra compagna di lavoro, chiamata Rosa Clo, non so chi fosse, la conoscevo così. Era una ragazza madre… Quando ha detto in famiglia: “Io aspetto un bambino!”, l’hanno sbattuta fuori. Lei ha avuto la forza ed il coraggio di tenersi questo bambino che poteva avere, al momento dei fatti che sto per raccontarvi, tre o quattro anni… Lei era alla testa di tutti a parlare con i fascisti, perché ogni giorno al mattino ed al pomeriggio, c’erano delegazioni di fascisti che venivano ad invitarci a iniziare a lavorare. Ci insultavano, ce ne facevano di tutte le specie, però eravamo un numero ed avevamo un’unità che costitutiva una forza. Tutti dentro il cortile: nessuno usciva. Questa donna si era lasciata reggere per avvicinarsi al cancelletto pedonale per andarsi a spiegare meglio con i fascisti. L’hanno presa e sbattuta sulla camionetta, portata via: non abbiamo mai più saputo niente della Rosa Clo. L’hanno fatta sparire, perché contestava lo Stato, la situazione che avevamo.
Queste sono state le lotte che si sono fatte per il progresso: sono cose molto pesanti. Abbiamo proseguito il nostro sciopero. La settimana dopo, verso la fine della settimana, qui, all’ufficio di collocamento di Luserna San Giovanni, al secondo piano, c’era un locale. Su 2500 che eravamo, siamo rimasti in cinque a lottare per questa causa: io, Domenico Miglio, sua moglie Beatrice ed altre due operaie di cui non ricordo il nome.
Uno di quei fascisti, che era dall’altra parte della scrivania,… io lo vedevo grande, enorme con quel fiocco che veniva giù sulla sinistra, fa il giro attorno alla scrivania, viene e mi prende per le spalle, mi scuote come scuotere una pianta, un fiore… Mi dice: “Tu che sei ancora una bambina, sei già qui a contestare lo Stato? Non ti vergogni? Invece di lavorare… Cosa vuoi tu?”. Io, presa così di sorpresa , non sapevo cosa rispondere, perché avevo 16 anni… ed erano anche pochi… Gli ho detto: “Sì, oggi sono una bambina, domani posso essere una mamma… Cosa vogliono loro, lo voglio anch’io!”. Mi ha lasciata stare ed è tornato al suo posto. Ci hanno maltrattati ancora un po’, insultati, incitati… poi ci hanno fatto una proposta. “Ci interesseremo a Roma, perché vengano dati alcuni giorni di assistenza alle partorienti, a condizione che tutti voi riprendiate lunedì a lavorare”. Abbiamo accettato. Il lunedì abbiamo iniziato a lavorare tutti e a metà della terza settimana è arrivato un piccolo foglietto su cui c’era scritto che dalla nascita del bambino la partoriente aveva sette giorni di retribuzione. Ecco il primo passo verso il benessere dei lavoratori.
Allora era così diverso che voi non potete rendervi conto di cosa è stato. Io ho fatto come scuola regolare la quarta elementare e… basta. Mi sono trovata in mezzo a tante compagne che erano inferiori a me per studio, conoscenze, capacità… Non eravamo neanche in grado di sapere cosa ci aspettava di retribuzione. Allora cosa ho fatto? Ho pensato bene di iniziare a studiare. Sono stata tra i primi operai studenti (febbraio 1941).
A maggio mi sono presentata a dare gli esami della 5^ elementare. Da maggio 1941 a maggio 1942 ho preparato 1^, 2^ e 3^ Avviamento Commerciale; mi sono presentata a Saluzzo per gli esami nel mese di giugno. Purtroppo lavorare e fare questi tre anni di studio… anche se fatti malamente, perché non potevo, non avevo il tempo… Non ho dormito per niente…
A giugno 1942 mi presento a Saluzzo e sono stata rimandata di tre materie: italiano, storia e geografia! Però ho riparato a settembre e mi sono presa il diploma… Mentre stavamo facendo l’esame, hanno iniziato a bombardare… dei Piper sfioravano i camini…Non sapevo più scrivere. Avevo una paura nera… Mi sarei ficcata sotto il banco… come ero io, erano tutti. Hanno sospeso l’esame…

Domanda
Quando ha avuto i primi contatti con i partigiani?

Airaudo
Cessato l’allarme, era oltre mezzogiorno, scendo a prendere la ‘corriera’, ad un certo momento, vedo davanti a me una ‘signorina’, con una borsetta ficcata sotto l’ascella. Mi dico: “Come porta male la borsetta, quella signorina…!” Comincio a guardarla: aveva due polpacci enormi e mi chiedo: “Come farà una signorina ad avere dei polpacci così grossi?!” Mi avvicino e incomincio a guardare: aveva pori della pelle profondissimi. “Non è una ragazza! – mi dico – E’ un uomo!” Guardo dove va. Sale sulla corriera dove dovevo salire anch’io. Gli vado vicino. Voglio sapere. Come fare a far parlare ‘quella signorina’, che aveva i guanti, una crocettina al collo, un fazzoletto alla testa… era una meraviglia come presenza, ma c’erano dei ‘segni’ che lasciavano il dubbio… Io fumavo perché avevo fame… avevo le sigarette… le tiro fuori e mi dico “… se è un uomo, riesco a farlo fumare!”. Così ho fatto.
‘Questa signorina’ ha accettato la sigaretta. “Attenzione che brucia i guanti!”. Vistosi scoperto, ha detto di essere un militare in arrivo dalla Francia… Sulla corriera erano in cinque: lui era vestito da signorina; un altro, più grassottello, era vestito da signora con cappello e veletta; due erano vestiti da sacerdote e uno da frate. I due sacerdoti ‘sgranellavano’ un rosario: avevano una coroncina in mano; il frate leggeva un breviario. I due sacerdoti sono scesi al ponte del Po; il prete al bivio di Cardè e gli altri due sono rimasti sul pullman e ho detto di scendere prima di Cavour, dove c’era il posto di blocco. Perquisivano tutti, chiedevano i documenti a tutti… Quello è il mio primo incontro diretto con gli uomini sbandati dell’VIII^ armata che erano in Francia e sono stati abbandonati da Umberto II, che se ne è andato ad Alessandria d’Egitto per salvare la vita, perché ha visto che purtroppo la nostra situazione era grave… paura di morire… se ne è andato.

Domanda
Quale data ritiene significativa?

Airaudo
Il 25 luglio 1943 c’è stata la caduta del fascismo, Mussolini 6arrestato. E’ stato un periodo molto triste e molto brutto; anche gli storici hanno delle difficoltà nello scrivere questa grande pagina dei 18 mesi di guerra partigiana.
Io dico sempre fra me e me e con chi parlo di questo che se non ci fossero stati i partigiani… Cosa sarebbe stato della nostra Italia? Occupata dai tedeschi e dagli anglo-americani. Se vincevano i tedeschi, saremmo stati una colonia tedesca; se vincevano gli Americani, saremmo stati una colonia anglo-americana… Invece, al trattato di pace dopo il 1947, cosa hanno portato per riconoscimento della nostra nazione? La guerra di liberazione. Nient’altro, perché tutte le altre guerre sono state di aggressione, nelle quali i nostri soldati andavano ad aggredire gli altri… Purtroppo la situazione era molto triste. La guerra di Liberazione è stata una guerra di popolo per liberarci, per toglierci dai piedi i tedeschi, perché i tedeschi hanno occupato l’Italia, hanno liberato Mussolini da prigioniero, i fascisti hanno formato la Repubblica di Salò, ma purtroppo sono stati obbligati a essere al servizio e alle dipendenze dei tedeschi… La guerra di liberazione ha dato la possibilità di avere la nostra piccola nazione… sarà piccola, avrà mille difetti… ma abbiamo un’indipendenza e si è costruita una pace che dura da cinquant’anni.
Prima… nel 1911, mio padre era nella guerra di Tripoli. E’ tornato da quella guerra dove ha combattuto un popolo inerme che non aveva nulla con cui difendersi… L’ha raccontato tante volte che veniva una massa di popolo contro di loro, gente armata con cosa avevano… era poco, ma avevano ‘un’arma’ e diceva che sparare lì dentro, contro uomini, donne, bambini e vecchi che non potevano più trascinarsi… mio padre in quel momento ha odiato così tanto la guerra che, quando è tornato da questa guerra della Libia, è andato a Cuneo, al distretto militare, dove gli hanno consegnato il congedo illimitato. Ha preso il trenino da Cuneo fino a Barge, da Barge è venuto a Bagnolo a piedi… arrivato a Bagnolo, prima di andare da sua mamma, è andato in Municipio a chiedere il passaporto per andare all’estero, perché lui aveva visto che là iniziavano già a prepararli per una nuova guerra. Lui diceva: “Non voglio più fare la guerra! Perché è la cosa più brutta di questo mondo”. Ha preso questo passaporto, tre giorni dopo l’aveva, è partito: è andato in Argentina… su un altro continente, per non dover più fare la guerra. E quando è rientrato nel 1921, in Italia, finita la prima guerra mondiale: era un renitente, deferito al tribunale militare speciale e… cosa ha fatto? Doveva essere incarcerato e fucilato, poi hanno tramutato la pena: ha pagato la guerra in oro. Non mi ricordo cosa ha pagato in oro, ma ha pagato la guerra in oro. E ci ha sempre indirizzati contro la guerra, perché è stata la cosa più brutta allora… poi è proseguita e… noi siamo andati fin quando l’abbiamo avuta in casa. In casa è stata una cosa tremenda.
Adesso si parla anche di ‘guerra civile’, ma non è stata una guerra civile nel modo più assoluto e per tanti punti… ma il punto principale, e l’ho detto anche in certi momenti con il Prof. Della Valle, che è uno storiografo che va per la maggiore in Italia, eravamo a Villafranca, a una serata dove c’erano centinaia di persone e lui seguitava a dire: ‘Guerra civile… guerra civile…’. Cribbio! Non è stata guerra civile. Ho chiesto la parola: Dico solo quattro cose. Il 30 dicembre 1943 sono arrivati a casa mia; hanno ammazzato, bruciato, rubato… ne hanno fatte di tutte le specie quei militari e… flic, flac, flac… non capivo una parola. Non erano i miei fratelli, per cui non è stata guerra civile. Erano tedeschi. Con tutte le barbarie che hanno fatto: hanno ammazzato 13 persone quel mattino attorno a casa mia… su 13 c’erano 3 ciechi da un occhio… Che male faceva quella gente? Uno di questi ciechi è stato ferito al mattino, verso le 10: ha sempre girato sul posto dove era caduto… poi i tedeschi sono andati via… sono venuti a prenderlo i contadini e l’hanno portato in una stalla. Poi sono venuti a chiamare mia zia, la mamma, per andare da suo figlio: non se l’è sentita di andare e io le ho detto: ‘Vado io, sta’ tranquilla!’… Avevo anche un po’ di coraggio, dico la verità. ‘Vado io’. Sono andata lì. Questo povero uomo, quando chiudeva le mani, sembrava che le unghie entrassero tutte nella mano, dal male che aveva… Quando incominciava a stendere le dita, sembrava che le falangi si staccassero… Aveva un pezzo di budello che fuoriusciva… Come metteva qualcosa in bocca, usciva da quel budello lì, che veniva fuori dallo stomaco. Non so quale ‘pezzo’ fosse che usciva così…
Una pallottola gli aveva portato via le sopracciglia… faceva un solco qui sopra… era tutto sanguinante. Gli ho tolto le scarpe: dal piede sinistro, dal calcagno è caduta la pallottola nelle foglie… perché lo hanno portato in una stalla: non c’erano altre soluzioni di portarlo dentro… è caduta la pallottola che gli aveva fatto un buco così… proprio nel fondo del calcagno. Chissà quanto male aveva… E mi ha sempre detto di non lasciarlo morire, per carità! Voleva vivere, aveva trent’anni, aveva ragione. Ma cosa fare? Non si poteva portare da nessuna parte, perché non c’erano mezzi, non c’era niente… C’erano tutte case che bruciavano… C’era una nebbia fitta che non si vedeva a due metri di distanza… Un’aria irrespirabile dall’odore di bruciato, di fieno, di foglie, di tessuti, di mobili… insomma, di tutto. Perché le case seguitavano a bruciare.
Io sono andata… sono cattolica…a chiamare il parroco di Villar Bagnolo, perché venisse un momento e lui, da dietro la porta, mi dice: ’Chi è?’. ‘Sono Maria Airaudo’. ‘Cosa vuoi?’. Dico: ’C’è Pico Matteo, mio cugino, che è ferito gravemente e sta per morire… Venga un momento…’. ‘Non vado mica a farmi ammazzare!’, mi risponde. Allora, cosa dire a quell’uomo? Gli ho detto: ’Non mi hanno ammazzata. Io sono qui. Per la strada non c’è altro che morti. Ce n’è un mucchio: … 5 a San Rocco… un altro più in giù, Fassetta Augusto… un altro più giù, Manavella Franco, che era così contro il cancello… Ci sono morti, gente che si dispera, case che bruciano… Cosa vuol fare? Se vuol venire, viene; se non vuol venire, faccia come vuole…’. Mi ha aperto la porta ed è partito. … E poi non ha più voluto che lo riaccompagnassi a casa. E’ andato poi da solo. E’ stata una cosa tremenda. …
Ho avuto tanto coraggio, perché bisogna averne. Due o tre anni fa, non ricordo bene, una domenica arrivo a casa e mio fratello, lo zio di Fabrizio, mi dice: ‘Sei sempre in giro…Ti hanno cercata da Napoli’. ‘Ah, sì! Se sono di buona famiglia, si rifaranno vivi’. ‘Alla sera, sento squillare il telefono… ‘Prova a dire chi sono…’. Mi sono ricordata che a Napoli c’era una staffetta, che era andata lì, una ragazza di Bagnolo Piemonte, di nome Amalia. ‘Tu sei Amalia!’. ‘Come hai fatto a conoscermi?’. ‘Guarda che non hai cambiato la voce…’ Dopo cinquant’anni ci risentivamo… Chiacchieriamo per un po’ e dico: ’Guarda che ti fa tanti scatti…’ ‘Non preoccuparti! Sono io che ti ho chiamata… e ti ho trovata! Per fortuna e adesso possiamo parlare. Ho tre figli maschi e dico sempre che tu mi hai aiutata a salvare il papà…’. Suo marito, che allora non era ancora tale. ‘Non mi ricordo’ ‘Il giorno dell’Ascensione, a Bagnolo Piemonte, come a Luserna e a Barge… Era di giovedì… mi pare fosse il 15 di maggio… Alla vigilia, a San Grato di Barge, erano scesi i partigiani e avevano preso in ostaggio tre ufficiali tedeschi con la macchina e li avevano portati al Distretto, …’ Perché avevano fatto questo? Per ottenere uno scambio dei partigiani nostri compagni, che erano nelle celle di Torino, o in via Asti o in Corso Vittorio Emanuele… perché erano questi i posti dove li portavano. Si vede che i tedeschi erano tre ufficiali di una certa importanza…
Cosa hanno fatto i tedeschi il giorno dell’Ascensione? Sono arrivati in tutti i paesi: Bagnolo, Barge, Bibiana, Crissolo, Luserna San Giovanni, Campiglione Fenile, Bricherasio, Cavour, Villafranca, Moretta, Saluzzo… Non ricordo più quanti erano i paesi. Hanno raccolto tutta la popolazione che sono riusciti a raccogliere e portati come ostaggi nelle scuole e dove sono riusciti a portarli e a chiuderli e se non rilasciavano in libertà questi tre ufficiali tedeschi, avrebbero ammazzata tutta questa gente. Io in quel momento… mia mamma era la bidella di Villar Bagnolo… arrivano per far aprire le scuole per mettere questi ostaggi e mia mamma mi dice: ’Fammi il piacere, vai tu ad aprire la scuola!…’ Aveva tanta paura, perché sparavano da tutte le parti. C’era da avere paura. Parto e vado ad aprire la scuola, consegno le chiavi a questi tedeschi e torno a casa. Mi vesto e parto. Vado a Bagnolo Piemonte per vedere cosa si sapeva, le notizie… Questo era il compito della staffetta: indagare, senza lasciarsi scorgere, senza lasciare capire cosa si stesse facendo.
Vado sulla piazza e trovo questa staffetta Amalia. Come mi vede dice: ‘Maria, fammi il piacere, porta via questo ragazzo – di cui non ricordo il nome di battaglia – lo hanno preso in ostaggio, lì al Caffè Persico…’ Era armato, aveva la pistola in tasca! ‘Portaglielo via!’ Ma come si fa a portare via dalle mani dei tedeschi un uomo in quelle condizioni? Però questa ragazza era furba e bella. Nella vita bisogna sempre pensare come fare per risolvere le questioni. Era furba e bella. Le ho detto: ’Te la senti di trattenere il corpo di guardia?’ Lei mi dice: ’Sì, andiamo!’ Siamo entrate in questo bar; abbiamo iniziato a fare le ‘sceme’, perché avevamo solo quella soluzione lì. Abbiamo iniziato a ‘fare le sceme’; abbiamo ordinato un caffè… che non so che caffè fosse; … e lei faceva la scema più di me… Ad un certo punto, quel militare che era lì di guardia, si è perso dietro a guardare questa ragazza. Come si distrae dietro di lei, io prendo lui dalla cucina… e via! Siamo usciti nel cortile: conoscevo molto bene la posizione, conoscevo tutto… Abbiamo saltato una rete metallica alta un metro… allora ero abbastanza svelta; siamo andati verso un mulino e, quando siamo arrivati, lui se ne è andato per conto suo e io per conto mio. Sono andata a prendermi la bicicletta che avevo lasciato sulla piazza, sono tornata a casa… allora avevo i capelli lunghi come i tuoi e facevo i ‘canelon’, avevo i ‘canelon’ biondi e lunghi… non ero bianca così. Ho tirato su i capelli, mi sono fatta due trecce legate sulla testa, mi sono pitturata tutta di rosso, ho cambiato i vestiti, ho cambiato la bicicletta… Sono ripartita. Non ero più quella di prima, ero già tutta un’altra persona. Guai se mi avessero riconosciuta. C’era da lasciarci la pelle. Non mi sarei mai ricordata di aver portato via quell’uomo.
Le azioni che si facevano allora erano altro che rischiose, erano altro che pericolose… La staffetta doveva partire e andare in mezzo ai tedeschi e doveva arrivare dove si doveva arrivare… era pericolosissimo, era un compito difficile, direi quasi più pericoloso dei partigiani che erano in montagna, perché in montagna scappavano, avevano un’arma in mano; invece chi era in mezzo ai tedeschi non aveva armi, aveva solo una capacità di difendersi, se riusciva, quando riusciva
Vi racconto qualche cosa di più. Un giorno avevamo la riunione delle staffette a Torino in via San Domenico. Era verso l’autunno del ’44. Dovevamo essere in cinque in quel momento. Dovevamo riunirci per lo scambio degli ordini. Una staffetta non arrivava. ‘La Lina non arriva. Come mai?’ Preoccupati, eppure dovevamo fare in fretta. Dopo venti minuti di ritardo, se ne arriva in via San Domenico trafelata… ‘Cosa ti è successo?’ Era andata in bicicletta fino a Stupinigi, poi aveva preso un tram da Stupinigi che andava verso il centro. Ad un certo momento si è sentita alle spalle qualcuno che la osservava, una spia…Come fare per salvarsi? Cosa ha fatto? Ad un certo momento ha aperto lo sportello… allora non era automatico come oggi… l’apertura era libera. Ha aperto lo sportello ed è saltata giù dal tram in corsa. E quello lì non ne ha avuto il coraggio e l’ha lasciata andare. Si è salvata in quel modo. E’ arrivata dopo venti minuti, ma è arrivata. Bisognava trovare il modo di salvarsi, ecco…
Ho avuto pochi compiti, il mio compito era solo quello di arrivare a Torre Pellice al bar Italia, dove facevamo gli scambi, perché io facevo parte dei garibaldini della Val Luserna e Montoso; mentre per Angrogna era Giustizia e Libertà, un’altra formazione. Perché le formazioni partigiane erano quattro: c’erano i garibaldini, Giustizia e Libertà, Autonomi e Matteotti. E le quattro formazioni principali sono state queste e dove ad un certo momento, prima della Liberazione, prima dell’insurrezione di Torino, si sono unite ed hanno costituito un’unica forza che è stata chiamata l’ottava zona, però questo era già avvenuto nelle Langhe… … della Val d’Angrogna ho poche conoscenze, ho poco a che fare, perché al di fuori di questi avvenimenti poche cose… nella resistenza conoscevo molti partigiani…
Cosa c’è stato con la Val Pellice, ad esempio un momento molto importante per la Val Pellice ed anche per Angrogna è stato… al ponte di Bibiana avevano posto il blocco i tedeschi e non passavano più né alimenti, né medicinali, né nulla… Come fare ad alimentare la popolazione della Val Pellice, della Val Luserna, della Val d’Angrogna? Questo stesso blocco era stato posto alla Val Po e alla Val Varaita. Prendevano la zona per la fame. Partigiani, civili, tutti insieme. Perché la guerra di Liberazione non è stata una guerra come tutte le altre: è stata una guerra di popolo. Ad ogni modo, cosa si è studiato di fare? Attraverso la strada delle cave di Bagnolo Piemonte, che sale al Montoso e va su alle cave, che è sempre stata libera, i garibaldini scendevano con i camion dal ‘Bric di Vot’, da un punto sopra Montoso; scendevano in pianura, andavano a fare ‘rifornimenti’ di grano, di pasta, di cosa si voleva… di cosa si trovava, perché cosa si voleva, era un’altra faccenda… Cosa si poteva avere lo portavano alle cave di Montoso. Di lì, sulle spalle, i partigiani di GL riuscivano a portare gli alimenti in Val Pellice, in Val d’Angrogna, ad alimentare la popolazione e ad alimentare se stessi. In quel modo si è reso inutile quel posto di blocco messo alle Valli, che sono state liberate
C’è stato un periodo in cui certe zone erano dette ‘zone libere’, cioè ‘libere dal tedesco’, dove non c’erano più possibilità per i tedeschi di arrivare, se non con un rastrellamento come quello del 21 marzo 1944… a Pontevecchio hanno combattuto i Garibaldini contro i tedeschi e hanno dovuto ritirarsi… Il partigiano non aveva possibilità: gli mancava tutto. Il suo ruolo era di assalto, di disturbo, di azioni continue… però i partigiani hanno impegnato otto divisioni di tedeschi, tolte dal fronte contro gli Anglo-Americani, ed erano tante…
Io sono della classe 1924 e questa classe è stata la prima che è stata chiamata dalla repubblica Sociale a presentarsi come servizio militare allo stato, che era ‘fittizio’, ma c’era… Qualcuno ha risposto. E’ stata una scelta. Il vivere in montagna, senza niente, era una scelta, perché andare in una caserma dove si trovavano un letto per dormire, un tavolo dove mangiare con gli alimenti pronti, di che calzarsi, vestirsi… e ancora pagati; invece scegliere di salire in montagna… non sapere dove andare a dormire, né come vestirsi, né cosa mangiare, né niente… Purtroppo dopo 15 giorni che erano in montagna erano pieni di pidocchi… perché non avevano molte possibilità di lavarsi, né di cambiarsi, né di niente… quanti pidocchi si sono fatti cuocere nelle famiglie di questi ragazzi per pulire gli abiti… quanta scabbia avevano questi ragazzi… ecco…
Ho avuto contatti anche con Lombardini, quando lui all’inizio era a Barge con Geymonat… e c’era Barbato… iniziavano a organizzare questa nuova forma di lotta, perché l’inizio è stato anche molto difficile. E’ stata un’organizzazione fatta di volontari, di persone fra cui pochi militari e tanti proprio ‘innocenti’, non preparati, né a combattere, né a niente… e poi è stata una lotta molto diversa rispetto a quelle di difesa…
Io sono stata ferita durante la guerra… e molto malamente… Faccio parte dell’Associazione Mutilati ed Invalidi di guerra di Torre Pellice. Ogni anno cerchiamo di fare qualche cosa per i mutilati ed invalidi di guerra che non riescono più ad uscire di casa per l’età, per cattive condizioni di salute, perché… a chi manca un braccio, a chi un occhio…a chi una gamba… o altre infermità, perché purtroppo sono ‘residui’ di guerra questa gente… Come lo sono anch’io del resto… Non mi voglio togliere di mezzo… Siamo così e vogliamo andare avanti così… Ogni anno per Pasqua e per Natale cerchiamo di visitare coloro che non possono più uscire di casa. Non abbiamo soldi da spendere, ma andare a mani vuote a trovarli… Sembra un po’ pochino… Ogni volta cerchiamo di portare qualche cosa. Avevo un’autorizzazione per andare alla Caffarel a comperare ‘roba di svendita’: caramelle, cioccolatini… questa autorizzazione era scaduta. Ho fatto domanda di rinnovo e nessuno mi ha risposto…
Un po’ di tempo fa, telefono per andare a prendere qualche cosa prima di Pasqua. Mi hanno detto che avevo l’autorizzazione scaduta e allora ho risposto che mi sarei rivolta altrove, perché noi non lasciamo le cose da fare… Naturalmente se non potevamo portare prodotti locali, avremmo portato altro… Per farla breve, ad un certo momento ho detto: “Guardate, tagliamo corto!” I più giovani della seconda guerra mondiale… io faccio già parte di quelli più giovani, ma ce ne sono ancora di più giovani, come Renzo Sereno che è del 1926, ma anche lui ha 71 anni… Nessuno di noi è più giovane. Tra poco non avrete nessun problema… Nessuno vi chiederà più niente… La legge di natura elimina tutto… tutto fatto! Non abbiate paura, perché non portiamo via niente, perché l’età è quella…
Sono passati cinquant’anni dalla fine della guerra, da quel famoso 25 Aprile 1945, giorno di Liberazione… Anche l’insurrezione di Torino è interessantissima… Ho iniziato una descrizione su ‘Barbato’, uno dei comandanti della VIII^ Zona, denominato ‘artefice dell’insurrezione’… Come è avvenuta? Il 25 Aprile 1945 alle ore 21 c’è stato un ordine di sospensione dell’insurrezione… Pensate solo! Un tradimento a quell’ora, che si manifestò falso il 26, il giorno dopo… Però per 15 ore hanno combattuto a loro rischio e pericolo, perché un’insurrezione di quella portata non era facile, portarla avanti… Queste cose si devono sapere. Guardate si dice…, si dice…io ho parlato già del 21 marzo 1944 a Pontevecchio… quando c’è stata la battaglia… non si fa una manifestazione solo per celebrare, ma per portare i giovani a conoscenza di questi fatti.
Il 22 marzo 1944, i partigiani della Val Luserna, che erano garibaldini, alla Galiverga avevano 15 prigionieri. Pensavano di fare il cambio con i partigiani prigionieri dei nazifascisti. Si sono resi conto di non farcela a resistere ai nazifascisti durante il rastrellamento, perché non erano attrezzati, né come armamento, né come niente e dovevano retrocedere e scappare. Allora… Cosa fare di questi prigionieri che avevano alla Galiverga? Hanno fatto una riunione di capi e, di comune accordo, si sono chiesti:’ Cosa ne facciamo di questi tedeschi? Ci hanno fatto del male?’ La risposta è stata no e quindi hanno deciso, visto che il loro scopo di scambio non era attuabile, di lasciarli liberi. Gli hanno dato la libertà. Ma i tedeschi, che hanno fatto prigionieri 40 partigiani sul versante di Rumella, non ne hanno lasciato libero nemmeno uno. Guardate la differenza! Li hanno portati nella caserma Pettinati, gliene hanno fatte di tutti i colori, li hanno torturati… Tra gli altri c’era Artom, di cui non si è neppure più trovato il corpo. Era un giovane uomo di circa 40 anni, mingherlino, un notevole studioso. Lo hanno dileggiato: lo hanno addirittura caricato su un asino e lo hanno fatto passeggiare per Luserna. Lo mettevano nell’acqua calda e poi nell’acqua fredda… Gliene hanno fatte di tutte le specie. E’ sparito! Nemmeno il corpo è stato ritrovato. Ecco la differenza tra cos’erano i partigiani e cos’erano i tedeschi ed i fascisti, che erano servitori dei nazisti.

Domanda
Quali vantaggi e quali svantaggi nell’essere donna?

Airaudo
Non c’era differenza dagli uomini. C’era un vantaggio perché si passava inosservate e c’era uno svantaggio che, se non si aveva sufficiente coraggio, era inutile partire, perché si finiva solo malamente. Bisognava avere sangue freddo… e mai pensare ad altro se non a quello che serviva sul momento. Bisognava trovare sempre una soluzione. Senza possibilità di consiglio e di direttive. Bisognava stare molto attenti a tutti quelli che si aveva vicino. Cosa alla quale ho fatto tanto l’abitudine in 18 mesi che ancora oggi diffido da persone delle quali proprio non dovrei diffidare, eppure… E’ bello fidarsi, ma di chi si può… altrimenti come vi ho detto di quella staffetta che si è accorta di avere alle spalle un delatore fascista… non era facile! Erano tempi brutti, ma non sono cambiate per alcuni le cose.
Mi hanno fatta andare nel dopoguerra molte volte alla visita all’Ospedale militare di Torino. Un colonnello medico, sapete che cosa mi dice, mentre sono sdraiata sul lettino per la visita? ‘Peccato che non ti abbiano ammazzata!’ Cosa avreste risposto voi? Io, provata come sono stata dalla guerra gli ho detto: ‘Brutto bastardo! Lei è un fallito nella vita civile, altrimenti non sarebbe qui a vivere alle spalle di noi mutilati di guerra! Poteva dire tutto come medico, ma non come politico! E la politica, dal giorno in cui si è fatta una scelta, è stata la prima cosa da fare. Stare attenti, perché non tutti la pensano nello stesso modo. Oggi si parla di riappacificazione, ma non abbiamo nulla da riappacificare con nessuno, perché la Costituzione promulgata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1 gennaio 1948, all’articolo 3 ha ‘perdonato’ tutti. Siamo ‘tutti uguali’, ed è giusto che sia così! Un colonnello medico, in quel momento, viene a dirmi una cosa così? … E no! Eppure io, oggi come oggi, se devo andare da un medico, la prima cosa che penso è: ‘Sarà mica un fascista? Quello mi fa un’iniezione ed ho finito di parlare!’
A Napoli, al Congresso Nazionale del giugno 1996, mi hanno derubata. E’ stata opera della microcriminalità: un ragazzino di 10 ed uno di 14 anni, mi hanno mandata all’Ospedale. Non mi sono voluta fermare. Stavo male, non respiravo, ero bianca come un cencio, perché in guerra sono stata ferita ad un polmone e così, quando mi hanno sbattuto per terra non respiravo più… Avevo sudori grossi come non so cosa… non respiravo più! Mi hanno portata per forza all’Ospedale, ma ho voluto che venisse con me un partigiano, altrimenti non ci sarei andata. In quell’Ospedale, quando sono riuscita a sedermi su un lettino, ho detto: ‘Vado via!’ Volevano ricoverarmi, mi hanno dato l’ossigeno… tante storie, ma… Mi sono tirata su e ho detto che avevo paura di incontrare un altro medico, come quel colonnello, che mi dicesse: ‘Peccato che non ti abbiano ammazzata!’
Io ho un ‘marchio’: sono una partigiana. Sono una partigiana e, purtroppo, è un marchio, nel bene e nel male! C’è chi pensa che questi partigiani hanno dato una pace che dura da cinquant’anni; un altro dice: ‘Brutti bastardi!’, perché non abbiamo seguito la linea del regime, della dittatura… Ebbene, siamo in regime di libertà ed è giusto che ciascuno la pensi come meglio crede… però, però… Stiamo attenti! Ho parlato di ‘pacificazione’: oltre la Costituzione, c’è l’amnistia di Togliatti del 1948, che ha perdonato tutti.
Uno per tutti ve lo voglio segnalare e ha operato anche qui a Luserna, quest’uomo, dal nome Novena, che a Barge e a Bagnolo ne ha fatte di tutti i colori, condannato a morte, con l’amnistia di Togliatti è stato perdonato ed ha vissuto tutta la sua vita tranquillo in Italia, come ho vissuto io e come hanno vissuto tutti gli altri. Non abbiamo nulla da riappacificare!
Un ragazzo, Renzo Cattaneo, fucilato a Moncalieri, aveva 16 anni: aveva un messaggio cifrato e non ha voluto spiegarlo… era una staffetta. A Torre Pellice, c’era una staffetta, Jenny Cardon Peyronel, che è stata uccisa… A Barge, c’era Topolino, un ragazzo: aveva una gran voglia di vivere, di ridere, ma… è stato preso a Cavour con ‘Diano’, il partigiano Vasario di Luserna San Giovanni ed ‘Etna’, ancor oggi vivente: erano tre partigiani in bicicletta. Etna è scappato alla vista di un camion di nazisti; mentre gli altri due sono stati presi ed uccisi la sera stessa. ‘Topolino’ è stato riconosciuto da uno di Paesana che, innocentemente, ha detto: ‘Ma quello è Carlo di Barge!’ Ecco… si sono fatti accompagnare a casa sua: hanno bruciato la casa, preso la mamma e la sorella e le hanno portate a Torino al Nazionale, poi alle Nuove, dove le hanno trattenute per 34 giorni. Quando sono entrate in carcere, la madre ha detto:’ Perché mi porti in Ospedale, non sono mica malata…’. Lì c’erano le suore e pensava di essere in un Ospedale… Era in carcere. Per 34 giorni hanno diviso pane e acqua con Anna Vasario, la figlia del dottore di Luserna e sorella di Diano. Sono tornati a casa dopo 34 giorni, una sera di notte. Sono arrivate a Barge: tutto era distrutto e nessuno voleva accoglierle…
Vogliono il 25 Aprile parlare di pacificazione? Non c’è niente da pacificare… E’ stata una giornata di Liberazione: ci siamo tolti i tedeschi dai piedi… e basta! E i fascisti, se sono stati servitori, volenti o nolenti, magari anche in buona fede… Non possiamo mettere tutti sullo stesso piano. No! Io non me la sento assolutamente di pensare di mettere sullo stesso piano chi ha combattuto per la nostra libertà e chi, invece, purtroppo, si è reso servitore di chi ha occupato.

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