La Commissione Regionale Piemontese per l’accertamento della qualifica di partigiano riconobbe la qualifica a Vottano Francesco (in realtà Votano) con la sua delibera 22910, e annotò: “Caduto in seguito a ferite riportate a Piobesi Torinese il 24/3/44”. L’anno non era il 1944 ma il 1945, un banale errore di battitura.

Ciccio Votano, il piccolo carrettiere calabrese che disertò per andare a fare il partigiano con Demaria e la banda G. L. di Bricherasio, morì il 25 marzo del 1945, ma non morì per ferite riportate a Piobesi il 24 marzo, anche se quel giorno effettivamente a Piobesi si combatté; fu vittima di una disgrazia, il giorno dopo. Uno di quegli incidenti che ci portano immediatamente a pensare a una morte priva di senso, che ci inducono un istintivo rifiuto; prima di considerare che non esistono morti che abbiano un senso e morti che non lo abbiano, che il combattimento non dà valore alla morte più di quanto non lo dia una malattia contratta e mal curata nelle dure condizioni di vita della guerra partigiana, o una bomba a mano lanciata nel rio per procurarsi qualche trota da mangiare, o una banale caduta in montagna durante uno spostamento. Tutte le morti hanno un senso e la loro piccola parte di gloria; o meglio, nessuna lo ha quando deriva direttamente o indirettamente da una guerra.

Comunque sia, quel 24 marzo del 1945, quando ormai i partigiani circondavano Torino e i tedeschi puntavano solo a tenersi aperte le vie di fuga verso la Germania, e i fascisti dietro di loro, la squadra di Ciccio, guidata da Giuseppe “Gege” Dovio, fu sorpresa da “una puntata di rastrellamento” congiunta di tedeschi e fascisti a Piobesi, in località Castelletto. Il grosso della squadra si salvò e salvò le armi, ma Gege fu ucciso, due partigiani, “Cesco” e Paolo Scrivano, furono fatti prigionieri e molte munizioni caddero in mano nemica. Paolo Scrivano fu anche ferito e ne riportò una mutilazione permanente.

All‘indomani, alla stessa squadra sopravvenne un incidente, la disgrazia che costò la vita a Ciccio. Fu certamente dovuta al particolare momento, alla situazione di stress; a raccontarcela è il comandante del distaccamento Romolo Stuani in un rapporto prontamente inviato a Giuseppe Cotta Morandini, commissario politico della Divisione.

“Stamattina un’altra disgrazia, a uno partivano dei colpi che scoppiavano sopra due bombe a mano; in seguito a questo restava morto Ciccio, due o tre feriti (anche una signorina della famiglia dove siamo accampati).”

Anche una signorina della famiglia dove siamo accampati… Pensiamo al dolore della famiglia, che pure ha dato ospitalità ai partigiani (non sappiamo per la verità se l’abbia fatto di buon grado o costretta dalle circostanze), e alla pena dei partigiani, che traspare dalla puntualizzazione tra parentesi.

E’ una di quelle cose che nel gergo cinico della guerre dei nostri giorni vengono chiamate “collateral damage”, danni collaterali. Oggi sono diventati l’obiettivo principale di una operazione militare, perché lo scopo è colpire la popolazione per spingere il nemico alla resa sotto la pressione del terrore e dello sterminio indiscriminato. Ma allora la distinzione tra chi la guerra la combatteva e chi non la combatteva, cioè i “civili”, valeva ancora. Anche se tedeschi e fascisti stavano ahinoi cambiando rapidamente le regole…

Rapporto di Romolo a Peppino. Istoreto, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, Fondo Roberto Malan.