di Alessandro Calleri*
(Venerdì 23 ottobre, Noto, manifestazione degli studenti medi)

Insieme alla dirigenza, vogliamo rivolgere un ringraziamento sincero anche a tutti quei professori che, pur non potendo essere qui fisicamente al nostro fianco oggi, ci appoggiano silenziosamente. Ringraziamo i docenti che comprendono le nostre motivazioni, che non banalizzano le nostre lamentele e che riconoscono la legittimità della nostra rabbia e del nostro disagio. Sapere di avere una parte del corpo docenti che capisce il nostro punto di vista ci dà la forza di andare avanti.

Siamo qui oggi non per fare della semplice protesta, ma perché non possiamo più stare in silenzio davanti a una realtà che ci sta crollando addosso, a volte in senso letterale. Siamo qui per dare voce a una frustrazione profonda, a un disagio che troppo spesso viene liquidato come svogliatezza, ma che in verità è il risultato di un abbandono istituzionale. E siamo qui, oggi, non per cercare risposte preconfezionate o rassicurazioni di circostanza. Vogliamo fare domande. Vogliamo porre quegli interrogativi scomodi che nessuno ha il coraggio di affrontare.

Guardiamoci intorno. Le nostre strutture scolastiche cadono a pezzi. Passiamo le mattine in aule dove d’inverno si gela perché i riscaldamenti non funzionano e con l’arrivo della stagione estiva si soffoca. Mancano i laboratori, le palestre sono spesso inagibili, mancano gli spazi comuni dove poter semplicemente aggregarsi, discutere, crescere. Viviamo la scuola come un luogo di transito precario, non come la seconda casa che dovrebbe essere.

I tagli alla scuola pubblica sono diventati la norma, l’istruzione è considerata un costo da ridurre e mai un investimento su cui scommettere. Ci dicono che siamo il futuro di questo Paese, ma come possiamo costruire il futuro se ci togliete le fondamenta.

Il disagio giovanile non è un’invenzione, è una ferita aperta. La scuola dovrebbe essere il primo porto sicuro, il luogo dove trovare supporto psicologico, ascolto e riscatto sociale. Invece, troppo spesso, diventa un’ulteriore fonte di stress e solitudine, lasciandoci soli a gestire un futuro che appare ogni giorno più incerto.

L’articolo 34 della Costituzione italiana parla chiaro: “La scuola è aperta a tutti”. E ancora, prescrive che i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica ha il dovere di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini.

Oggi, quegli ostacoli non vengono rimossi, vengono replicati. Quando una scuola non è sicura, quando mancano i servizi, quando il diritto allo studio diventa un lusso per chi se lo può permettere, la Costituzione viene calpestata.

Non siamo qui per chiedere favori. Siamo qui per pretendere ciò che ci spetta di diritto. Vogliamo una scuola sicura, moderna, inclusiva. Vogliamo essere ascoltati, non solo giudicati. Le nostre domande meritano di diventare l’inizio di un cambiamento reale, perché se la politica non sa darci risposte, noi continueremo a chiedere.

Riprendiamoci i nostri spazi, la nostra dignità e il nostro diritto al futuro. Perché il futuro e la scuola siamo noi.

* Alessandro (Càlleri, con l’accento sulla a) ha 17 anni, fa il quinto anno di liceo ed è probabile che finisca per studiare storia. In questa rubrica ci mette a parte di quelle che abbiamo deciso di chiamare le sue riflessioni.