di Laura Garino
Sabato 24 ottobre alle Sonagliette Luciano Boccalatte e Battista Gardoncini dialogano su due libri delle Edizione Seb27: “Perché raccontassimo” di Aldo Garino e “Un medico della Resistenza” di Simone Teich Alasia (qui la locandina).
Laura Garino, ispiratrice e curatrice della giornata, ci racconta ciò che hanno in comune i due libri. E le due storie.
L’incredibile senso di solidarietà umana
Sia Simone che Aldo decisero di rientrare in Italia. Lasciamo loro la parola per raccontare cosa avvenne al loro ritorno in valle…
Simone
Raggiunsi, secondo le indicazioni ricevute, una grangia tra la Valle di Viù e la Val d’Ala, dove si trovavano tutti i componenti del nostro Comando. Vedendo ia mia stanchezza e rendendosi conto degli enormi sforzi compiuti nei cinque giorni precedenti, il comandante Battista Gardoncini e tutti gli altri insistettero perché rimanessi almeno per la notte con loro. Tuttavia, vedendo la mia determinazione a voler raggiungere l’indomani la Val Grande, dove erano rimasti i miei quattro feriti intrasportabili, mi fecero accompagnare a Balme, all’Albergo Camussot, dove avrei potuto pernottare. Qui la lauta cena consistette in due fette di polenta scaldata alla griglia, ma ero felice al pensiero che finalmente avrei potuto togliermi i vestiti e dormire in un letto. Invece ebbi appena il tempo di sfilarmi le scarpe che il padrone dell’albergo arrivò trafelato e annunciò a me e al mio aiutante che le brigate nere stavano avvicinandosi a Balme. Avemmo appena il tempo di salire su per la montagna e di rifugiarci, poiché aveva ricominciato a piovere, sotto un grande lastrone di pietra, dove trascorremmo la notte. All’alba ci incamminammo attraverso la montagna per raggiungere Pialpetta.
Vedemmo in lontananza le formazioni fasciste che, malauguratamente e certo per qualche delazione, sarebbero arrivare di sorpresa alla grangia, dove si era rifugiato tutto il Comando delle tre vallate di Lanzo. Tutti i partigiani del Comando furono catturati. Trasferiti nelle carceri di Torino nella prima metà di ottobre, Battista Gardoncini, Pino Casana, capo della polizia partigiana nelle Valli di Lanzo, e altri componenti del Comando vennero fucilati per rappresaglia in risposta all’uccisione di militari tedeschi. In Piazza Statuto, dove avvenne la fucilazione, una lapide ricorda il loro nome, e ancora oggi, ogni volta che passo nelle vicinanze, penso che potevo esserci anche io. Qualche piccola circostanza diversa, e il mio destino sarebbe stato segnato. Pur non avendo in me alcun sottofondo di superstizione, devo ammettere che in parecchi casi una decisione presa all’improvviso, forse anche senza una valida ragione, ha cambiato radicalmente la mia vita. Anzi qualche volta me l’ha salvata, come in quest’ultimo caso quando la stanchezza e un minimo di buon senso avrebbero dovuto consigliarmi una notte di riposo. Ma mi ricordo benissimo che non ebbi un attimo di esitazione, come se avessi agito per istinto o per intuito.
Aldo
Proprio alle pendici della Rossa, in un piccolo spiazzo tra i massi, trascorremmo quella notte. Distesi uno a fianco all’altro, ricoprendoci alla meglio con l’unica coperta. Alle prime luci del giorno ci spostammo, con molta prudenza e tenendoci sul versante di là dal fiume, fino di fronte a Martassina. Qui abitava Bina, la ragazza che ci avrebbe rifornito di cibo e mantenuto i contatti. Bina ci aveva anche assicurato che ci avrebbe trovato una guida per condurci attraverso i monti della bassa valle fino alla pianura. Non si poteva sfuggire altrimenti al rastrellamento. La provinciale brulicava di fascisti giorno e notte, e tutte le altre strade di fondovalle erano ugualmente bloccate. Trovammo un anfratto ideale. Ci rintanammo sotto un masso tappezzato di muschio, ben nascosto. Dalla nostra tana, attraverso uno spiraglio tra le rocce, vedevamo un tratto della provinciale, dall’altra parte della valle. L’indomani del nostro arrivo vedemmo passare sulla strada una fila di uomini. Alcuni nel mezzo della fila avevano le mani legate dietro la schiena. Non potevamo distinguere bene per la distanza, ma certo erano fascisti che scortavano dei prigionieri. Sapemmo solo molto tempo dopo che erano Pino e Battista, e altri del comando di divisione, appena catturati al Pian della Mussa.
Una volta tornato in valle, Simone riprese la sua routine medica. Dopo la Liberazione continuò la sua attività ospedaliera. Ad un corso di aggiornamento in chirurgia a Londra si appassionò alla cura delle ustioni. Divenne ben presto una figura di spicco in questo campo, fino a fondare il Centro Grandi Ustionati al CTO di Torino.
Simone
Penso che sia giusto concludere così il racconto degli anni di guerra, come era mio proposito sin dall’inizio. Sono stati gli anni più importanti e più incisivi della mia vita, perché ho vissuto delle esperienze che non soltanto hanno lasciato in me un ricordo indelebile, ma mi hanno insegnato a conoscere e ad apprezzare le molte persone che ho incontrato in quegli anni e a disprezzarne poche.
Ho cercato con questa breve e sintetica narrazione di isolare e ricostruire dei singoli avvenimenti che sembravano di maggior rilevanza. E tra gli innumerevoli ricordi di quel periodo, uno è decisamente nitido e fortissimo: l’incredibile senso di solidarietà umana che, come un invisibile trama di sottofondo, univa la vita di chi si trovava a combattere per uno stesso, intensissimo ideale. Sono passati ormai più di sessant’anni da quando ho vissuto tutto ciò che ho descritto durante gli anni di guerra. Desidererei però aggiungere che oggi, ormai più che novantenne, posso dire di aver vissuto una vita veramente molto soddisfacente perché sono riuscito a realizzare buona parte di ciò che era nei miei pensieri, prima che iniziassi gli studi di medicina.
Aldo invece era rientrato fortunosamente a Torino: nel rientro in Italia si era ferito ad una mano, ma poiché la situazione per i feriti era ancora alquanto complicata, tra Francia e Italia, ed essendo il suo un problema di modesta entità, decise di farsi curare alle Molinette, appoggiandosi per la logistica alla fabbrica diretta dal padre Maurizio, che distava solo qualche centinaio di metri dal nosocomio. Purtroppo mentre era nascosto sopra la portineria della ditta degli agenti del Raggruppamento Anti Partigiani (R.A.P.), perquisirono i locali in cerca della cugina di Aldo, Paola, staffetta partigiana. Lei riuscì a fuggire, ma arrestarono Aldo, accusato di renitenza alla leva e sospettato di essere un partigiano, e anche suo padre che lo aveva nascosto ed era sospettato di essere uno dei capi della Resistenza a Torino. Se la cavarono per un pelo. Dopo un breve periodo di inattività entrò nei SAP (Squadre di Azione Patriottica) di Settimo Torinese, ed era lì durante la Liberazione.
Aldo
Settimo Torinese, 28 aprile
Qualcuno mi spinse verso il palco. Ero il più giovane, là sopra, e anche sicuramente il più inesperto nell’arte oratoria. E dovevo parlare a nome dei partigiani… dei vivi e dei morti… dei figli di quella gente che ora mi guardava fissa, commossa. Che certo riconosceva in me, in quel momento, un figlio.
Non avevo previsto “quella” cosa, non ero preparato, non mi ero mai trovato a dover parlare a tanta folla, a improvvisare. Mi prende una grande emozione, ma la mente è lucida. E ho inoltre un gran vantaggio: nessun partito-maestro potrà sbatacchiarmi la bacchetta sulle dita. Perciò con voce chiara e forte dico quelle cose che non sono state dette e che invece, a mio giudizio, bisogna dire. Cinque guerre in trent’anni! Rovine su rovine. Questi i frutti del sistema. Questi i risultati di certi rapporti sociali, dell’iniquità del potere asservito alle leggi del profitto. Perché la storia non abbia a ripetersi bisogna dunque rimuovere ad ogni costo le cause profonde di tante sciagure. E a tal proposito dico anche di quei fascisti così impietosamente giustiziati in quegli ultimi giorni. Spie, traditori, assassini forse. Ma comunque sempre e solo ultime rotelline del mostruoso ingranaggio. Disgraziati sgherri e nient’altro, ben più in là, ben più in su occorre cercare i veri responsabili. La guerra è finita, dico agli operai, ai lavandai, alle donne, ai vecchi e ai giovani di Settimo. Ma bisogna lottare ora più che mai. E non solo per estirpare alla radice la mala pianta fascista, ma anche per rimuovere quegli ostacoli che ancora si frapporranno a un totale rinnovamento della società. Solo così, su nuove e più valide fondamenta, si potrà costruire un nuovo modello di vita in cui giustizia, libertà e democrazia non siano vane parole. Gli inauditi sacrifici e iniqui dolori del passato non sarebbero stati del tutto vani se solo si potesse costruire un mondo migliore. O che si potesse perlomeno sperare, illuderci di costruirlo. Nel sogno di un futuro meno gramo ridavo fiducia agli animi delusi. così, senza averne il preciso proposito, anzi con meraviglia, trovai istintiva risonanza tra le mie parole, semplici e disadorne, e i sentimenti di chi mi ascoltava, interpretando inconsciamente il loro bisogno di credere ad ogni costo in un avvenire migliore. Anche se si trattava di un avvenire ipotetico, ma rendeva meno intollerabile la pena del vivere. perché io stesso avevo bisogno, con tutte le mie forze, quel bisogno di illudermi, di credere.
Simone Teich Alasia e Aldo Garino in compagnia di una signora – la moglie di Alasia? Una collega? – a Londra, 1948.



