di Laura Garino

Sabato 24 ottobre alle Sonagliette Luciano Boccalatte e Battista Gardoncini dialogano su due libri delle Edizione Seb27: “Perché raccontassimo” di Aldo Garino e “Un medico della Resistenza” di Simone Teich Alasia (qui la locandina).
Laura Garino, ispiratrice e curatrice della giornata, ci racconta ciò che hanno in comune i due libri. E le due storie.

Simone e Aldo, i due protagonisti

Nato a Budapest nel 1915 in una famiglia di commercianti, Simone Teich Alasia si era iscritto a ingegneria tessile secondo i desideri dello zio per portare avanti l’azienda di famiglia. Si mise però in urto con il direttore del corso per aver partecipato a una riunione di operai organizzata dal partito socialista: costui gli disse chiaro e tondo che non voleva aver nulla a che fare con i comunisti. Seguì dunque la propria vera vocazione e si iscrisse a medicina, trasferendosi in italia per le agevolazioni nelle tasse universitarie offerte agli studenti stranieri. Pensava di rientrare in patria dopo la laurea, ma conobbe Anita, che sarebbe diventata sua moglie, e rimase a Torino. Diede l’ultimo esame del corso di laurea il 6 giugno 1940, lo stesso giorno dell’entrata in guerra… Così lo racconta.

Simone

Ritorno a quel lontano 10 giugno 1940. Avevo sostenuto l’ultimo esame alla clinica Medica dell’ospedale Molinette. Era un afoso, opprimente pomeriggio di sole. intorno a me, fra la gente, era palese un atmosfera insolita, quasi di febbrile attesa. Benito Mussolini, il Duce, stava per lanciare un proclama al popolo italiano. Alle ore 16 l’attesa si trasformò in tragica certezza. L’italia sarebbe entrata in guerra a fianco della Germania di Hitler contro la Francia e l’Inghilterra. il dado era tratto. L’avvenimento non giungeva inatteso, da tempo lo si fiutava nell’aria. il destino dell’Europa, lo sentivamo tutti, stava per cambiare. Ma quale destino? Nel mio intimo non potevo accettare l’idea di una Germania vittoriosa, di quella Germania che aveva già invaso la Polonia, compiendo spaventose distruzioni e atrocità sull’intera popolazione. Lo ricordo bene, quel pomeriggio. Vagavo per le vie di Torino, che sembravano brulicare di ansiosa inquietudine, oppresso da un profondo senso di angoscia, pensando al mio futuro. Ero pienamente conscio che in un mondo dominato da una dittatura, che si sarebbe poi rivelata più spaventosa di quanto si potesse immaginare, non ci sarebbe stato posto per me.

Nato a Torino nel 1924 in una famiglia operaia, Aldo Garino fu convinto dal padre ad iscriversi a medicina perché così non avrebbe avuto padroni. Suo padre Maurizio, anarchico, aveva lavorato a lungo sotto padrone, e mal sopportando tale situazione aveva fondato una cooperativa con altri operai modellisti, proprio per dover rispondere solo a se stesso. Quindi, nonostante le perplessità (secondo lui non avrebbe avuto un solo padrone ma tanti quanti sarebbero stati i suoi pazienti), dopo aver conseguito il diploma si iscrisse a medicina. Questo però avvenne dopo l’entrata in guerra dell’Italia e i primi tre disastrosi anni di guerra… Ecco i suoi ricordi.

Aldo

L’Italia fascista e imperiale dunque entrava in guerra a fianco della Germania hitleriana.
La ben nota pugnalata alla Francia, l’Inghilterra in ginocchio, qualche settimana di guerra lampo cui sarebbero seguite l’immancabile vittoria e la spartizione di un pingue bottino. Una cosetta da nulla, come avemmo modo di constatare in seguito. Nel clima di un ottimismo euforico e generale, ben orchestrato dalla propaganda di regime, i bastian contrario erano pochi. Tra essi, naturalmente, mio padre. Era convinto che la guerra sarebbe durata ben più a lungo ed era convinto che alla fine i nazifascisti non l’avrebbero spuntata. Ma tranquillizzava mia madre, preoccupata per me: “Ha solo quindici anni. Prima che riceva la chiamata alle armi il fascismo sarà caduto come una mela marcia!”. La previsione era esatta, ma non poteva immaginare che dopo il 25 luglio 1943, destituzione di Mussolini, avremmo avuto ancora due anni di sanguinosa lotta partigiana.

Simone discusse la tesi di laurea il 13 giugno 1940. Sapendo di essere cercato dalla polizia in quanto ebreo e antifascista, aveva lasciato casa sua e si era trasferito dai figli del professor Levi. Ciò nonostante venne arrestato e internato prima a Montechiarugolo, poi a Civitella del Tronto. Qui riuscì a ottenere una licenza di sei mesi per dare l’esame di stato. Licenza che venne prorogata più volte con diverse motivazioni: di studio, di salute… Non poteva esercitare la professione in quanto ebreo, ma riusci comunque, con il falso nome di Tullio Salvi, a lavorare all’ospedale San Vito. Si era procurato, per sicurezza, la chiave di un cancelletto che dal giardino dell’ospedale portava fuori, su una strada secondaria….

Simone

L’8 settembre e i giorni successivi rimangono nella mia mente tra i più tristi che abbia mai vissuto. Ci si rese conto che i comandi militari ormai ovunque erano inesistenti, perché dagli alti comandi non erano pervenute disposizioni da prendere. Si assisteva a un quadro veramente desolante. Ovunque si vedevano soldati sbandati che cercavano di abbandonare la divisa e procurarsi degli abiti civili. Il l0 settembre Torino era praticamente occupata. Dal 9 settembre per la paura di qualche brutta sorpresa da parte dei tedeschi non avevo più fatto ritorno a casa e mi ero trasferito all’ospedale con falso nome e falsi documenti. Il 4 maggio del 1944 notai una macchina con delle ss; tuttavia non pensai che potessero cercare me. Si trattava di due uomini vestiti in abiti borghesi, che chiesero al portiere dove potesse trovarsi il dottor Salvi. Ero a pochi passi di distanza. Sentii l’imminente pericolo, ma per fortuna riuscii a mantenere la calma. Uno era tedesco, l’altro era italiano e fungeva da interprete. A costui risposi di non conoscere il tedesco e questa affermazione fu forse la mia salvezza. infatti, dopo esserci appartati in una stanza vuota, mi chiesero i documenti che io consegnai. Il colloquio si svolse naturalmente tramite l’interprete, ma avendo la possibilità di comprendere le domande in tedesco, avevo sempre un attimo di tempo per pensare alla risposta. improvvisamente, il tedesco chiese all’interprete di dirmi che i documenti erano falsi. Poi mi invitò a seguirlo all’Hotel Nazionale, quartiere generale delle SS, da dove probabilmente non sarei più uscito in posizione verticale. A quel punto chiesi di poter andare a prendere la giacca, ma essi mi seguirono a distanza di tre o quattro metri. Per mia fortuna non persi il sangue freddo. Entrato nella stanza dove si trovava la mia giacca, da una porticina laterale riuscii a scappare nel giardino. Quando non mi videro tornare indietro, i due nazifascisti diventarono realmente furibondi. Pistole alla mano, fecero bloccare tutte le uscite dell’ospedale e perquisirono ogni spazio possibile, compresi i letti dei malati, che furono tutti scoperti, pensando che io mi fossi infilato in uno di essi. in quei pochi attimi potei attraversare il giardino e arrivare a una porticina da dove era possibile uscire dall’area dell’ospedale…

Dopo i primi bombardamenti su Torino la famiglia Garino sfollò, e dopo alcune mete rivelatesi inadatte giunse in Valle Angrogna. Qui era appunto Aldo l’8 settembre. Dopo aver conseguito il diploma nell’estate 1943 si era iscritto a medicina, si era procurato i libri di testo e aveva iniziato a leggerli. Ma improvvisamente la situazione precipitò, e dopo alcuni tentennamenti, e dopo il richiamo alle armi per il suo anno di leva, il 28 febbraio 1944 si unì al gruppo partigiano del Bagnòou, al comando di Poluccio Favout, dove fece la conoscenza di Jacopo Lombardini e Emanuele Artom.

Aldo

Il 10 settembre, di buon mattino, ci piombò inaspettatamente in casa mio cugino Renato che da pochi giorni era in servizio di leva alla caserma Pettinati, agli Airali di Luserna. Ci raccontò che i graduati erano fuggiti abbandonando la truppa in balia di se stessa e con la prospettiva di un imminente arrivo dei tedeschi, che avevano già occupato Torino, e di una conseguente deportazione in massa in Germania. I militari si erano dunque sbandati e cercavano di raggiungere le loro case, mentre la popolazione aveva iniziato il saccheggio delle caserme. Io ero perplesso sul da farsi. Avrei voluto scendere subito a Luserna per rendermi conto di persona della piega presa dagli avvenimenti, ma tentennavo suggestionato dall’ingenuo ottimismo di mio cugino che continuava a ripetere che la guerra per noi era finita, finita e basta. E che era inutile e pericoloso andare a curiosare nelle caserme ormai deserte correndo il rischio di essere sorpresi dall’improvvisa irruzione dei tedeschi. Anche nei giorni seguenti me ne rimasi stranamente passivo, senza partecipare direttamente a quel tumultuoso e importante periodo del ricupero delle armi e della iniziale formazione dei primi gruppi partigiani. Lo rimpiansi in seguito, rincrescendomi amaramente di esserne rimasto tagliato fuori. Ma tant’è: andò così. La ragione fondamentale fu il mio rifiuto di accettare la cruda realtà degli eventi e l’idea che dovesse versarsi altro sangue, in una lotta fratricida che avrebbe coinvolto la popolazione. Non potevo rassegnarmi al pensiero che per mano nostra altre sofferenze e tragedie si aggiungessero alle precedenti, anche se mi pareva giusto e ineluttabile saldare una volta per tutte, definitivamente, i conti con il mostro che ci aveva trascinati alla rovina in una spirale di morte e distruzione. Verso la metà del mese venne a risolvere i miei dubbi il mio amico Fredino Balmas. Da lui seppi che le armi sottratte al saccheggio della folla erano state trasportate in luoghi sicuri e che si stava organizzando una base partigiana nei pressi della Vaccera. Vi era appunto da trasferire là una parte delle armi recuperate che erano nascoste in una baita non lontano da casa mia. Pareva che la sorte mi confermasse, in questo modo, che la Resistenza senza di me non la si poteva proprio fare: mi aggregai all’amico e insieme ad altri tre giovani di Luserna andammo al nascondiglio, ci caricammo come muli e ripartimmo di buon passo.

Dopo la fuga avventurosa Simone salì in Val di Lanzo, dove aveva contatti con il gruppo dei partigiani che in passato avevano inviato feriti all’ospedale di San Vito per le cure e per tenerli nascosti.

Simone

Raggiunsi Pessinetto, primo posto di blocco dei partigiani appartenenti alle formazioni della II Divisione Garibaldi. Qui trovai un distaccamento di polizia partigiana che controllava tutti. Del mio arrivo avevano già notizia, quindi non ebbi difficoltà. Appresi che ero stato destinato al comando della Val Grande a Pialpetta. Rimasi nelle Valli di Lanzo fino alla liberazione, nell’aprile del 1945. Quella sera sentii che qualcosa stava cambiando in me. Mi sentivo una persona libera. Per molti anni tutti i miei pensieri si erano concentrati sull’idea di come si sarebbe evoluta la struttura de1 mondo dopo la guerra. Ma dopo il mio primo impatto con le persone che incontravo, capii che in quel momento avevamo tutti un denominatore comune: combattere il nazifascismo. All’indomani il comandante della vallata mi comunicò che due giorni dopo, per il 26 giugno, sarebbe stato sferrato un attacco delle forze partigiane di tutte le Valli di Lanzo (Valle di Viù, Val d’Ala e Val Grande) contro l’insediamento dei fascisti e nazisti a Lanzo. Mi venne quindi richiesto di organizzare, nel più breve tempo possibile, almeno una struttura di rapido intervento per gli eventuali feriti. Quale responsabilità, per un giovane medico, organizzare qualcosa di più o meno efficiente in così breve tempo! Dove e come creare dal nulla una struttura sanitaria che potesse avere qualche utilità pratica? Seppi che non lontano da Pialpetta, in località chiamata Ricchiardi, c’era una scuola elementare che forse poteva prestarsi per organizzare un’assistenza sanitaria di primo intervento. in questa scuola non esisteva null’altro che cattedra, banchi e alcuni armadi che non servivano allo scopo. Riuscii tuttavia a trovare, in una ex caserma della Guardia di Frontiera a Forno Alpi Graie, una dozzina di brande, naturalmente senza materassi, cuscini, coperte e biancheria. Feci quindi portare rapidamente queste brande nella scuola, riuscendo a preparare cinque camere per gli eventuali ricoveri. Per materassi, coperte, cuscini e tutto quello che poteva servire per il pronto soccorso, feci un appello attraverso il segretario comunale alla popolazione. Ebbi una risposta così generosa che neppure nei miei sogni avrei potuto immaginare. Oltre a una enorme quantità di cuscini, materassi, biancheria, arrivò anche un quantitativo non indifferente di materiale per disinfezione ed eventuali medicazioni. Da un vecchio medico dentista sfollato in quella vallata ebbi numerosi ferri chirurgici, una maschera per narcosi, una sterilizzatrice e altre cose con le quali riuscii a impiantare una piccola camera operatoria nella scuola. così, dopo ventiquattr’ore, potei in coscienza dire di aver creato non soltanto un posto di pronto soccorso, ma addirittura un piccolo ospedale da campo in cui non solo era possibile ricoverare dei feriti, ma anche provvedere a eventuali trattamenti chirurgici. Mi sentivo di affrontare a cuor più leggero gli eventi del giorno seguente.

Aldo, in seguito al rastrellamento del marzo 1944 in val Pellice, rientrò dapprima a Settimo Torinese, dove nel frattempo era sfollato il resto della famiglia, e da qui salì in Val di Lanzo, dove avvenne il primo incontro con Simone, detto “Silvio il dottore”

Aldo

Verso la metà di luglio fui convocato al Comando di Brigata. Risalendo la provinciale verso Forno, mi incuriosì la vista di un tizio in camice bianco sull’uscio di una villetta. Lo riconobbi come uno dei miei compagni della Facoltà di medicina. Tom, che mi accompagnava con l’auto, mi chiarì che era l’assistente di Silvio, il nostro chirurgo, e la villetta era l’ospedale partigiano. Piacevolmente sorpreso, ritrovai il buon umore e giunto alla sede del comando strinsi calorosamente la mano a Pino, commissario politico della brigata, che mi abbracciò e mi disse subito che aveva voluto incontrarmi perché conosceva di fama mio padre, che stimava. Verso sera rientrammo al comando dove incontrammo Silvio, il chirurgo. Appena stempiato, capelli biondi finemente ondulati su una fronte spaziosa, occhi azzurri e lineamenti aristocratici, con un che di non “nostrano”. infatti era ungherese. Durante la conversazione animatissima che segui manifestò opinioni, se non identiche, largamente affini alle mie. Detto per inciso, da questo primo incontro nacque una di quelle amicizie destinate a durare tutta la vita. Silvio era il nome di battaglia di Simone Teich Alasia, che sarebbe diventato un chirurgo plastico di primo piano.

All’inizio del settembre 1944 le forze repubblichine e tedesche iniziarono un rastrellamento in grande stile allo scopo di occupare le Valli di Lanzo per rendere libera una eventuale ritirata dei tedeschi verso la Francia. Verso la metà del mese i comandanti delle Valli decisero di portare i loro uomini in Francia, a Lanslebourg.

Simone

Ricevemmo l’ordine di raggiungere la cittadina di Lanslebourg, superando il confine francese. Avevo, nel mio ospedale, alcuni feriti molto gravi, tanto da non poter essere trasportati in un viaggio così rischioso: si doveva attraversare la montagna con barelle piuttosto pesanti, partendo da Forno Alpi Graie. Non vi erano strade percorribili con normali mezzi di locomozione. per cui tutto si doveva svolgere a piedi. Volli tutelare il più possibile i feriti più gravi non trasportabili provvedendo a nasconderli in cantine e solai, affidandoli alle amorevoli cure della nostra preziosa e generosa maestra della scuola. i feriti più leggeri li portammo con noi. Se ripenso a quei giorni, a quell’impresa, percepisco ancora quel clima di volontà e disperazione, di angoscia e speranza, di coraggio e di estenuazione. Tre giorni interminabili, sotto una pioggia incessante, spietata, con gli abiti fradici, le difficoltà del cammino nel fango, la fame – come cibo avevamo soltanto qualche forma di formaggio per tutti – ma soprattutto quella fitta pioggia che quasi ci impediva di vedere la strada, che ci immergeva in una atmosfera irreale. Dovevamo proseguire aiutarci l’un con l’altro, pensare ai feriti, ma soprattutto non lasciarci scoraggiare e resistere alla stanchezza e alla fame. Ricordo che dopo il secondo giorno di marcia la fame cominciò veramente a martoriarci. A un certo momento trovammo in una grangia delle patate. Non avevamo la possibilità di cuocerle e le mangiammo crude. Devo dire che è stato il cibo più disgustoso che abbia mai assaggiato nella mia vita. La traversata delle montagne verso la Francia fu un’impresa veramente incredibile, oserei dire eroica. Fu necessaria una incredibile forza d’animo per potere arrivare con tutti i feriti a destinazione. Ero fermamente deciso, appena arrivati a Lanslebourg, a ritornare a Pialpetta, dove c’era il comando. Giungemmo finalmente. L’accoglienza riservataci dai partigiani francesi, i maquis, fu estremamente deludente, per non dire avvilente. Per prima cosa disarmarono tutti i nostri uomini, il che naturalmente provocò un enorme senso di ostilità e richiese un grande sforzo da parte dei nostri comandanti per evitare la ribellione o addirittura uno scontro. infine il buon senso ebbe il sopravvento e i nostri uomini poterono essere rifocillati, benché gli stessi francesi avessero gravissime difficoltà di approvvigionamento.

Aldo

Arrivammo a Pialpetta giusto in tempo per unirci agli altri in partenza per il Colle della Paglia.
Mulattiera ripida e disagevole come non ne avevo viste mai. Mi sentivo stanco morto, umiliato e incattivito. Erano con noi quattro muli belli e robusti: abbrancai la coda di quello che mi parve il più paziente e mi feci letteralmente trascinare. Quattro ore di rimorchio e strada facendo superai il mio punto critico. Lasciammo, nel tardo pomeriggio, il colle della Paglia e iniziammo sotto la pioggia la lunga traversata in alta quota. A un certo punto il comandante ordinò di lasciar liberi i muli, e allora capimmo che ci saremmo diretti al confine, che era troppo impervio per gli animali. il cammino ancora da compiere non era poco: dovevamo percorrere un ampio semicerchio sotto la giogaia di monti che segna il confine con la Francia, superando ripidi canaloni, nevai, pietraie. A un certo punto, sotto un poderoso masso dalla forma strana e inconfondibile, nascondemmo le armi. I due mitragliatori, i mitra, le bombe a mano. Qualcuno conservò la pistola. Verso mezzodì giungemmo infine all’ultimo canalone, erto e pieno di neve. Qui migliaia di partigiani arrancavano zigzagando verso il valico, mentre altri arrivavano ancora dal basso, da Forno Alpi Graie. Qua e là, in mezzo alla fila, molte barelle con feriti erano trascinate a fatica sulla pista scivolosa. Già da molto lontano si vedeva la sconcertante serpentina che rigava il candore della neve. Lo spettacolo era irreale, fantastico. Eravamo impressionati come da un evento biblico. E venne anche per noi il turno di arrampicarci per quella via da contrabbandieri. Eravamo affaticati dalle marce dei giorni precedenti, indeboliti dai tanti pasti non consumati, e l’impresa fu davvero ardua. Molti non avevano scarpe adatte alla neve e alla pendenza, e solo dopo molte tribolazioni raggiungemmo il colle. Dal lato francese l’immenso pianeggiante ghiacciaio, il Glacier des Sources de l’Arc degradava insensibilmente verso un lontano orizzonte. Eravamo talmente euforici che ci mettemmo a cantare, mentre a tutta velocità marciavamo verso una immaginaria, gigantesca, fumante zuppa che senz’altro ci aspettava in quel di Bonneval. Ma come per magia comparve una pattuglia di Maquis. Ci schierammo fronte a fronte, allineati a sbirciarci e soppesarci come due squadre di calcio prima della partita decisiva. Loro erano una dozzina, armati fino ai denti. Noi una quarantina, quasi del tutto inermi. Dopo averci osservati per benino come fossimo curiosi esemplari di una nuova, strana fauna alpina, il capo maquisard attaccò una solfa non troppo benigna. Erano venuti per fermarci. Troppi ormai i partigiani italiani che avevano valicato. Non c’era da mangiare. Non c’era da dormire. Non c’era più niente di niente, da quelle parti. Tornare indietro: allez, allez!

(In copertina: Simone Teich Alasia e Aldo Garino in compagnia di una signora – la moglie di Alasia? Una collega? – a Londra, 1948.)