Il discorso di Anna Pecoraro, ANPI di Luserna San Giovanni, in occasione della celebrazione della Liberazione a Rorà, il 25 aprile del 2026. (Qui la registrazione audio).

Il 25 Aprile del 1946 fu dichiarato festa nazionale, era il decreto del 22 aprile 1946.

Abbiamo ricevuto in eredità la memoria della Resistenza. E’ una memoria plurale: c’è la memoria pubblica, che è quella che è costruita proprio attraverso eventi di questo tipo, attraverso le celebrazioni ufficiali; c’è la memoria collettiva, che è quella che nasce dal prezioso lavoro di conservazione e di archiviazione delle testimonianze, dei documenti, delle foto, degli oggetti; c’è la memoria singola, che è quella che trasmettiamo di generazione in generazione, anche oralmente.

Ma un’eredità non è qualcosa di cui ci appropriamo. Un’eredità è qualcosa che si riceve per poi trasmetterla, e di cui avere cura.

Ma aver cura della memoria della resistenza, che cosa significa?

Non significa semplicemente dover ricordare, perché questo spetta più che altro a chi ha vissuto la Resistenza. Significa lavorare sulla memoria, conoscerla per comprenderne la complessità.

Tutte e tutti conosciamo le vicende legate alla liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e dall’occupazione tedesca, forse però conosciamo meno quale sia la storia della festa del 25 Aprile. Eppure conoscere la storia della festa del 25 Aprile ci può aiutare a capire la complessità e la conflittualità della memoria. Perché da subito se ne avverte anche nella festa la forza plurale, come un mosaico questa memoria è fatta di moltissime tessere che costituiscono un’immagine complessa.

Una complessità però che si è cercato di oscurare, di limitare, ridurre, semplificare anche nel festeggiarla. Perché? Per paura, per paura della diversità, per paura della complessità, della pluralità. Eppure la diversità e la pluralità sono elementi essenziali, positivi del fare democratico e vanno coltivati, non sono qualcosa che va tenuto sotto controllo, che va eliminato.

Con la prima festa nazionale del 25 Aprile del 1946 l’Italia vuol dare un segnale al mondo di essere antifascista, sottolineando anche una continuità retorica col Risorgimento attraverso le celebrazioni solenni e anche tantissimi festeggiamenti popolari organizzati dal Comitato di Liberazione Nazionale e dai partiti.

Ma due anni dopo, già nel 1948, vengono vietate per legge le adunanze pubbliche in uniforme e divise, comprese quelle dei partigiani, e il giornale della Democrazia Cristiana, Il Popolo, in quell’occasione esce con il titolo “Celebriamo il 25 Aprile nell’intimo dei nostri cuori, senza piazzate potenzialmente pericolose”.

E siamo nel 1948…

Per decenni si parlerà di demodossologia, che significa come influenzare le masse popolari e l’opinione pubblica, di strategia dell’attenzione, di nemico interno (era il comunismo…), fino ad arrivare agli anni di piombo, le stragi di Stato, con la Gladio e con Cosa Nostra, e anche la memoria del 25 Aprile verrà strumentalizzata, piegata e negata.

Eppure l’Italia nasce dalla Resistenza, come repubblica antifascista, di sana e robusta Costituzione. Ma la sua complessità fa paura a chi ha sete di potere. Nei decenni si parla di memoria pacificata, condivisa, riconciliata; in realtà la si vuole svuotare della sua forza, ridurre a celebrazione retorica formale, appiattirla, costretta in un preciso disegno politico.

Eppure nel 1965, il 25 aprile, Enrico Berlinguer scriveva: «A vent’anni dall’insurrezione del 25 aprile, gli ideali della lotta antifascista e della guerra di liberazione non solo restano vivi e profondamente radicati nella coscienza nazionale, ma si presentano ancora come un punto essenziale di riferimento e di ispirazione di tutte quelle forze che intendono continuare nelle odierne condizioni la lotta per il rinnovamento della nostra società, e per tanta parte di quelle stesse generazioni nuove, che pure della Resistenza non hanno fatto parte».

Pochi anni dopo, nel 1970, Sandro Pertini usava queste parole, in particolare rivolte ai giovani: «Non permetteremo mai che il popolo italiano sia ricacciato indietro, anche perché non vogliamo che le nuove generazioni debbano conoscere la nostra amara esperienza. Per le nuove generazioni, per il loro domani e il domani della patria, noi anziani ci stiamo battendo da 50 anni. Ci siamo battuti e ci battiamo perché i giovani restino uomini liberi, pronti a difendere la libertà e la non dignità. Nei giovani noi abbiamo fiducia». E questo era il 1970.

Facciamo un salto di un po’ di anni, siamo nel 1994, in quest’anno era Oscar Luigi Scalfaro Presidente della Repubblica, e per il 25 Aprile Oscar Luigi Scalfaro risponde alla lettera dei giovani di Alleanza Nazionale che invitavano alla pacificazione, e usava queste parole. E siamo nel 1994. «La storia non si può cambiare e nessuno la può mutare. La vera pacificazione non può confondere la parte giusta con quella sbagliata.”

Erano passati appena tre anni da quando il partito di Fini celebrava la marcia su Roma, in piazza Venezia, in camicia nera e saluti romani.

Con la caduta del muro di Berlino, la Seconda Repubblica, i nuovi partiti e soprattutto le nuove generazioni che non hanno vissuto la guerra, a 50 anni dal 1945, la memoria della Resistenza e dell’antifascismo cerca nuove strade.

E anche per il 25 Aprile si preferisce celebrare la meno divisiva memoria delle vittime.

Nel 2009, a Onna, l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parlerà della festa della Liberazioni come una festa della libertà. Non è esattamente la stessa cosa.

Nel nuovo millennio, superati i tentativi di spostare (era stato proposto il 18 aprile invece del 25), di svuotare, sostituire la festa del 25 Aprile, questa festa percorre la strada del dovere della memoria verso tutte le vittime.

La pacificazione riconciliata fra aggressori e aggrediti percorre l’Europa intera, non solo l’Italia, e quindi contagia anche il 25 Aprile.

In questi ultimi anni la festa della Liberazione ha resistito alla sobrietà dell’anno scorso e al mancato riconoscimento delle radici antifasciste della Repubblica.

Ma in questo 25 aprile 2026, con una situazione geopolitica e internazionale sempre più orientata al riarmo e alla supremazia del più forte, e una nazionale sempre più sicuritaria, come abbiamo visto da ieri, con le istituzioni che rischiano di essere svuotate del loro ruolo: ma che cosa abbiamo ancora da festeggiare?

Festeggiamo questo 25 Aprile che resiste nonostante tutto. Siamo qua.

Tra i rituali istituzionali e i festeggiamenti popolari, tra la storia e la memoria, però, quale eredità abbiamo ricevuto?

Allora, arrivati alla quarta generazione dal 1945, abbiamo la conoscenza e la condivisione della storia della Liberazione grazie al lavoro storico e di archivio, a cui quest’anno stanno tagliando i fondi. Abbiamo il lavoro sulla memoria, che non è la retorica vuota del dovere della memoria, perché la memoria è plurale e conflittuale. La memoria di chi ha bruciato le case di Boves non sarà mai la stessa di chi ha avuto la propria casa bruciata.

Abbiamo la consapevolezza, la consapevolezza di riconoscere l’istituzione come fondamento di una società democratica, consapevolezza che nasce dal rispetto e non dal timore, il rispetto con cui il 19 aprile del 1945 Sandro Pertini incitava all’insurrezione generale via radio: “Cittadini, lavoratori, sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma arrendersi o perire.”

Quel rispetto con cui i partigiani e le partigiane in quel 25 aprile si ripresero le prefetture e le municipalità.

E poi abbiamo la responsabilità, la responsabilità della scelta: contro i fascismi, contro tutte le guerre per un 25 Aprile eretico.

Concludo con le parole di Marco Revelli che il 25 aprile del 2004, cioè più di vent’anni fa scriveva: «Non è una festa conciliante il 25 Aprile, né conciliata, non lo è mai stata. E’ sempre stata piuttosto una festa aspra, scomoda, una festa eretica la definirei. Che la parola d’ordine della democrazia che andavano creando fosse davvero mai più una guerra: un’idea tanto forte che la scrissero perché fosse indelebile nella Costituzione che ci hanno lasciato».

Non dimentichiamolo, tanto più oggi.

Buon 25 aprile a tutti.

(Trascritto da TurboScribe, revisionato da anpivalpellice.it.)