Il discorso di Andrea Geymet, vicepresidente della sezione ANPI di Torre Pellice, in occasione della celebrazione della Liberazione a Porte di Pinerolo, il 25 aprile del 2026. (Qui il video).
Buongiorno a tutti, sono stato piacevolmente invitato come persona, come membro, vicepresidente della sezione Anpi di Torre Pellice qui da voi a Porte. Non siamo lontani, per quel che riguarda le vicende partigiane siamo anzi molto vicini, perché per i ragazzi che dalla Val Pellice diffusero l’organizzazione armata della Resistenza, l’arrivo in queste zone fu molto rapido. Si salì da Torre Pellice al Bagnau, sotto la Vaccera, e da Pramollo salirono i ragazzi al Bagnau, ci si incontrò e lì nacquero nuclei consistenti che lavorarono su tutta questa parte della bassa valle.
E lavorarono a Pralarossa, a Prarostino, tutto il vallone di Pramollo fu organizzato da ragazzi del posto e diretto, ma solo a distanza, da comandanti militari della Val Pellice. Poluccio Favout, un nome fra tutti.
Bene, quindi noi qui consolidiamo un legame che c’è stato.
Il foulard che io porto alle spalle, che reca due lettere importanti, GL, Giustizia e Libertà, è il foulard che vestirono le partigiane e i partigiani non appena poterono farlo visibilmente nelle città. A Pinerolo il 28 aprile, dal 28 aprile in poi, a Torino nella manifestazione del 6 maggio.
Bene, Giustizia e Libertà fu quell’organizzazione che parallelamente alle forze della Val Chisone che si dichiararono autonome, e a quelle garibaldine che si legarono, che erano una emanazione del Partito Comunista, ebbene Giustizia e Libertà amalgamò 1500 uomini e alcune centinaia di donne di tutta questa area che io non direi che separa, ma piuttosto che unisce la Val Chisone alla Val Pellice.
E allora l’unione portò risultati, si combatté e si rese la vita difficile alle forze naziste che qui transitavano continuamente, soprattutto per prendersi i cuscinetti a sfera prodotti a Villar Perosa e portarli nelle fabbriche tedesche per costruirci carri armati, camion, aerei.
Noi appunto che siamo qui oggi ricordiamo a tanta distanza di tempo, ma non distanza mentale, quello che è accaduto allora.
Giustamente Elisa, Elisa Bessone, ha messo l’accento sul ruolo che le donne ebbero, perché quel ruolo è stato troppo a lungo taciuto, e addirittura non hanno potuto al pari di alcuni uomini beneficiare di quelli che sono stati i risultati più importanti della Resistenza.
Si è detto che le donne hanno votato per la prima volta 80 anni fa; effettivamente sì.
La legge che diede questa possibilità finalmente dovuta, venne promulgata mentre qui ancora si uccideva. A febbraio del ‘45 a Roma c’era già la libertà, ma qui non c’era ancora, per cui qui avvenivano ancora fucilazioni una dietro l’altra.
Per l’episodio del treno fatto esplodere nella zona di San Germano uccidendo 11 militari tedeschi la rappresaglia fu terribile: a Pinerolo tre fucilati di fianco alla stazione, poi a San Germano uno dei vostri peraltro, di Porte, a Villar Perosa, e poi sette a Ponte Chisone.
Mentre la legge già esisteva, qui non esisteva niente, esisteva ancora la lotta dura, bisognava conquistarsela quella libertà e quelle leggi che poi finalmente sarebbero arrivate.
E un plauso va proprio fatto a voi di Porte che avete saputo dare non solo per voi ma direi per tutti simbolicamente per tutte, questo bellissimo regalo del monumento che avete fatto alle donne che hanno combattuto nella Resistenza.
Io ero qui nel 2017 quando è stato inaugurato, ricordo che c’erano… nella mia mente sono rimaste i visi di due partigiane, Maria Airaudo di Luserna San Giovanni e Odette Bounous di Pramollo.
Maria Airaudo peraltro la potete ascoltare oggi in un’intervista che La Stampa online le ha fatto. Ha 101 anni ma la testa c’è ancora e ricorda quei momenti perché lei ha avuto sempre presente, tutta la vita, che non erano fatti relegati a quel periodo ma la loro importanza politica arriva fino a oggi.
Quindi c’erano qui Maria Airaudo e Odette Bounous ma il 2 giugno del ‘46 quando finalmente si poté votare per decidere se bisognava ancora mantenere dei reali o diventare una repubblica, una poté votare, Maria; Odette non poté perché la maggiore età di quegli anni era 21 anni e chi non aveva compiuto 21 anni il 2 giugno del ‘46 non ha potuto votare. E i partigiani che avevano combattuto avevano già 21 anni allora? Pochi; la maggior parte non ha potuto votare, e questa vicenda poco conosciuta, poco raccontata è stata ben sintetizzata da un partigiano della Val Pellice, Gustavo Malan, che descrisse questa incredibile vicenda, questo paradosso per cui i partigiani e le partigiane erano stati buoni per il plotone d’esecuzione ma non per la cabina elettorale.
Bene noi appunto ricordiamo questa vicenda qui a tanti anni di distanza godendoci quella libertà che è stata costruita, ma quello che c’è dietro dobbiamo continuamente rinnovare e raccontarlo perché altrimenti non ha più valore non si sa più che cosa c’è stato dietro, per cosa si è combattuto.
Noi come Anpi continuiamo ad esistere, Elisa è la presidente qui dell’Anpi di Porte; in ogni luogo dove è possibile facciamo nascere sedi Anpi.
Si poteva sperare che l’Anpi non servisse più, che imparassimo che le dittature, che i tiranni non servono, non li vogliamo e che li accantonassimo nella storia.
Purtroppo vediamo che questo non accade, non è accaduto negli anni scorsi, non sta accadendo ora. Abbiamo questo incredibile esempio della situazione statunitense che si poneva rispetto al mondo come un faro per la libertà e la democrazia mentre invece nelle mani di una persona che è un tiranno e che non esita a insultare gli avversari politici e a sottomettere chi non è dalla sua parte in tutti i modi anche non legali, per cui molti americani parlano addirittura di fascismo da parte della direzione politica e presidenziale americana; ebbene noi Anpi non ci siamo ma qui in Europa vigiliamo per ricordare che non deve succedere questo, noi qui non lo faremo succedere.
Vorrei leggervi un breve pezzo di una riflessione che ha fatto nel 1974 a questo proposito Primo Levi.
Nel 1974 il clima era caldo, c’erano stati pochi anni prima il colpo di stato della Grecia fascista, un anno prima quello fascista in Cile, due anni dopo ci sarà quello in Argentina e poi c’era lo strisciante desiderio dei neofascisti di rimettersi al potere, di rimettere in marcia quella visione del mondo dominatrice.
Bene leggiamo quelle parole secondo me illuminanti del 1974 scritte per il Corriere della Sera, forse perché non voleva aspettare di scrivere un altro libro per metterle giù. Primo Levi ci dice questo:
“Ogni tempo ha il suo fascismo, se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità di esprimere e attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi non necessariamente col terrore e con intimidazione, ma inquinando la giustizia – inquinando la giustizia, ci dice: quello che stiamo vivendo e siamo riusciti a fermare il mese scorso – Ci si arriva paralizzando la scuola, diffondendo in modi molto sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine e in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio dei molti.”
Non abbiamo bisogno di dire chi è stato Primo Levi e cosa ha fatto; è patrimonio di tutti, è patrimonio nostro; sappiamo che fino all’ultimo giorno della sua vita si è battuto perché quel mostro non ritornasse.
Noi Anpi andiamo avanti e ricordiamo il valore dell’allora nell’oggi.
Per ricordare l’allora penso a questo parco intitolato al vostro partigiano Angelo Giai.
Angelo Giai veniva chiamato dai suoi compagni di lotta della V Divisione Giustizia e Libertà, quella di cui ho spiegato prima che prendeva tutta l’area della bassa Val Chisone e della Val Pellice. Angelo Giai dai suoi compagni di lotta partigiani veniva chiamato “il russo”.
Ho chiesto lumi a Giulio Giordano il partigiano ancora vivente, l’ultimo che abbiamo a Torre Pellice che è stato presidente della nostra sezione fino a due anni fa, e lui mi spiegò che “il russo” era perché lui semplicemente era stato in Russia nella campagna che aveva portato l’Italia fascista a fare una delle tante ennesime invasioni: l’Albania, la Jugoslavia, la Francia, la Libia.., tutto quello che Mussolini riusciva a cogliere come invadibile per ricreare l’impero romano mandava i nostri militari i nostri ragazzi, nel caso della Russia a morire.
Angelo Giai è uno dei pochi che è sopravvissuto.
Bene, questo fatto che lui venisse chiamato “il russo” vale qui ma non vale certamente per la provincia di Cuneo perché come sapete le divisioni mandate a morire in Russia furono soprattutto quelle cuneesi degli alpini e quindi Nuto Revelli e gli altri certamente non avrebbero mai avuto come nome di battaglia “il russo” perché tutti prima di diventare partigiani o quasi erano stati là in Russia, e se erano tornati avevano capito l’insensatezza, la follia, la criminalità di quel disegno di invasione, in tempi in cui si sperava che la prima guerra mondiale che allora non veniva chiamata prima, era la terribile guerra mondiale, la Grande Guerra, fosse l’esempio finale per smettere di ucciderci.
Nel cuneese nessuno assunse questo nome di battaglia ma Angelo Giai l’assunse e quindi sulle sulle carte costruite da Poluccio Favout per farlo figurare all’interno dell’album dei caduti della V Divisione Giustizia e Libertà manda una lettera alla sua mamma, chiede una fotografia e scrive Angelo Giai “il russo”.
Questa vicenda ci dice molto di quella evoluzione mentale che hanno vissuto partigiani e partigiane, le partigiane meno perché per loro fortuna o sfortuna erano trattate male non considerate abili per fare una guerra; gli uomini sì, vennero mandati su questi fronti a uccidere e a morire.
Visto che quest’anno, come ha sottolineato Elisa, riveste questa particolare importanza per il ruolo che avete avuto come donne, le vostre madri, le vostre nonne nel sostenere la lotta di Resistenza, voglio leggere in conclusione di questa riflessione un pezzo di un articolo scritto da Anna Marullo, un nome che vi dirà poco.
Era un’insegnante del liceo valdese di Torre Pellice; durante la Liberazione segretamente ha tessuto la rete di assistenza alle forze partigiane della Val Pellice e ha creato una rete di donne che in base alle esigenze che venivano segnalate dai comandanti, da Roberto Malan, da Poluccio Favout, da Costantino, lei portava generi alimentari, coperte e denaro a chi aveva bisogno, alle persone che avevano le famiglie nelle case incendiate, a chiunque si fosse opposto al fascismo e ne aveva subito dei danni.
Bene.., il 3 maggio ‘45 quando ancora Torino i cecchini sparavano dai tetti sui partigiani che arrivavano anche da questa zona, Anna Marullo a Torre Pellice si recava alla Tipografia Alpina dove era stato stampato il giornale partigiano Il Pioniere, e creò un giornale femminile partigiano che chiamò Azione, perché come spiegò nell’articolo introduttivo del primo numero del 3 maggio ‘45 non è finita la nostra azione qui adesso per noi donne continua un’azione che dovrà essere sempre più forte per arrivare a conquistare ciò che dobbiamo conquistare.
Ed esortava tutte e tutti a fare attenzione ed eventualmente entrare a militare dentro l’MFE, il Movimento Federalista Europeo che era il primo tentativo di provare a mettere insieme i popoli europei, a non stare più ad ascoltare i leader che ci dicevano quelli là sono i nemici, ma a unirci.
In questa esortazione scriveva queste parole che lascerò qui perché ho portato questo numero di cui abbiamo alcune copie. Si tratta di questo giornale qui che voglio aprire per farvi vedere appunto il titolo di cui vi ho detto azione che lascerò appunto qui all’Anpi, al comune, a chi lo vuole conservare perché patrimonio di tutte e di tutti. Allora, Anna Marullo in quell’articolo del 3 maggio, quindi molto a caldo, scrive:
“Movimento Federalista Europeo: questo è il momento più adatto. La sofferenza, la forza che unisce e affratella gli uomini e le donne come nessun’altra, ha stretto dei vincoli che difficilmente potranno spezzarsi tra i cittadini delle nazioni oppresse. Fino all’8 settembre non ci sentivamo solidali con i polacchi, i francesi, i norvegesi, i belgi, gli olandesi e i danesi, che venivano uccisi, deportati e torturati nelle prigioni. E nemmeno avremmo potuto comprendere la vita di sacrificio dei maquis o dei partigiani norvegesi se non avessimo avuto anche noi i figli, i fratelli, i mariti rifugiati sulle montagne. Ma ora c’è un legame di solidarietà fra i popoli che hanno sofferto che non dobbiamo infrangere.”
L’Europa che ha cominciato a sognare Anna Marullo insieme a Mario Alberto Rollier e a molti altri che da questa zona hanno agito per diffondere il verbo dell’unità europea, bene quell’Europa non era più la fortezza che deve costruirsi solida per poi attaccare e costruire nuovi imperi; l’Europa è uno sforzo, è un tentativo di cambiare, è un tentativo non più di andare contro gli altri ma verso gli altri.
Quindi grazie ad Anna Marullo, grazie a Maria Airaudo, grazie a tutte le donne che hanno aiutato gli uomini che hanno dato le loro vite. Per 81 anni ce l’abbiamo fatta a resistere, e continueremo a resistere. Se ci troviamo qui come abbiamo fatto oggi vuol dire che gli altri come venivano chiamati allora non hanno vinto e non li lasceremo vincere.
Quindi usiamo lo slogan che è sempre stato usato dal 1945 in poi per salutarci: contro il fascismo e la violenza ora e sempre Resistenza! Viva il 25 Aprile!
(Trascritto da TurboScribe, revisionato da anpivalpellice.it.)



