Il discorso di Monica Barotto, presidente della sezione ANPI di Torre Pellice, in occasione della celebrazione della Liberazione a Torre Pellice, il 25 aprile del 2026.
È un vero piacere essere qui presente con voi questa mattina, condividere il palco con diverse amministrazioni anche europee, i ragazzi del Consiglio Comunale dei Ragazzi e delle Ragazze, e la piazza con tutte e tutti voi.
Vi porto i saluti di Giulio Giordano e da tutte le pluralità di persone che frequentano la sezione ANPI di Torre Pellice.
Il 25 Aprile, festa, memoria, impegno.
Memoria perché ricordiamo davanti a questa lapide i caduti delle divisioni Giustizia e Libertà, dalle apuane a Torre Pellice, un monumento scolpito sul marmo di Carrara, a ricordo di Jacopo Lombardini, partigiano, insegnante, commissario politico, convinto pacifista, ucciso nel campo di concentramento a Mauthausen.
Ricordiamo che la Resistenza non ha avuto confini né regionali, né nazionali, né ha avuto un’età: 17 anni avevano Martino Merotto e Eynard Emilio, i partigiani più giovani impiccati a Torre Pellice; 75 ne aveva Mario Falchi, professore, antifascista, morto all’ospedale di Torre Pellice per le percosse subite.
Ricordiamo che non ha avuto un’unica classe sociale: Alberto Callieri di Sala, figlio di un conte, e Alfonso Giusiano, contadino, condividono, a pochi metri da qui, lo stesso luogo di memoria, la stessa lapide.
Ricordiamo che non ha avuto genere, Jenny Cardon morta il 25 aprile, usata come scudo dai fascisti in ritirata.
Sebbene ancora poco studiata e riconosciuta da poco la Resistenza delle donne fu civile, fu armata, fu culturale, fu di sovversione sociale, e fu fondamentale.
Per troppo tempo si è parlato di Resistenza come movimento maschile ed armato, ma oggi lo riconosciamo: organizzare scioperi, manifestare contro la guerra, contro gli ordini di sfollamento, contro la condanna a morte, fu Resistenza. Impedire lo sfruttamento delle risorse locali, sabotare macchinari di produzione industriale, procurare documenti falsi, ostacolare l’amministrazione fascista, fu Resistenza.
Portare il proprio corpo in piazza ben consapevoli di quale fosse il prezzo da pagare fu Resistenza e chi la fece furono donne:
4653 arrestate e torturate
2750 deportate nei lager nazisti
2812 fucilate o impiccate.
Donne che aderirono alla Resistenza per i più diversi motivi: per sovvertire i rapporti sociali, in risposta alle politiche razziste e maschiliste del governo, per la disperazione della durata della guerra, per l’indignazione della povertà in cui vivevano: vedove, orfane, senza più fratelli, compagni, deportati, uccisi, dispersi. Su questo palco le commemoriamo e le ricordiamo tutte: soprattutto quelle che finita la guerra scelsero di prendersi il loro posto nella nuova società.
E no, non commemoriamo i repubblichini come viene suggerito oggi dal governo, non cerchiamo pacificazione e non accettiamo revisione storica alcuna.
25 Aprile è memoria, è festa, è impegno.
Festeggiamo una giornata a livello nazionale che chiude il capitolo più orrendo e buio della nostra Storia.
Il 25 Aprile è festa perché finisce la guerra. Finisce la dittatura, finisce la fame, finisce la censura, la tortura, le limitazioni dei diritti universali, la paura, la disumanità che per 20 anni aveva trovato modo di regnare.
Il 25 Aprile festeggiamo perché inizia la storia della nostra repubblica, democratica, inizia una faticosa salita verso un mondo nuovo che doveva ricostruirsi, reinventarsi, scardinare leggi, pregiudizi, menzogne, ed infine accettare le donne come un nuovo soggetto attivo e pensante nella sua formazione.
Festeggiamo la nascita della Repubblica e del suo fondamento: la Costituzione, che anche se qualcuno stenta a crederci, nasce dall’ antifascismo, nasce dalla volontà di scrivere leggi nuove per un mondo nuovo, più giusto e più libero e che tuteli la cittadinanza.
Cerchiamo di ricordarcela sempre queste parola, di usarla, anche se orami è storpiata, stigmatizzata, ricordiamoci che antifascista significa difendere i valori della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza, dei diritti e della dignità umana.
il 25 Aprile è memoria, festa è impegno è ed è stata pratica quotidiana di sovversione ad un regime ingiusto.
Ai ragazzi e alle ragazze del Consiglio Comunale dei Ragazzi e delle Ragazze: non smettete di credere che il mondo possa essere diverso, non smettere di immaginare un mondo diverso: più giusto, più umano, che sappia vivere in pace, che sappia rispettare i diritti universali di ogni individuo. L’hanno immaginato le giovani ed i giovani partigiane che sono nati e cresciute sotto il fascismo. Possiamo continuare a farlo anche noi, anche se è difficile.
A Karsten [Karsten Groß, sindaco del comune gemellato di Mörfelden-Walldorf, presente alla celebrazione]: non smettiamo di credere nel concetto di Europa, non smettiamo di guardare al di là del nostro paese, non smettiamo di ricordare i cittadini e le cittadine tedeschi e italiani che capirono che la patria non si difende in una guerra di aggressione, ma portando alla caduta i dittatori che la tengono in catene.
A voi tutti: non smettiamo di credere nelle azioni di resistenza civile, non smettiamo di scendere in piazza, non smettiamo di mostrare il nostro dissenso alla brutalità della guerra, all’escalation di violenza, all’indifferenza delle persone che ci stanno intorno, alla disumanità che ci circonda. Non smettiamo di contrastare le nuove politiche razziste e xenofobe, non smettiamo di prenderci cura della nostra Repubblica, attraverso l’esercizio di quei diritti (voto, libertà di espressione, di manifestazione, realizzazione personale) che sono stati conquistati a duro prezzo.
Facciamolo insieme, anche se oggi è più rischioso, perché scendere in piazza è diventando un lusso, perché le norme del nuovo DDL sicurezza, trasformata in legge ieri, mirano a punire il dissenso.
Non smettiamo di definirci antifascisti e non smettiamo di agire come tali: siamo antifasciste ora e sempre, come la nostra Costituzione, come il nostro Paese al di là di chi lo governa.



