di Alessandro Calleri*

La drammatica esclation di violenza in Medio Oriente impone di riflettere non solo sulla cronaca geopolitica, ma sui meccanismi storici, ideologici e di manipolazione della memoria che alimentano il conflitto. Come evidenziato dallo storico Omer Bartov, l’operazione militare israeliana a Gaza, avviata dopo i tragici eventi del 7 ottobre 2023, ha assunto contorni catastrofici: la distruzione sistematica delle infrastrutture e l’enorme numero di vittime nelle prime settimane di bombardamenti hanno configurato il rischio concreto di una dinamica genocidiaria, esasperata da una retorica politica tesa a “ripulire” la Striscia e dalla cecità diplomatica degli Stati Uniti e alleati.

Per comprendere questa deriva è necessario decostruire i nessi storici e le strumentalizzazioni ideologiche che gravano sull’area. La complessa storia della regione affonda le radici nella diaspora ebraica del 70 d.C. e nel susseguirsi di dominazioni secolari in Palestina. Tra il XIX e il XX secolo, di fronte ai pogrom europei e all’orrore della Shoah, il sionismo si è affermato come risposta etno-nazionale alla necessità di dare uno Stato sicuro al popolo ebraico. Tuttavia, il processo di insediamento si è scontrato con le legittime aspirazioni all’autodeterminazione della maggioranza araba palestinese.

Il 1948 rappresenta il momento cardine di questa frattura: la proclamazione dello Stato d’Israele e la successiva guerra con gli Stati arabi non solo hanno ridefinito i confini originari dell’ONU, ma hanno causato la Nakba (“catastrofe”), ovvero l’espulsione e lo sradicamento di oltre 700.000 palestinesi. Da allora, la memoria della Shoah e quella della Nakba sono rimaste tragicamente intrecciate, ma la destra israeliana ha progressivamente operato un profondo revisionismo storico a scopi politici.

Oggi assistiamo a una pericolosa strumentalizzazione dell’Olocausto, utilizzato dalla destra suprematista e dal nazionalismo religioso (cresciuto dopo il 1967 nell’ottica del “Grande Israele”) come scudo etico per giustificare qualsiasi azione militare. In questo schema ideologico, l’antisionismo – inteso come legittima critica alle politiche di uno Stato – viene surrettiziamente equiparato all’antisemitismo, annullando ogni spazio di dissenso e riducendo i palestinesi a soggetti invisibili o a minacce esistenziali permanenti.

Per uscire da questa spirale occorre innanzitutto fare chiarezza terminologica contro ogni forma di razzismo collettivo: criticare i governi non significa colpire i popoli. I tentativi storici di dialogo, come gli Accordi di Oslo del 1993 basati sul mutuo riconoscimento tra Rabin e Arafat, sono stati colpevolmente svuotati, mentre intese parziali come gli Accordi di Abramo hanno marginalizzato la questione palestinese anziché risolverla.

Il ritorno a una pace giusta non può prescindere da una forte mediazione internazionale, in particolare di Washington, e da un radicale cambio di paradigma all’interno della stessa società israeliana. È necessario riconoscere gli errori commessi, superare l’ideologia dell’esclusivismo etnico e riscoprire lo spirito originario di coesistenza tra ebrei e palestinesi. Solo spezzando il legame tra il trauma del passato e l’oppressione del presente si potrà garantire un futuro di diritti e dignità per entrambi i popoli.

La memoria del passato non può essere distorta allo scopo di opprimere e soggiogare nel presente, né la sacrosanta lotta contro l’antisemitismo può essere strumentalizzata per giustificare la distruzione di un altro popolo. Difendere la pace oggi significa rifiutare la logica della vendetta etnica e del nazionalismo escludente. Solo spezzando la catena dei traumi incrociati e riconoscendo pari dignità, libertà e diritto all’autodeterminazione sia al popolo israeliano sia a quello palestinese si potrà porre fine a questa infinita catastrofe, restituendo giustizia alla storia e speranza al futuro.

* Alessandro (Càlleri, con l’accento sulla a) ha 17 anni, fa il quinto anno di liceo ed è probabile che finisca per studiare storia. In questa rubrica ci mette a parte di quelle che abbiamo deciso di chiamare le sue riflessioni.