Nei primi mesi del 2026 la Società di Studi rorenghi, in collaborazione con alcune chiese valdesi, la Fondazione Centro Culturale Valdese e il Comune di Pramollo, ha organizzato un ciclo di sei incontri sul tema della militarizzazione della società civile, vale a dire della sempre maggiore presenza di riferimenti militari nella nostra società.
Gli incontri si sono svolti ciascuno in una località diversa ed hanno inteso creare un clima di dibattito responsabile e rispettoso del pensiero altrui, concludendosi non a caso con un momento conviviale.
Ne pubblichiamo i resoconti così come sono, senza alcun intervento redazionale che non sia la cura dell’esposizione in lingua scritta comprensibile. Per riservatezza abbiamo ritenuto di omettere i nomi degli intervenuti, fatta esclusione per le persone di volta in volta incaricate di fornire lo spunto iniziale alla riflessione.

[Maura Bertin e Jean Louis Sappé presentano l’argomento facendo riferimento al loro spettacolo “Ninna nanna della guerra”.]

M. B. e J. L. S.: “Ninna nanna della guerra”. Questo titolo è intrigante: una poesia, un racconto o un canto per la guerra, o contro la guerra? Un canto per celebrare i tanti “eroi” morti “valorosamente”, ma spesso senza sapere bene il perché, e ricordati nei monumenti ai Caduti di queste nostre valli? Oppure, visto che di una ninna nanna si tratta, per dormire e non vedere gli orrori della guerra?
E’ possibile che una mamma addormenti il suo piccolo affinché chiudendo gli occhi non veda gli orrori che porta la guerra: “Dormi, dormi cocco bello finché dura ‘sto macello…”?
Eh, sì! Quanti di noi vorrebbero chiudere gli occhi la sera e risvegliarsi al mattino in un mondo in cui regni veramente la pace! Ma al momento questa altro non è che un’utopia!
Il Gruppo Teatro Angrogna ha scelto la poesia “Ninna nanna della guerra” che Carlo Alberto Salustri, poeta romano noto con lo pseudonimo Trilussa, scrisse nell’ottobre del 1914, pochi mesi dopo lo scoppio della cosiddetta “Grande Guerra” e prima dell’entrata dell’Italia nel conflitto,  per denunciare l’ipocrisia e l’egoismo che alimentano le guerre. [Qui]
Una feroce critica antimilitarista, di fortissima attualità, che denuncia l’ipocrisia e l’egoismo che alimentano le guerre, tutte le guerre, presentate come un massacro orchestrato dai potenti ( i “sovrani macellari”) per profitto economico, mentre la gente comune soffre e muore ingannata da false ragioni di razza o di fede.
Questa canzone- poesia, ha dato il titolo ad uno spettacolo del Gruppo Teatro Angrogna con poesie di Bertolt Brecht e ben 25 canzoni antimilitariste, pacifiste e protestatarie.
“Ninna nanna della guerra” andò in scena per la prima volta il 1° maggio 1984 nel Tempio del Serre di Angrogna davanti ad un numeroso pubblico, con un impianto scenico ridottissimo: aveva come fondale soltanto l’immagine grande di una colomba in un cielo azzurrino.
Due anni dopo, siamo nel 1986, sarà il tempo di Cernobyl, dove un gravissimo guasto alla centrale nucleare provocherà l’irreparabile contaminazione radioattiva. La nube tossica si disperderà su molte regioni Europee e anche sull’Italia.
Per molte settimane non si potrà più bere latte fresco, mangiare insalata e verdure crude, ma ancor peggiore sarà il divieto per i bambini di stare all’aperto, correre e giocare nei prati!
Ecco quindi che lo spettacolo “Ninna nanna della guerra” diventa un videoclip, un film prodotto dalla sede RAI di Torino. Date le circostanze lo si dedica ai bambini perché anche loro diventino in parte protagonisti per la costruzione di un nuovo mondo, per loro e per tutti, salvaguardando l’ambiente e proponendo una nuova sensibilità pacifista.
Le scene degli esterni (l’idea vincente era stata del regista Sergio Ariotti), verranno girate in molti luoghi della Val d’Angrogna, dai Giovo al colle della Vaccera, passando per Buonanotte e la Ghièisa d’la Tana, ma anche in Bobbio Pellice e Lusernetta.
Le attrici e gli attori del GTA, con i loro figli e figlie, da Federica a Susanna, da Micael a Nicola e Matteo, e alcuni alunni delle scuole elementari che collaboreranno come figuranti, diventeranno così messaggeri di pace contro ogni guerra.
La riproposta, oggi, dopo oltre 40 anni, di questo spettacolo, vuole aprire la discussione su questo primo incontro della rassegna sulla crescente militarizzazione della società civile promosso dalla Società di Studi rorenghi, che ringraziamo per l’invito.
Andiamo dunque a incominciare!

[Proiezione del video.]

J. L. S.: Dario Fo diceva sempre di non avere molto da dire perché quello che pensava bastava capirlo guardando gli spettacoli. Come ha sottolineato Anna, è un filmato di sconcertante attualità, fu un gran lavoro realizzarlo e come tutti gli spettacoli che sarebbero dovuti terminare con un messaggio di speranza, non lo aveva. Erano tempi bui, noi andavamo a manifestare con un fazzoletto viola contro una guerra che temevamo arrivasse, ma poi non è arrivata, ma non è detto che non arriverà.
Mi faccio delle domande, perché ancora si spendono queste cifre per le armi? Viene spontaneo chiedersi a che cosa sia servito questo lavoro, la sensazione è di rispondere, vista la situazione in cui siamo oggi, che sia servito a poco per non dire a niente; noi volevamo cambiare il mondo, ma in meglio e invece ora va in peggio. Basta guardare i giornali, un bambino di 5 anni catturato dagli agenti dell’ICE [United States Immigration and Customs Enforcement – in italiano Controllo Immigrazione e Dogane degli Stati Uniti – agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle dogane e dell’immigrazione], un esercito sempre più ideologico e personale del presidente Trump. Repressione delle manifestazioni pacifiche arrivando anche ad uccidere. Un esercito senza volto, solo gli occhi si vedono. Chi di noi ha ancora memoria storica, sa che sta avvenendo nel silenzio e nell’interesse dei nostri governanti, un governo di destra, arrivato al potere in modo democratico, molto preparato e con il voto degli elettori; non ha votato neanche il 60% degli aventi diritto di voto, tra questi ci sono anche valdesi delle valli, come quelli di Angrogna e come quelli in maggioranza relativa di Rorà. Allora io mi chiedo com’è possibile, me lo chiedo anche da valdese, che dei discendenti che per secoli hanno lottato per la libertà e hanno dato rifugio ad ebrei, abbiano dato sostegno ad un partito che nel suo stemma ha una fiamma tricolore e un trapezio nero che rimanda alla tomba di Mussolini.
Dobbiamo trovare una risposta agli interrogativi che ci riguardano da vicino, con urgenza, finché siamo ancora in tempo.
Penso che disponendosi in circolo per vederci tutti in faccia possiamo discutere su questi temi durante il dibattito che sta per aprirsi.

[Tutti i presenti si dispongono in cerchio per iniziare il dibattito.]

C: Lasciandosi ispirare da quello che è stato detto, il video fa effetto perché si vedono le generazioni che cambiano; allora, quando è stato fatto il video non c’era internet, non si sapeva in diretta che migliaia di giovani in piazza a Teheran venivano ammazzati da cecchini.
Provo a dare uno spunto: il messaggio tra generazioni; se uno è vissuto con lo zio partigiano e i racconti (ricordo il disco in vinile con le canzoni della Resistenza e le copertine sulla guerra della“Domenica del Corriere”). Una volta parlava il teatro, adesso parlano i videoclip, anche le canzoni che parlano di guerra oggi ci sono meno.
Quali informazioni la scuola e le famiglie dovrebbero dare oggi che sono passati 80 anni?

D: Parla una persona reduce da un’assemblea dell’ANPI a Prali; eravamo solo in 13 sopra i 65 anni, erano presenti molti giovani. Tutti gli altri erano di età inferiore e c’è stata la visione di un film di animazione. Ricordo che le persone mandate al confino parlavano poco, io ho incominciato a sentire i racconti dei partigiani solo dagli anni ‘60.
A me quello che fa paura è la notizia della schedatura degli insegnanti, perché se anche a scuola c’è la mano del fascismo questo mi fa paura.

E: Mi è venuto un pensiero sentendo Jean Louis dire “cosa abbiamo sbagliato”; almeno siamo arrivati ad 80 anni di pace in Italia, fin quando durerà non so, ma per la pace bisogna lottare, è difficile avere la pace senza lottare. Sono nato nel ‘52 e ho ascoltato le testimonianze di mio nonno, ma ho saputo di gente che era partigiana una volta che era morta, come Demaria. Lo conoscevo bene e ho saputo che era un capo partigiano solo dopo la sua morte. Sono anche ex militare, ufficiale e ho fatto parte dei comunisti in divisa di cui parlerò a Luserna nel terzo incontro di questo ciclo. Sulle schedature vorrei dire che siamo sempre stati schedati, quando sono stato chiamato come ufficiale ho visto che c’era un fascicolo spesso su di me; anche mio padre, ad esempio, non era stato assunto alla Fiat perché aveva sposato la figlia di un comunista. Il problema è come vengono usate le informazioni della schedatura. Una cosa grave è che ho letto che in Italia è stata costituita di nuovo una divisione corazzata.
E’ importante rimettere in piedi una manifestazione sulla pace in Valle.

C: Mi sembra che si voglia mettere l’accento su quello che si può fare prima che inizi una guerra, ricordo anche che una volta ai tempi del filmato c’era la leva obbligatoria, io ero obiettore di coscienza.

E: Credo che parlare di pace in fondo non sia difficile, le parole le conosciamo. Io penso che spesso non sappiamo riconoscere le parole della guerra o le ascoltiamo con molta superficialità, anche frasi fatte e luoghi comuni: “La mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro” ad esempio la trovo equivoca perché la libertà non dovrebbe finire mai, la libertà si incontra con quella dell’altro, perché la libertà o è di tutti o non è libertà.
Un’altra parola ambigua è “identità” abbinata alla nazione.
Allora come si arriva alla pace? Il teatro civile è importante perché è fatto di prose importanti, le parole vengono pesate, il teatro civile non fa vedere quello che si vede, ma fa vedere quello che si nasconde.
Quando cerco di costruire una mia tranquillità mentale mi collego a Italo Calvino che a conclusione del libro de “Le città invisibili” dice “c’è qualche luogo che inferno non è”. Credo che se riuscissimo a mettere insieme i piccoli luoghi di libertà forse saremmo più forti, l’unione fa la forza, fa paura perché lo hanno capito anche i potenti.

F: Non sono molto d’accordo su privare le identità personali perché i totalitarismi si basano su questo per omologarci in tutto. Ognuno di noi ha un’identità ed è un arricchimento, se noi alieniamo le menti abbiamo finito, diventiamo dei robot e delle cose in mano ad altri. Se ci omologhiamo abbiamo finito di esistere.

G: Mi collego su quello che si diceva sui bambini, porto la mia esperienza di scuola con la maestra che ha iniziato a parlarci di storia con il racconto dei nonni; per me è stato importante.
Ora forse è più difficile, ma è importante che continuiamo a portare queste esperienze nelle scuole perché ti sentivi parte di una discussione politica. Sentire i racconti dalle persone che conoscevamo era importante per noi.
Nel ‘94 una mia professoressa mi ha detto che dovevo continuare a studiare perché in questo campo non avrei trovato lavoro, ero figlia di un sindacalista. Non si è mai troppo piccoli per parlare di queste cose.

H: Una riflessione che mi viene da fare, molto triste, in 80 anni c’è stata la pace, ma la cultura della guerra non ha mai smesso di esistere, anche a Luserna c’è una fabbrica che produce componenti. Ora c’è una spinta anche nel mondo della scuola di introdurre dei modelli militari da inserire riguardo ai temi di educazione civica. Lo Stato tiene a farci imparare anche con la forza, mediaticamente viene introdotta la normalità di certe immagini, mi ricordo ad esempio dopo la guerra del Golfo quando sono state introdotte le missioni di pace con i Caschi blu.
Si parla poco anche di temi come la diserzione; la cosa che mi spaventa è che se noi come esseri umani non riusciamo ad opporci, l’unico mezzo che ci rimane è “non aderire”. Sappiamo che ci sono investimenti miliardari su mezzi guidati da robot. Il tema è grande e a volte perdo la speranza, ma è importante parlarne e trovarci, c’è una forza in mano ai mass media e, se non parliamo, i messaggi di odio sono quelli che passano e le persone votano i fascisti.

I: Volevo collegarmi al filmato che abbiamo visto e a quello che dicevi tu Stefania, parlarne è davvero un’arma preziosissima, a volte perché fa male. Ho trovato interessante la parte del suicidio del soldato, di come parlare del nonno ti faccia sentire l’empatia, io ho avuto tantissime trasmissioni di storie di partigiani, ma quanto sarebbe interessante parlare di racconti di militari ora, ad esempio di quanti suicidi ci siano negli eserciti, di chi con più o meno consapevolezza è entrato in quel mondo lì, quanto può traumatizzare un’esperienza del genere.

L: Qualcosa noi la possiamo fare, la cultura della pace sta nel mettersi in gioco con i propri vicini di casa. Perché non c’è più la sinistra? Perché non ci parliamo più. E allora troviamoci, non rimaniamo sui social con i nostri telefonini, ma facciamo i comitati, con i ragazzini si raccontano le cose sui valori della pace e questi sono i semi da cui partire; la sinistra partiva dal popolo.

M: Sentiamo il bisogno del parlare ma quando siamo diversi non è facile, abbiamo perso l’abitudine a pensieri differenti perché oggi il conversare è sulle stesse idee. Questi incontri sono un esercizio. Sui prossimi incontri le tematiche saranno anche più divisive. Volevo collegarmi al perché il teatro; perché il teatro si stacca dalla realtà e ce la fa vedere con l’arte.
Mi è venuto in mente un testo della Bibbia: il salmo numero 1, versetto 2 “Beato colui che medita sulla bibbia giorno e notte”. Il pastore Giorgio Tourn, diceva che meditare è come ruminare, come le mucche nei prati che ruminano giorno e notte, quello è meditare un pensiero continuo, non basta leggere due social, il libro bisogna leggerlo due volte e rifletterci.

N: C’era il comitato Rododentro. Penso che la pace se non ce l’hai dentro di te non la trasmetti, anche se te lo hanno spiegato. Dico che a me non piace questa violenza che c’è tra i ragazzi, mi chiedo come facciano i bambini della striscia di Gaza a vivere, come in altri posti di come stiano diventando una cosa assurda e l’Italia contribuisce pure. Dobbiamo insegnare la pace, vai a scuola per incontrarti con il compagno, non puoi andare con il coltello. Oggi si demanda sempre agli insegnanti.
Guardate oggi qual è la media delle persone presenti, a parte quei pochi giovani.

O: Penso che la pace sia una conquista, il dono della pace; se sei nella lotta e non ce l’hai, ma ad un certo punto capisci e un poco alla volta, si ferma tutto e si smonta tutto e ci sarà qualcosa che ti fa respirare. A me fa respirare il cielo, questa armonia per me è pace. I bambini hanno il coltello perché non ricevono l’amore di cui hanno bisogno e se tu sei sempre considerato cattivo ad un certo punto esplodi. L’amore e l’armonia: la scuola di queste due cose ci può portare alla pace che è una conquista.

E: La violenza da cosa è portata? Le guerre sono scoppiate quando le disuguaglianze sono
scoppiate, l’ultima guerra è scoppiata dopo la grande crisi del ‘29.
Ricordiamoci che l’Italia è sempre stata uno dei grandi produttori di armi nel mondo. Le disuguaglianze provocano violenza.

D: Parlo di un’esperienza di una chiesa, dopo la guerra nel Golfo, si mettevano targhette con su scritto “locale denuclearizzato”. Avevamo quattro membri di chiesa che lavoravano in ditte che costruivano armi, e ci siamo chiesti come avremmo solidarizzato con queste persone.
Avevamo noi la possibilità di pagar loro un affitto o trovargli un lavoro differente? Alla fine, abbiamo tolto la targhetta per onestà e le persone hanno continuato a frequentare la chiesa.

P: Mi collego al [a quanto è stato detto circa il] rischio di essere tutti d’accordo e quindi che non si inneschi il dibattito.
A causa del bombardamento mediatico che ha creato insicurezza, sia in persone di sinistra e anche in chi tu credi che sia d’accordo con te, credono che sia normale armarsi per difendersi per sopravvivere in questo mondo di matti, e si vede sempre la guerra come inevitabile.

[momento conviviale]

NINNA NANNA DELA GUERRA
Trilussa (Carlo Alberto Salustri)
0ttobre 1914

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

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