di Alessandro Calleri*
La Resistenza italiana è stata, prima di ogni altra cosa, una rivoluzione di ventenni. Ragazzi e ragazze che scelsero la via dei monti e della clandestinità non solo per abbattere la dittatura, ma per conquistare il diritto al futuro. Di quella spinta ideale, i Padri e le Madri Costituenti si fecero interpreti, lasciandoci in eredità una Costituzione che protegge il futuro delle nuove generazioni.
C’è un passaggio preciso in cui questa volontà si fa esplicita: l’articolo 31, comma 2, l’unico punto della Costituzione in cui compare la parola «gioventù».
«[La Repubblica] protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo».
Questo comma non è un semplice manifesto di buone intenzioni. È un obbligo sociale e politico: impone allo Stato di rimuovere la solitudine, la povertà e la precarietà dalle vite dei ragazzi, offrendo loro gli strumenti per essere cittadini liberi. Il fascismo aveva indottrinato e strumentalizzato i giovani per la propria propaganda; la Repubblica nata dalla lotta partigiana ha ribaltato la prospettiva, mettendosi al servizio della loro crescita autonoma.
Oggi, tuttavia, l’attuazione di questo articolo appare drammaticamente utopica. I giovani del nostro tempo si trovano a fare i conti con una crisi sociale ed emotiva senza precedenti. Il disagio psicologico, l’isolamento, l’ansia per un futuro economico incerto e il peso di una precarietà lavorativa strutturale stanno uccidendo le loro aspettative.
Troppo spesso la politica risponde con la retorica o con il classico scaricabarile non assumendosi mai le colpe e le responsabilità di un disastro nel mondo del lavoro, della cultura e nella società in genere, dimenticando il dovere costituzionale di «favorire gli istituti necessari».
Mancano presidi psicologici pubblici e accessibili, mancano spazi di aggregazione gratuiti e la scuola pubblica, che dovrebbe essere il primo motore di uguaglianza, è penalizzata da continui tagli.
Il problema profondo è che l’Italia sembra aver dimenticato come si formano le nuove generazioni. Abbiamo smarrito l’idea che la crescita sia un percorso collettivo, pedagogico e sociale. Le istituzioni hanno delegato l’educazione alle spietate logiche di rendimento del mercato e delle medie scolastiche, dove un ragazzo vale solo per il suo voto sul registro o per la sua produttività futura. Si è persa la capacità di ascoltare, di guidare senza giudicare e di offrire orizzonti di senso. Laddove la Costituzione chiedeva di formare cittadini consapevoli e critici, la società di oggi troppo spesso chiede solo individui performanti o, peggio, rassegnati.
Proteggere la gioventù, oggi, vuol dire lottare contro il precariato che svilisce la dignità del lavoro; significa garantire il diritto alla salute mentale; significa ascoltare la voce dei ragazzi anziché reprimerne il dissenso.
La Costituzione non è un monumento di marmo da contemplare, ma un testo vivo. Una società che abbandona i propri giovani al disorientamento ha già rinunciato al proprio futuro. Se oggi migliaia di ragazzi sono costretti a fuggire all’estero per vedere riconosciuto il proprio talento e i propri diritti, significa che lo Stato sta venendo meno al suo compito principale. Dobbiamo lottare per invertire questa rotta, restituendo ai ragazzi le tutele e la dignità che spettano loro di diritto, perché, citando un principio cardine dell’impegno civile, «Non voglio che i giovani cambino paese, voglio che i giovani cambino il Paese».
* Alessandro (Càlleri, con l’accento sulla a) ha 17 anni, fa il quinto anno di liceo ed è probabile che finisca per studiare storia. In questa rubrica ci mette a parte di quelle che abbiamo deciso di chiamare le sue riflessioni.


