Il valore simbolico del Bagnau, una costruzione piuttosto imponente a ovest del colle della Vaccera in Val d’Angrogna, supera di gran lunga la breve storia della banda partigiana che vi soggiornò tra i primi di settembre del 1943 e i primi di gennaio del 1944 (qui la riproduzione dell’unica fotografia della banda che si conosca).

La casa era luogo di villeggiatura di una agiata famiglia di Luserna San Giovanni e subito dopo l’8 settembre 1943 offrì rifugio ai primi soldati che non vollero attendere passivamente l’arrivo dei tedeschi.

Qui Aldo Garino, tra i primi a salire, racconta attraverso la voce di sua figlia Laura, di quei giorni in cui “carichi come muli” portavano al Bagnau armi trafugate nelle caserme di fondovalle.

La storia della banda, e insieme la storia della costruzione, finirono il 9 gennaio del 1944, quando una colonna di tedeschi, informati della circostanza, piazzò un cannone sulla strada che da Torre Pellice porta ad Angrogna, tra i Giovo e le Bruere, appena sopra Torre Pellice, e iniziò a cannoneggiare in sua direzione. Sparò una cinquantina di colpi, ma già il primo centrò la costruzione e poco mancò che uccidesse dei partigiani, che ebbero poi il tempo di trovare scampo; gli altri colpi finirono l’opera di distruzione, fino a che la casa bruciò.

La vicenda ci dice due cose: la prima, che il Bagnau non era un gran rifugio, aveva una vista ampia sulla valle che permetteva di osservare cosa vi succedeva, ma viceversa era troppo esposto; e la seconda che i tedeschi la guerra la sapevano fare e per conseguenza il Bagnau aveva i giorni contati.

La breve storia della banda segnò però profondamente l’evoluzione della guerra partigiana in valle: lì Sergio Toja organizzò il servizio di sostentamento che ebbe poi nome di intendenza, lì Jacopo Lombardini, partigiano senz’armi, forgiò la figura del commissario politico che usava le armi delle idee e della parola, lì Paolo Favout andò organizzando uno dei nuclei base di quella che sarebbe diventata la V Divisione Giustizia e Libertà; e da lì, subito dopo il bombardamento, i partigiani partirono per esportare la lotta nella contigua valle Germanasca e in bassa Val Chisone.

E’ solo poco meno di quarant’anni dopo i fatti che questa storia di Resistenza con la lettera iniziale maiuscola, incontra un’altra storia di resistenza con la lettera iniziale minuscola, quella della locale chiesa valdese.

Un momento della celebrazione del 40° anniversario della fondazione della Ca’ d’la Pais. Foto Matteo Arnoul. Per gentile concessione.

A quell’epoca i partigiani, che andavano invecchiando, avevano preso a fare un loro raduno annuale al Bagnau, a ridosso dell’8 settembre; ed avevano anche organizzato un importante convegno dal titolo “Il mio 8 settembre” in cui i principali protagonisti della guerra partigiana a ovest di Torino erano venuti a raccontare le loro vicende personali, militari e politiche.

Fu in questa atmosfera che la chiesa valdese acquistò i ruderi calcinati della costruzione e con fondi provenienti da donazioni e sottoscrizioni popolari ne avviò una rapida ricostruzione che diede vita, nel 1986, alla Ca’ d’la Pais, “La Casa della Pace” nel locale patois, sede di una sperimentazione didattica e pedagogica orientata alla pace che dura tuttora.

Quella della chiesa non fu una iniziativa estranea alla storia di Resistenza del Bagnau. Jacopo Lombardini, predicatore e pedagogo, fu figura di primo piano nella locale comunità valdese; il pastore Francesco Lo Bue fu un assiduo reclutatore, ed una buona parte di chi saliva “a la brua”, alla montagna come scrisse Lombardini, era valdese; anche se nella banda ogni connotazione religiosa scompariva (da quel che se ne sa…).

Ma al di là di questo, è la storia della chiesa valdese che parla di resistenza, e la storia della Resistenza che parla di quella libertà per cui i valdesi resistettero e lottarono per più di 500 anni. Una sorta di linguaggio comune che fa del Bagnau un simbolo che travalica la sua breve vicenda storica.

In questo libro della ed. Claudiana il racconto delle due storie.