di Alessandro Calleri*
C’è un filo rosso, invisibile ma imponente, che lega le tende piantate dagli studenti davanti alle università italiane alle aule dove, tra il 1946 e il 1947, i padri e le madri costituenti crearono l’Italia democratica. Quel filo si chiama Articolo 34 della Costituzione. Un testo chiaro, che al terzo comma recita: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.
Oggi quel diritto è sotto attacco. Non da una legge, ma da una violenza economica silenziosa ed escludente: l’emergenza del caro-affitti. Con Milano che sfonda la barriera degli 800 euro per una stanza singola, Roma e Bologna che la seguono a ruota con medie superiori ai 500 euro, e intere città storiche svuotate per fare spazio alla speculazione delle strutture turistiche, i dati fotografano una realtà inaccettabile.
La scelta del percorso universitario non dipende più dalle aspirazioni o dai desideri di un giovane, ma dal conto in banca dei suoi genitori. Questo non è un semplice problema logistico o di mercato, è un tradimento costituzionale. Quando un giovane meritevole deve rinunciare agli studi, o accettare turni di lavoro massacranti e ore di pendolarismo estenuante per pagarsi un posto-letto, l’Articolo 34 viene svuotato di significato. La Repubblica fallisce nel suo compito primario, scritto nell’Articolo 3: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Le proteste studentesche hanno evidenziato il problema e lo hanno reso di dominio pubblico, ma le risposte istituzionali sono state insufficienti. I fondi del PNRR, che avrebbero dovuto garantire migliaia di alloggi pubblici, si sono spesso tradotti in convenzioni con privati che mantengono tariffe inaccessibili per le fasce popolari, mentre gli strumenti come i bonus affitti rimangono temporanei di fronte a un mercato privo di regolamentazione.
L’istruzione non può essere una merce, né la casa un lusso. L’accesso ai gradi più alti degli studi è lo strumento democratico per eccellenza per garantire l’ascensore sociale e spezzare le catene delle disuguaglianze ereditarie. Impedire a un giovane di studiare significa privare il Paese del suo futuro e della sua intelligenza collettiva. La lotta per il diritto allo studio e per il diritto alla casa è una battaglia profondamente antifascista, perché mira alla costruzione di una società inclusiva, giusta e solidale. La Resistenza si fa anche difendendo il diritto di un figlio di operaio o di un giovane precario di sedersi nelle stesse aule universitarie di chi è nato nel privilegio. Sostenere gli studenti nelle loro rivendicazioni per una vera riforma dei posti letto pubblici e per il blocco delle speculazioni immobiliari significa applicare la Costituzione.
Questa stessa crisi mostra il suo volto più drammatico se si guarda al Mezzogiorno, dove il diritto allo studio si scontra con la piaga della migrazione forzata e dello spopolamento intellettuale. Le università del Sud Italia vivono da anni una condizione di sottofinanziamento cronico, penalizzate da criteri statali di ripartizione dei fondi che premiano i territori economicamente più forti. Nonostante i prezzi degli immobili a Bari, Palermo o Catanzaro siano inferiori rispetto al Nord, l’impatto economico sulle famiglie meridionali resta devastante a causa di tassi di disoccupazione più elevati e salari medi più bassi. Il risultato è un paradosso doloroso: migliaia di diplomati meridionali sono costretti a emigrare per studiare, attirati dalla promessa di migliori servizi o futuri sbocchi occupazionali, svuotando i propri territori delle energie più fresche e competenti. Quando un giovane abbandona il Meridione per necessità e non per scelta, difficilmente vi fa ritorno, allargando una frattura geografica e sociale che spacca in due l’Italia.
È tempo che le istituzioni applichino l’Articolo 34 non come un lontano ideale, ma come un obbligo quotidiano, ricordando le parole che Piero Calamandrei pronunciò nel 1950: “La scuola è aperta a tutti… Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione… La scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente.”
* Alessandro (Càlleri, con l’accento sulla a) ha 17 anni, ha appena concluso il quarto anno di liceo ed è probabile che finisca per studiare storia. In questa rubrica ci mette a parte di quelle che abbiamo deciso di chiamare le sue riflessioni.


