di Alessandro Calleri*
«Solo uno di noi
si fermò a pugno chiuso, vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì sotto il muro
tacendo. Ora è uno straccio di sangue
e il suo nome.»
(Cesare Pavese, Tu non sai le colline, 1943)
Dietro la celebrazione della nascita dello Stato democratico si nasconde il silenzio di chi ha pagato con la vita il diritto alla nostra libertà. Una riflessione sulla morte come fondamento della nostra democrazia.
Il 2 Giugno è, per definizione, la festa della democrazia italiana. È il giorno dell’orgoglio, delle parate, delle bandiere che sventolano e della celebrazione di un cambio radicale: il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica.
La nostra Repubblica non è nata soltanto in una cabina elettorale, né è il frutto di un compromesso tra forze politiche. La Repubblica è nata nelle trincee, sotto i muri delle fucilazioni, tra le macerie delle città bombardate e sul sangue degli eroi partigiani. Ogni articolo della nostra Costituzione, ogni diritto e libertà di cui godiamo oggi, ha un prezzo che è stato pagato in anticipo da altri.
Celebrare il 2 Giugno significa ricordare il sacrificio di migliaia di italiani che hanno lottato per darci un Paese migliore. Non si tratta solo di ricordare una data, ma di rinnovare un giuramento di fedeltà a chi non c’è più. Significa ricordare il valore della democrazia ed essere custodi di un’eredità.
Quando un giovane partigiano, un soldato del Corpo Italiano di Liberazione o un civile inerme morivano ottant’anni fa, morivano per l’idea di un’Italia che ancora non esisteva, ma che sentivano come necessaria. La loro morte ha acquisito valore nel momento in cui ha plasmato una terra dove tutti sono liberi, dove la dignità umana è inviolabile e dove la pace è un principio cardine.
Il 2 Giugno non può essere una ricorrenza divisiva: le frecce tricolori dipingono il cielo, ma il nostro dovere è guardare il passato e migliorare il presente. Perché la Repubblica, prima di essere scritta sulla carta della Costituzione, è stata incisa sulla pietra di quei muri delle fucilazioni. Quegli “stracci di sangue” oggi sono diventati la nostra bandiera.
Tutti quei nomi scritti sulle lapidi, le mamme che hanno lasciato i propri figli, i figli che hanno abbandonato le madri, tutti questi rappresentano la democrazia italiana e l’Italia come la conosciamo noi adesso.
* Alessandro (Càlleri, con l’accento sulla a) ha 17 anni, fa il quarto anno di liceo ed è probabile che finisca per studiare storia. In questa rubrica ci mette a parte di quelle che abbiamo deciso di chiamare le sue riflessioni.


