Lo storico Andrea Parodi ci parla della deportazione in Germania dei militari italiani che l’8 settembre 1943 hanno rifiutato di combattere coi nazisti e coi fascisti.
Trascrizione del suo intervento all’incontro “I.M.I. – Una scelta di Resistenza” che si è tenuto a Pinerolo il 12 marzo 2026 al Tempio valdese a cura della Associazione Culturale Valdese “Ettore Serafino”.
La trascrizione delle testimonianze sui militari internati Ernesto Tron, Vincenzo Bassani e Giacomo Chiappero che sono state rese nel corso dell’incontro è disponibile qui. Il video integrale dell’incontro è disponibile qui.
Le trascrizioni sono state effettuate con Turboscribe.ai, la revisione dei testi da anpivalpellice.it.
Abstract: l’autore racconta alcune vicende delle sue ricerche sui soldati italiani internati in Germania per avere rifiutato di combattere con fascisti e nazisti (I.M.I., Internati Militari Italiani, la categoria che gli venne attribuita direttamente da Hitler per aggirare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra), traccia i contorni storici del fenomeno e si interroga sui motivi del lungo oblio che ha preceduto l’attuale interesse che suscita tra gli studiosi.
[…] Il discorso degli internati militari italiani è un po’ complicato, ma è anche un po’ semplice. Prima di tutto, da ora in poi, io parlerò di I.M.I. e quando dico I.M.I. voglio dire Internati Militari Italiani.
Stiamo parlando di un fenomeno che tra il 1943 e il 1945, ha interessato all’incirca, i numeri sono ballerini, 650.000 italiani. Al netto di quella che è poi stata chiamiamola selezione nel corso dei mesi di prigionia.
Di questi, e qui mi preme sottolinearlo perché forse è l’aspetto che fa più effetto, 50.000 di questi 650.000, sono morti. Di questi 50.000, 19.000 sono seppelliti nei cimiteri militari italiani d’onore in Germania, ce n’è uno a Monaco e uno a Colonia, ma ce ne sono altri. Poche centinaia sono seppelliti in Italia, soprattutto grazie al rientro, la possibilità di far rientrare le spoglie da questi cimiteri in Italia. Tutti gli altri, stiamo parlando di più di 30.000 di loro, sono a tutt’oggi dispersi nelle fosse comuni.
Questo lo sottolineo perché è un dato che fa sempre molto effetto e ci racconta un fenomeno poco conosciuto. Il mio libro narra di questo, narra molto di questo…
Tutto nasce da un’esperienza personale, da un prozio. Io raramente mostro le foto di mio prozio, quindi siete fortunati che le potete vedere. Il bambino sono io, io sono del 1978 e mio zio muore nel 1980, quindi non avevo neanche compiuto 2 anni quando mio zio viene a mancare. L’altra invece è mia zia.

Mio zio è stato uno di questi 650.000, anzi è stato uno del gruppo dei 44 ufficiali italiani che sono i protagonisti del mio libro. […]
Questo zio Carlo, è sempre stato al centro dei discorsi, dei racconti familiari. Era una persona molto amata, molto stimata, insomma il classico zio al centro della scena familiare, unificatore e quant’altro, tra l’altro residente ad Avigliana, quindi insomma siamo in un contesto non vicino, ma comunque abbastanza affine [a questo].
Tutti mi hanno sempre raccontato che mio zio era stato in un campo di concentramento. Faccio questa precisazione perché è l’elemento, secondo me, importante di questa narrazione: cioè non veniva detto che era stato in Germania internato in un lager nazista, si diceva che era stato prigioniero in Germania, che era la denominazione diciamo così ufficiale di questi uomini.
Io ero bambino, stiamo parlando di metà degli anni Ottanta quando mi raccontavano queste cose e io, diciamo così in maniera molto sillogistica, avevo concluso che mio zio era ebreo. Non c’erano altre opzioni nella mia mente.

La cosa però non mi tornava perché, come vedete, mio zio si è sposato in una chiesa cattolica […] e da qui sono nati i miei dubbi e le mie poche certezze su questa storia molto fumosa di cui mio zio, altro elemento importante, fondamentale di questa storia, non aveva mai parlato.
Non aveva mai parlato. E anzi, quando qualcuno, ovviamente dei miei parenti, non io, aveva cercato di indagare questo passato misterioso in Germania durante la guerra, non otteneva nessuna risposta soddisfacente.
Come vi ho detto, mio zio aveva una moglie che poi è la sorella di mia nonna, che è la sposa nella foto, che muore invece nel 2008; loro non hanno avuto figli, quindi è toccato a noi vari nipoti e pronipoti dover smontare la casa, come spesso accade in queste situazioni. Quindi abbiamo dovuto svuotare la casa e quando è stata svuotata il mio istinto, chiamiamolo così da storico e anche volendo, se vogliamo di archivista in erba, è andato subito ai documenti; e da un cassetto, naturalmente l’immagine non è reale ma è dimostrativa, da un cassetto sono saltati fuori alcuni documenti.
Principalmente è uscito fuori un diario che non era il diario di mio zio, ma era il diario di un suo commilitone di Messina che nel 1996, 16 anni dopo la morte di mio zio, si fa vivo; naturalmente non trova mio zio, trova mia zia, e le manda il diario. Non ho mai saputo se l’ha letto o se l’ha lasciato da parte, ma sicuramente l’ha messo in un cassetto e ha fatto in modo sostanzialmente che io lo trovassi
E da lì è nata una sorta di avventura storica, ma anche archivistica, perché naturalmente la storia si fa con le fonti e le fonti si trovano negli archivi.
Che non sono soltanto gli archivi seri organizzati, ma sono anche gli archivi personali, cioè gli archivi che tutti conserviamo in casa. Anche banalmente questo, il cellulare, anzi lo smartphone, è un archivio perché avete il vostro archivio fotografico, avete magari dei documenti, avete la vostra posta elettronica.., alla fin fine è un cloud dove tenete e archiviate i vostri documenti, le vostre bollette… Anche questo è un archivio.
E quindi il lavoro divertente è stato quello di andare alla ricerca degli archivi.

Ora tutti noi quando pensiamo ad un campo di concentramento o lager che dir si voglia pensiamo a questo, cioè all’immagine classica di Auschwitz Birkenau. Naturalmente io ho messo le immagini più edulcorate tra quelle disponibili su Auschwitz Birkenau.
In realtà il Terzo Reich, che era molto più ampio dell’attuale Germania, comprendeva l’attuale Austria, comprendeva in parte l’attuale Cecoslovacchia, ma soprattutto la Polonia, l’attuale Polonia; il Reich tedesco non aveva soltanto Auschwitz… Ve ne cito un altro famoso, Mittelbau-Dora Buchenwald, sono i KZ, cioè i campi di eliminazione come Auschwitz.

Come vedete ce ne sono tanti altri e questi non sono neanche tanti.
Vi faccio qualche esempio. La bassa Sassonia è etichettata con la regione 11..; la signora Serafino mi ha fatto vedere il documento dello zio, nella piastrina c’era scritto 2B, quindi vuol dire che siamo nella zona di Stettino…
Tutto il Reich era diviso in, diciamo, circoscrizioni.
Nel mio libro si parla di un lager che è stato il lager di Unterlüß, che è un lager che non è mai esistito formalmente, è un lager particolare. Adesso non entro nei dettagli, ma il lager di Unterlüß si trova vicino ad Hannover, a Bergen-Belsen, diciamo più o meno dove c’è il numero 11. Siamo nella Bassa Sassonia, zona di Hannover, per capirci: siamo nella zona di Wietzendorf […]
Unterlüß è un paese tragicamente conosciuto al giorno d’oggi perché è la sede, lo era all’epoca e lo è tutt’ora, quindi lo è da 100 anni, la sede della principale fabbrica di armamento tedesco e quindi d’Europa: è la Rheinmetall, che oggi produce gli armamenti per l’Ucraina, principalmente per l’Ucraina, e per il riarmo tedesco di cui tanto si parla, perché la Germania sta investendo molto, stiamo parlando di oggi, nel riarmo.
Questa Rheinmetall è stata ampliata lo scorso anno. È un paese piccolino, un paese di 5-6.000 abitanti, però vi è questa questa fabbrica molto grande.
Qua non c’è Unterlüß, ma sappiate che a Unterlüß tra il 1943 e il 1945 c’erano 31 campi, 31 piccoli campi come quello appunto dei 44 ufficiali del mio libro. Sono tanti, vi rendete conto?
E quindi vi dovete immaginare una costellazione di campi di concentramento.

[…] Si pensa sempre agli ebrei parlando della Shoah, 6 milioni di morti, che è un numero spaventoso, però non viene mai specificato la nazionalità di questi 6 milioni di ebrei morti sterminati nei lager nazisti, quelli principali, cioè quelli segnati con il rosso, etichettati con il pallino, anzi con il quadratino rosso.
La metà erano polacchi, i russi erano poco più di 1 milione 340.000, e poi ungheresi, cecoslovacchi, rumeni, tedeschi, olandesi, francesi, belgi… Non li ho elencati tutti.
Ma arriviamo al dato italiano, che è 7.858.
Fa effetto perché su 6 milioni di ebrei morti, fa effetto pensare che sono 7.858 gli ebrei [italiani] morti, la differenza è spaventosa con gli internati militari italiani, però è una differenza sostanziale, cioè il dato nudo e crudo è incredibile, no?

Gli ebrei colonna di sinistra: sono stati 8.600 nei lager nazisti, 7.800 sono morti, più del 91%. Colonna di destra, I.M.I.: abbiamo 650.000 di cui 50.000 morti, meno dell’8%.
Perché vi ho riportato questo grafico? Non per sminuire il numero ebraico italiano, ripeto, solo di cittadinanza italiana, ma perché c’è una percentuale spaventosamente diversa, cioè mentre gli ebrei sono stati sterminati quasi del tutto, 91%, per gli I.M.I., quindi per gli internati militari italiani, abbiamo una percentuale decisamente inferiore, molto inferiore.

In realtà il numero diventa ancora più spaventoso se consideriamo il numero totale degli internati o dei deportati, poi se volete vediamo la differenza, italiani in Germania. Parliamo di italiani, eh, cioè nazionalità italiana.
Abbiamo meno dell’1% di ebrei, 2,4% di triangoli rossi pari a 23.000 circa. triangoli rossi sono i prigionieri politici, sono i deportati, la differenza tra internato e deportato è questa. Poi abbiamo i lavoratori coatti che non fanno parte né degli internati militari italiani né dei deportati politici che si possono suddividere in prima e dopo la nascita della Repubblica Sociale Italiana, e poi abbiamo gli internati militari italiani. Adesso non vi voglio complicare l’esistenza, però sappiate che inizialmente sono stati 716.000, i 650.000 sono al netto delle prime adesioni.
Tutto questo nasce a monte dall’8 Settembre quando gli italiani, i soldati italiani, che erano circa 2 milioni, si trovavano dislocati nei diversi fronti di guerra.
All’8 settembre 1943 la situazione era diversa rispetto al 1941, al 1942, e anche al 1940. L’Italia ormai aveva soltanto il controllo della della regione balcanica che comandava, che sovrintendeva, che occupava per meglio dire dall’ottobre del 1940. e la Francia meridionale, cioè al confine con l’Italia, sostanzialmente la Savoia, l’alta Savoia, Nizza e Gap. E le isole dell’Egeo, le isole greche. [I soldati italiani] erano dislocati in questi scenari, in questi teatri bellici. […]
Quando l’8 settembre del 1943 avviene l’armistizio, i tedeschi, contrariamente agli italiani che erano erano stati lasciati senza nessun ordine, sapevano benissimo cosa fare e come farlo. I tedeschi hanno il compito di accerchiare, disarmare, e catturare gli italiani, i soldati italiani, e fargli una domanda: aderite o non aderite?
Ma a che cosa?
Fino al 20 settembre per gli ufficiali aderire voleva dire diventare SS, per la truppa voleva dire diventare parte della Wehrmacht. Dopo il 20 settembre con la nascita della Repubblica Sociale Italiana vuol dire stare con Mussolini dalla parte dello stato fantoccio che aveva creato nel nord Italia.
Capite bene che se un soldato italiano si trova in Italia l’8 settembre, nei giorni successivi bene o male può pensare di poter tornare a casa, come per esempio ha fatto Alberto Sordi in un film straordinario che è tutt’altro che romanzato, “Tutti a casa”. Se ti trovi in Francia, ma peggio ancora nelle religioni balcaniche e ancora peggio nelle isole dell’Egeo, diventa un po’ più complicato. Quindi molto spesso anche queste scelte sono state dettate anche da una situazione contingente.
[Eppure] la stragrande maggioranza di questi uomini, più o meno il 90-92% non aderisce alla proposta teutonica e sceglie la via dei lager, cioè cioè quella di essere deportati nei lager nazisti. Qui diventano con una straordinaria denominazione Internati Militari Italiani.

Perché vi ho messo la data in rosso? Perché il 20 settembre 1943 non è una data a caso e non è la data soltanto della presa di Porta Pia nel 1870. Il 20 settembre 1943 Mussolini era stato liberato qualche giorno prima dal Gran Sasso, il 20 settembre 1943 Adolf Hitler riceve dai vari scenari di guerra il resoconto numerico della situazione dei soldati italiani. Quando viene a sapere che il 90% di questi soldati italiani non aveva aderito alla causa tedesca.., adesso non posso dirlo perché siamo in un luogo di culto, se la prende a male e decide di inasprire la situazione di questi soldati, non tollera, ecco, per dirla fine, non accetta di poterli considerare prigionieri di guerra, che è uno status previsto dalla convenzione di Ginevra del 1929. Li denomina internati militari italiani: noi li chiamiamo internati militari italiani, che è una traduzione letterale dal tedesco di una denominazione affibbiata da Adolf Hitler il 20 settembre 1943. Non li abbiamo chiamati noi così, li ha chiamati lui, lui stesso nei dispacci, nei documenti del 20 settembre 1943.
E non è un caso che io continui a dire il 20 settembre: il 20 settembre lo trovate in rosso perché il 20 settembre da un anno, ormai poco più di un anno, intendo 13 mesi, cioè dal gennaio del 2025 è la data che il Parlamento italiano con un voto unanime, neanche un voto contrario, ha stabilito essere il giorno degli Internati Militari Italiani e quindi dal 20 settembre del 2025 5 è possibile celebrare questa giornata.
Ma perché internati militari italiani? Per non denominarli prigionieri di guerra. Perché non nominarli prigionieri di guerra? Perché così li si privava dei benefit, adesso chiamarli benefit.., comunque sì, diciamo così del riguardo verso i soldati prigioni di guerra.
Perché la Convenzione di Ginevra, tra le tante cose, prevede per i prigionieri di guerra l’assistenza sanitaria della Croce Rossa Internazionale, che era la cosa più importante, che Adolf Hitler con questa nuova denominazione aggira. Sostanzialmente fa in modo che i soldati italiani non abbiano nei lager, al loro arrivo nei lager, un trattamento di copertura sanitaria, che era la possibilità anche solo per le malattie più banali di avere una assistenza sanitaria. Questo è importante da sottolineare.
Quindi essere optanti o non optanti avviene dall’8 al 19 settembre 1943 verso la Wehrmacht, come dicevo prima, e dal 20 settembre 1943 come internati militari italiani verso la Repubblica Sociale Italiana.
Tutto ciò è un qualcosa di logisticamente complicato, perché trasportare 650.000 soldati dai teatri di guerra alla Germania voleva dire organizzare migliaia di convogli, convogli ferroviari che con un viaggio che dire della speranza è dire poco, nel senso che si trattava di una settimana, 10 giorni consecutivi di tradotta militare, senza mai fermarsi, senza mai poter uscire, con un’alimentazione ridotta al lumicino e con disagi enormi, non riuscivano neanche a sdraiarsi per poter dormire.
Quindi, stiamo parlando di un viaggio massacrante che faceva parte del pacchetto vacanza di Adolf Hitler, per poterli sfinire e per poterli così convincere ad optare.
Da quel momento in poi è tutto un una giro di vite per fare in modo che questo grande numero di italiani potesse aderire alla causa nazifascista.
Pensate se questa quantità considerevole di italiani avesse optato per i tedeschi o comunque della Repubblica Sociale Italiana: cosa sarebbe successo in Italia? Avremmo avuto molti più Marzabotto, molti più Boves, molte più stragi nazifasciste. Avremmo avuto 650.000 soldati in più che combattevano contro i soldati angloamericani, ma soprattutto nel nord Italia contro le truppe partigiane. Certo, forse probabilmente la guerra avrebbe avuto lo stesso esito, ma chissà a quali costi aggiuntivi ulteriori.
Abbiamo detto quindi che i catturati sono 810.000, 716.000 sono i primi soldati che dicono di no, di questi, 26.000 sono ufficiali, di questi 200 sono generali. Sono divisi in vari lager.
E’ un invito a ampliare il concetto di resistenza, perché bisogna parlare di resistenze al plurale.

C’è una prima resistenza che è quella delle prime azioni eroiche di contrasto come quelle di Cefalonia, di Porta San Paolo, di Lero, di Corfù…, ci sono tantissimi esempi.
Abbiamo poi la resistenza della lotta partigiana che è la resistenza per antonomasia, soprattutto nella narrazione repubblicana dei primi sessant’anni di Repubblica; è stata la resistenza con la R maiuscola, è anche l’unica.
Abbiamo, numero tre, la resistenza senza armi degli internati militari italiani che in tutto e per tutto sono oggi considerati dei resistenti.
E poi abbiamo il quarto capitolo che è un’altra forma di resistenza che il più delle volte viene ignorata, ma è stata una realtà molto importante e poi vi dico perché è stata ignorata; numericamente inferiore rispetto a quella degli internati militari italiani, è quella della lotta di liberazione del Sud Italia.
Io prima ho citato il film “Tutti a Casa”, nel film Alberto Sordi alla fine si unisce all’esercito del Sud, della lotta di liberazione del Sud Italia per combattere le Quattro giornate di Napoli. Finisce così il film, non so se avete presente. Alberto Sordi interpreta un soldato che fa parte del quarto gruppo, della quarta resistenza.
Non se n’è parlato semplicemente perché l’esercito del Sud era un esercito in tutto e per tutto identificato con Umberto II e quindi essendo stato Umberto II l’ultimo re d’Italia cacciato via dal referendum, con, diciamo così, con il colpo di spugna repubblicano dei primi anni del dopoguerra, la lotta di liberazione del Sud Italia è passata in secondo ordine.
Voglio ricordare la battaglia del Monte Marrone e la battaglia di Montelungo, l’esercito italiano attuale è nato lì di fatto, sul campo.
Ho delle foto, ma sono foto viste e straviste.

Questa è il viaggio tramite i vagoni piombati. L’ho messa perché i viaggi avvenivano così, in piedi per giorni nei vagoni.

Questa è la registrazione nei lager all’arrivo.

Questa è una foto di regime famosissima. e la foto che veniva spedita dalla Germania ai parenti d’Italia per far vedere che loro lavoravano ed erano tanto felici di lavorare in Germania per aiutare la causa tedesca. Naturalmente tutto in una retorica di autocompiacimento, per dimostrare alle italiche genti che erano tutti contenti di lavorare per il Reich, mentre invece erano prigionieri. Naturalmente la narrazione era diversa [dalla realtà].
[…] Gli ufficiali avevano uno status particolare. Il loro status era un gioco sottile di detto o non detto, ma soprattutto di lecito o non lecito, si avvalevano di un articolo della stessa convenzione di Ginevra che Adolf Hitler aveva aggirato con la denominazione internati militari italiani che invece permetteva agli ufficiali di non lavorare perché gli internati militari italiani, quelli di truppa e di sottufficiali avevano come compito quello di lavorare, di lavorare principalmente nelle fabbriche, i più fortunati nei campi a coltivare. Perché dico più fortunati? Perché riuscivano sotto sotto a mangiare. Rispetto agli internati che lavoravano nelle fabbriche che mangiavano poco o niente e molto spesso rimediavano soltanto bucce di patate qui e lì, era tanto.
Invece gli ufficiali avevano questo status e se ne facevano forza perché era la loro vera arma, soprattutto per rivendicare il loro ruolo di ufficiali, anche perché ricordate che erano ufficiali presi in ostaggio da altri ufficiali, quindi c’era questa situazione anche un po’ curiosa.
La convenzione di Ginevra dice appunto che gli ufficiali potevano non lavorare E questo è importante da sottolineare perché a un certo punto Adolf Hitler per la seconda volta si arrabbia, ecco, lo dico in maniera di nuovo edulcorata, si arrabbia e per risolvere il problema degli ufficiali, esattamente come aveva fatto il 20 settembre 1943, il giorno 20 luglio del 1944 attua la civilizzazione, cioè decide insieme a Mussolini che gli ufficiali italiani non erano più ufficiali, il loro status di ufficiale militare era trasformato in quello di civile.
Naturalmente tutto questo non valeva per i soldati italiani, i quali non riconoscevano neanche Mussolini come loro capo del governo, perché in realtà loro si rifacevano all’Italia badogliana, quella monarchica. Tutto un gioco degli equivoci.
Avviene questa civilizzazione, molti vanno [a lavorare] in maniera volontaria, altri, 2.500, verranno precettati di forza. Tra questi il gruppo dei 44 ufficiali di Unterlüß, che è poi il nucleo principale del mio libro.
I restanti 10.000 rimarranno nei lager in attesa di essere avviati al lavoro. Il no del gruppo dei 44 che poi a un certo punto operano uno sciopero e vengono addirittura deportati, li porta ad aggiungere allo status di internato quello di deportato politico, un vortice di status che si sommano l’un con l’altro.
[…] Sara [Rivoira, archivista della Tavola Valdese che ha moderato la serata] ha citato un episodio che a questo punto è bene raccontare, io lo racconto nel libro.
E’ la vicenda delle famose casse di Wietzendorf. Stiamo parlando Wietzendorf, il lager dove è stato anche il papà della signora [Ernesto Tron, vedi la testimonianza della figlia Annamaria]. Prima mi hanno fatto vedere qualche documento, tra l’altro c’è un documento firmato dal colonnello Testa che era il comandante in capo italiano del lager di Wietzendorf. Perché ogni lager, soprattutto degli ufficiali, aveva un comandante tedesco e un comandante italiano.
Questo colonnello Testa di Wietzendorf, che aveva probabilmente un istinto d’archivista, aveva un archivio molto nutrito, con dei fascicoli personali e tutta una documentazione che oggi per noi sarebbe manna dal cielo. Lo racchiude in alcune casse e lo salva dalla distruzione, perché i tedeschi quando vanno via vanno alla ricerca dei documenti per distruggerli. […]
Si rende conto che questi documenti sarebbero stati utili in un futuro da un punto di vista archivistico, ma soprattutto storico, e porta queste casse a Roma, alla Cecchignola, che è una città militare a sud di Roma.
E lì rimangono sicuramente fino al 1965, quindi 20 anni dopo la fine della guerra. Lo sappiamo perché un libro pubblicato nel 1965 per i 20 anni dalla fine della guerra le cita, e il suo autore, lo storico Carmine Lops, cita i documenti in esse contenuti come fonti, quindi insomma vuol dire che evidentemente li ha consultati.
Testa muore nel 1968. Dopodiché queste casse spariscono, completamente, spariscono proprio nel nulla. Io adesso non mi ricordo se erano quattro o cinque casse. Comunque quattro-cinque casse di documenti non sono poca roba e io spero sempre che saltino fuori tipo armadio della vergogna.?
[…] Che cosa emerge da tutto questo?
Il racconto del sottoscritto che nel 2008, quando muore la zia e smonta casa, trova i documenti, incomincia a unire i puntini e a capire che dietro c’è una storia diversa da come uno se l’è immaginata.
Io, pur avendo studiato storia all’università non avevo mai sentito parlare degli internati militari italiani. L’ho scoperto nel 2008, ho avviato una ricerca bibliografica e mi sono reso conto che c’era poco o niente, e quel poco erano libri ormai introvabili, pubblicati nella memorialistica degli anni successivi alla liberazione, roba che potevo trovare all’Istoreto di Torino e forse alla Biblioteca nazionale di Roma e di Firenze, siamo a questi livelli.
E quindi mi rendo conto che c’era da provarci, e il primo istinto che ho avuto è stato quello di fare un lavoro che peraltro non è ancora finito: avevo di fronte 44 nomi, erano i 44 ufficiali del gruppo del mio prozio. Uno era lui, l’altro era Natale Ferrara, l’autore del diario pervenuto a mia zia, da lì non potevo ricavare altro. Però tutti gli altri 42, ho cominciato a cercarli.
Uno l’ho trovato vivo, è morto solo l’anno scorso, anzi due anni fa ormai, a 103 anni. E’ Michele Montagano, il libro gravita intorno a quest’uomo e alle sue memorie.
Per tutti gli altri invece si è trattato di andare a cercare i figli e i nipoti e chiedere: “Scusate, io ho trovato qualcosa nel cassetto di mia zia, non è che voi avete qualcosa nei vostri cassetti?” La risposta è stata sì.
C’è chi ha tirato fuori di tutto di più, c’è chi ha tirato fuori poco o niente, però è stato molto bello perché poi a un certo punto si è creata anche una rete di parenti e di persone che hanno vissuto la stessa esperienza, commovente.
In un caso ho risolto anche dei problemi familiari: il padre, l’internato militare in questo caso era morto da qualche anno e i figli, che erano tre o quattro, non si parlavano tra loro dalla morte del padre. Quando sono arrivato io, come un fulmine a ciel sereno a chiedere loro documenti, è stata l’occasione di parlarsi tra loro, hanno ricominciato a parlarsi. Abbiamo anche festeggiato questo evento, mi hanno invitato a pranzo, siamo andati a mangiare tutti quanti a Monza. Ci sono stati anche episodi così.
Sono arrivate lettere, sono arrivati documenti, sono arrivate quelle poche cose che c’erano e che erano a disposizione nelle case, nei cassetti di quelle 44 famiglie, perché il bello di questi 44 è che rappresentavano tutta Italia. Quindi si è creata questa rete dalla Sicilia alla alla Liguria, dal Piemonte alla Lombardia.
Tutto riunito sotto il cappello di questo signore eccezionale che è stato Michele Montagano, che poi è diventato il migliore amico di Mattarella per gli Internati Militari Italiani, tanto che gli ha conferito la massima onorificenza della Repubblica che è il Cavaliere di Gran Croce, e l’ha invitato molte volte al Quirinale a raccontare la sua esperienza.
Io a quest’uomo ho fatto vivere una seconda giovinezza perché poi naturalmente tutta questa pletora di parenti a un certo punto hanno voluto incontrarsi, quindi abbiamo organizzato delle feste, delle cene, delle occasioni di ritrovo.
In tutto questo la fonte orale è stata importantissima, però bisogna sempre tenere conto di cosa è la memoria a sessant’anni, anzi di più perché io Michele Montagano l’ho conosciuto che aveva già 93 anni.
La testimonianza è diversa dai documenti, dai diari o dichiarazioni che invece sono stati scritti in presa diretta, proprio durante la prigionia, oppure subito dopo la liberazione, sotto forma di relazioni.
Sto parlando delle relazione redatte nella seconda metà di aprile del 1945 su richiesta degli inglesi che sono stati i liberatori. Sono stati liberati dagli inglesi, dalla parte occidentale sono arrivati gli inglesi dalla parte orientale, come noto, i russi. Quando sono arrivati gli inglesi ad alcuni è stato richiesto di redigere delle dichiarazioni, dichiarazioni che sono falsate perché ad esempio il gruppo dei 44 di cui parlo ha compiuto un gesto eroico, si è sostituito ad altri commilitoni che erano stati scelti per una decimazione dimostrativa da parte dei nazifascisti, vale a dire alla fucilazione. Nelle relazioni agli inglesi questa storia non emerge, cioè viene raccontata in maniera molto asciutta e molto quasi fosse un passaggio amministrativo normale e poco esaltante, mentre in realtà è stato molto sentito, come poi emerge da altre fonti e da fonti orali successive.
[…]Quindi bisogna fare una netta distinzione di queste fonti, è importante.
[…] Tra i miei 44 c’è Alberto Pepe. Alberto Pepe è un personaggio che ultimamente è diventato molto famoso, non soltanto perché è un protagonista del mio libro ed è uno dei soldati ancora oggi disperso in una fossa comune in Germania a Unterlüß. Alberto Pepe è conosciuto perché la trasmissione televisiva Pietre d’inciampo gli ha dedicato un’intera puntata a cui ha partecipato anche il sottoscritto.
[…] Alberto Pepe ha una caratteristica che fino al 24 gennaio del 45 tiene un diario tutti i giorni. E’ un diario che in realtà non è un diario, ma è una raccolta di lettere che lui scrive ipoteticamente a sua moglie indirizzandole alla moglie senza spedirle. Lui non lo sapeva, ma poi questo diario in maniera fortuita, è stato salvato ed è arrivato alla moglie. Quindi la moglie nel dopoguerra ha potuto leggere le lettere che erano indirizzate a lei ed è stato molto commovente.
Quella di Pepe è una testimonianza importante perché racconta in presa diretta, ogni giorno, l’evolversi della situazione, il tentativo continuo da parte dei nazisti di convincere questi soldati, in particolar modo questi ufficiali, a optare per la Repubblica Sociale Italiana.
E’ una fonte decisamente diversa anche come tono rispetto alle testimonianze successive che invece sono rielaborazione di sentimenti, viste con un distacco più netto, con il senno del poi, da persone che si sono salvate, che sono tornate, che hanno vissuto il boom economico, la ricostruzione, si sono affermate nella vita e quant’altro.
Di questo bisogna sicuramente tenere conto.

Concludo con questa slide che interpreta in pieno il sentimento dell’internato militare italiano medio. Infatti vedete che ho scritto anonimo I.M.I. perché potrebbe averla scritta chiunque internato militare italiano.
Al loro ritorno c’è stata questa cappa totale di silenzio anche in famiglia ed è questo il motivo per cui oggi noi non sappiamo tutto di cosa è successo agli internati militari italiani, perché la maggior parte di loro, c’è anche da dire questo, la maggior parte di loro erano analfabeti o comunque non hanno tenuto diari e a volte neanche dopo la fine della guerra [hanno lasciato memorie].
Quindi non abbiamo le fonti e la loro frustrazione enorme nel loro ritornare in Italia, non essere riconosciuti come internati militari italiani ma come persone che si sono divertite in Germania, non è una battuta. E quindi sostanzialmente l’internato militare italiano dice: “Raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non era creduto e allora ho evitato di raccontare.”


