Hitler li volle definire Internati Militari Italiani per farli uscire dall’ambito della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra e poterne così fare quello che voleva: erano i soldati italiani che dopo l’armistizio dell’8 settembre si rifiutarono di combattere con tedeschi e fascisti e che per questo vennero deportati in Germania e reclusi nei campi lavoro in condizioni che la letteratura concentrazionaria ci ha reso facile immaginare.
Al tema, che la storiografia per decenni ha relegato in secondo piano, l’Associazione Culturale Valdese “Ettore Serafino” ha dedicato il 12 marzo un incontro dal titolo “Internati Militari Italiani – Una scelta di Resistenza”, affidando allo storico Andrea Parodi il compito di dirci quanti soldati, in quali circostanze e con quali conseguenze seppero dire no a Hitler e a Mussolini, di spiegarci perché questa è una delle pagine più significative della Resistenza e della lotta di Liberazione, e di aiutarci a capire come mai invece sia stata considerata irrilevante se non vergognosa.
Nel corso dell’incontro sono state presentate le storie di tre internati, a raccontarle sono stati i figli: Annamaria Tron ha raccontato la storia di Ernesto, Piero Bassani quella di Vincenzo e Paolo Chiappero quella di Giacomo. Alla loro stregua Anna Bosio ha raccontato quella del padre Attilio, che dopo avere “optato” per evitare la deportazione, disertò per andare a combattere coi partigiani della V Divisione GL “Val Germanasca”. Percorsi diversi per una stessa Resistenza.
Questo il testo dei loro interventi.
Pinerolo 12 marzo 2026, Tempio valdese, “IMI – Una scelta di Resistenza”, incontro con Andrea Parodi autore del libro “Il coraggio dell’indignazione”, organizzazione Associazione Culturale Valdese “Ettore Serafino”, intervento di Annamaria Tron.
Questa che voglio raccontarvi è la vicenda di mio padre, che è stato anche lui tra gli internati militari.
Il 27 agosto del 1945 è la data ufficiale in cui mio padre, che si chiamava Ernesto Tron ed era originario di Massello, un piccolo paese di montagna della Val Germanasca, in cui è rientrato dalla prigionia, come risulta dal suo stato di servizio. C’è la data del 10 ottobre 1943 in cui è stato catturato dai tedeschi e portato nei campi di prigionia e poi c’è la data del 27 agosto del 1945 in cui risulta rientrato in Italia.
Ma perché papà era prigioniero in Germania? Perché non ci ha mai raccontato i dettagli di questa prigionia? Noi bambini, poi ragazzini sapevamo che c’era stata una guerra. Abbiamo sempre sentito parlare della lotta partigiana. Abbiamo quasi sempre partecipato agli incontri del 19 agosto per ricordare lo zio Enrico Gai, fratello di mia mamma, morto partigiano nel 1944 sui monti intorno a Massello, ma nulla sapevamo dell’internamento di mio padre.
Molto si è raccontato e scritto sui campi di sterminio degli ebrei e sulla Shoah, ma dei prigionieri italiani catturati dopo l’8 settembre del 1943 si è detto molto poco e solamente da circa 30-40 anni si comincia a parlarne.
Ernesto, mio padre, è morto nel 1982 a 67 anni, quindi sicuramente in quegli anni era difficile parlarne. E’ nostra madre che ha poi cominciato a cercare notizie e documenti per ricostruire il periodo della sua prigionia. E dopo di lei ho preso in mano io quanto lei aveva già raccolto per proseguire le ricerche.
Grazie soprattutto a una cugina che è nata e vissuta a Massello, sono state ritrovate alcune lettere, circa una ventina che la famiglia aveva inviato ad Ernesto durante la prigionia. Così sono riuscita a individuare alcuni lager in cui era stato internato come ufficiale con il numero 25448, penso fosse un numero di matricola.
Era stato catturato in Balcania, immagino in Montenegro dopo l’8 settembre con il suo battaglione. l’Exilles.
Dagli scritti di storici contemporanei, dalle testimonianze lette su diari e memorie di ex internati, ho potuto sapere che i tedeschi hanno subito trattato i militari italiani come traditori, quindi li hanno disarmati e fatti prigionieri come internati militari italiani, come Hitler ha voluto definirli.
Infatti, essere IMI e non prigionieri di guerra voleva dire non avere nessuna protezione, nessuna assistenza umanitaria della Croce Rossa Internazionale, nessun controllo sulle condizioni in cui erano costretti a vivere.
Dalle lettere ritrovate ho potuto ricostruire i diversi trasferimenti di mio padre da un lager all’altro. Il primo in cui è stato internato è quello di Deblin Irena in territorio polacco. Qui sarebbe rimasto fino all’aprile-maggio del 1944. Non si capisce mai bene quando e da dove partono queste lettere, e quando e dove arrivano. Sovente l’indirizzo del vecchio campo è cancellato e sostituito con uno nuovo.
Dopo Deblin, con l’avanzata dell’esercito russo da est, è stato trasferito in due campi minori all’estremo ovest della Germania, vicino al confine con i Paesi Bassi, a Bathorn e Oberlangen, nell’Emsland, una terra di paludi e di torbiere.
Da alcune pagine del diario del pastore Giorgio Girardet, pubblicato nel 2019 dalla figlia Hilda con il titolo Come canne al vento, anche lui internato e che ben conosceva mio padre come conosceva altri evangelici, risulta che Ernesto sia stato anche nel lago, nel lager di Sandbostel, di questo non abbiamo lettere. ed è stato internato in questo campo dal 30 settembre del 1944 fino al 7 gennaio del 1945. Infatti Girardet dà proprio queste date esatte, dice, “Vedo passare attraverso i reticolati Ernesto Tron e altre due persone che conoscevo, sempre evangelici”.
Da Sandbostell è poi stato trasferito a Wietzendorf in Bassa Sassonia vicino a Bergen, fino alla liberazione avvenuta per opera delle truppe britanniche il 16 aprile del 1945, come racconta il comandante italiano di quel campo Pietro Testa nel suo libro intitolato appunto Wietzendorf che ha pubblicato nel 1947 in cui racconta cosa è avvenuto in questo campo dai primi dal febbraio del 1944 fino all’agosto del 1945.
Lui è rimasto tutto questo tempo in questo campo con questo ruolo ed è rimasto finché è partito l’ultimo degli internati italiani. È un personaggio che ha molto difeso, che ha fatto di tutto per migliorare l’esistenza dei militari italiani. Il suo è un libro molto interessante, che racconta molte cose.
Comunque in queste lettere che io ho ritrovato non si accenna mai alle condizioni di vita degli internati. La censura non permetteva certo di parlarne e si autocensuravano sia quelli che spedivano sia quelli che ricevevano. In queste lettere si riportano notizie della famiglia, i pacchi spediti, quando sono stati spediti, quanti ne sono arrivati, del grande desiderio di rivedersi e molte molte preghiere, soprattutto la mamma, cioè mia nonna. Una delle frasi ricorrenti era “Que Dieu te fortifie et t’assiste dans tous tes besoins”, cioè “che Dio ti fortifichi e ti assista in tutte le tue necessità”. È ricorrente questa espressione, questa preghiera.
Per capire quali fossero le condizioni di vita degli ufficiali internati, mi sono documentata su libri e siti internet; ho visitato a Padova il Museo dell’internato, ma soprattutto ho avuto l’occasione di fare un viaggio nel nord-ovest della Germania con degli amici di Brema.
Sono stata nella zona di Oberlangen, Bathorn di Wietzendorf, ma non c’erano più tracce dei lager, abbiamo trovato soltanto dei cimiteri con soldati russi, che sono stati i primi prigionieri trattati forse malissimo rispetto a tutti quelli successivi.
Avvicinandoci a Bergen, ci siamo ritrovati al memoriale di Bergen-Belsen, dove c’è una mostra con tutte le documentazioni che riguardano i campi di internamento di quella zona, però tutto in tedesco e in inglese, quindi c’era la difficoltà di capire.
omunque, da tutto ciò mi sono resa conto che i nemici di queste persone erano soprattutto il freddo, la fame, gli interminabili appelli all’aperto, il sudiciume, i pidocchi, le malattie, il tifo, e sovente la brutalità delle guardie pronte a sparare per un nonnulla. Poi le marce interminabili.
Erano tutti i modi per umiliare e annullare l’umanità di queste persone. E pensare che gli ufficiali erano comunque dei privilegiati e all’inizio non erano obbligati a lavorare come lo erano i soldati della truppa, e mio padre non credo abbia mai dovuto andare a lavorare… C’era una possibilità per evitare l’internamento, bastava firmare una dichiarazione che veniva proposta all’arrivo in ogni campo e ripetuta durante la detenzione. Questa era la dichiarazione da sottoscrivere: “Aderisco all’idea repubblicana dell’Italia Repubblicana e fascista e mi dichiaro volontariamente pronto a combattere con le armi nel costituendo nuovo esercito italiano del duce, senza riserve anche sotto il comando supremo tedesco, contro il comune nemico dell’Italia Repubblicana fascista del duce e del grande Reich germanico.”
Non hanno aderito, cioè hanno ripetutamente detto il loro no, circa 600.000 militari, tra cui mio padre. La scelta di non combattere né per l’esercito germanico di Hitler né per quello di Mussolini è stata riconosciuta appunto come l’altra resistenza o come la resistenza senza armi.
Uno dei titoli dei libri che ho letto è appunto L’altra resistenza , di Alessandro Natta. Anche la storia di questo libro è significativa: era pronto per essere pubblicato già nel 1956, ma è stato pubblicato solo nel 1997.
E vorrei ancora leggere l’arrivo di mio padre, come è stato raccontato dal fratello che è sempre vissuto a Massello, il fratello Emilio, che dice:
“Quando si era sparsa la voce che stavano tornando dai campi di concentramento della Germania e che poteva esserci anche Ernesto, sono sceso a piedi fin verso Perrero. Si era nell’autunno del 1945, mi pare. Così, a un certo punto, verso il ponte Rabbioso, ho visto arrivare uno che sembrava camminare con molta fatica. Ho pensato ad Ernesto, ma lì per lì quasi non lo riconoscevo, tanto era stanco e dimagrito. Poi ci siamo riconosciuti e abbracciati e siamo andati verso casa, altri 6 km in montagna. Alle Aiasse avevo ucciso e macellato per lui il vitello grasso, invece di venderlo perché potesse esserci carne abbondante e fresca. È stata una cosa del tutto eccezionale per cui la gente del villaggio era stupita, perché la vendita del vitello era l’unica entrata di soldi di tutto l’anno. Ma Ernesto non ha potuto fermarsi a lungo a casa per riposarsi perché sono venuti a cercarlo per la riapertura della Scuola Latina e così poco dopo è sceso a Pomaretto dove ha iniziato ad insegnare.”
Questa è la storia che abbiamo ricostruito in modo molto artigianale con la documentazione che abbiamo trovato, diciamo, in famiglia. Non ho fatto grandi ricerche di archivio, ho letto molto, e questo è quello che ho. Grazie, grazie mille.
Pinerolo 12 marzo 2026, Tempio valdese, “IMI – Una scelta di Resistenza”, incontro con Andrea Parodi autore del libro “Il coraggio dell’indignazione”, organizzazione Associazione Culturale Valdese “Ettore Serafino”, intervento di Piero Bassani.
Mio padre [Vincenzo] è nato nel 1909 a Roma, ha fatto la scuola per allievi ufficiali di complemento a Bra nel 1930 e poi ha lavorato normalmente fino quando è stato richiamato nel 1938, nella seconda metà del 1938, per essere mandato in Albania.
Lì è rimasto qualche mese, alla fine dell’anno è tornata a casa.
A febbraio del 1939, pochi giorni prima che nascesse mio fratello, è stato richiamato per qualche mese e poi di nuovo è stato richiamato il 1° luglio 1940.
A quella data lui era tenente, ha fatto l’Albania, le montagne dell’Albania. Della sua guerra so poco, non è che ne abbia raccontato molto, ci sono delle fotografie, ma poco altro. So dai documenti che ha fatto solo due licenze durante il periodo di guerra, per cui mio fratello che era nato nel 1939 praticamente non l’ha conosciuto se non dopo la guerra.
Dopo l’8 Settembre, il 12 settembre del 1943 sono andati dal porto di Santi Quaranta a Corfù. Lui in quel momento era capitano, comandava una pattuglia di contraerea, tanto che hanno abbattuto un aereo tedesco.
Dall’aereo ha preso un orologio e poi questo orologio insieme ai suoi bagagli l’ha caricato su una nave che doveva andare a Brindisi. La nave coi bagagli è arrivata a Brindisi e l’orologio è arrivato a casa dei miei nonni.
Lui invece ha continuato, hanno continuato a combattere a Corfù contro i tedeschi, finché il 27 settembre sono stati presi prigionieri e sono stati riportati, credo, in Albania. Non c’è scritto nei documenti da dove siano partiti, però si dice che sono partiti il 28 settembre e hanno fatto un viaggio di circa un mese. Ho immaginato come fosse questo viaggio in questo vagone, tutti in piedi senza servizi, senza niente.
È arrivato a Deblin-Irena soltanto un mese dopo. Allora, da settembre a fine ottobre lui ci raccontava qualcosa dei campi, della storia, di come era vissuto, come viveva nei campi, ma mai gli episodi più crudi. Per esempio del viaggio in treno non ci ha mai parlato, di altre cose non ci ha mai parlato. ci parlava, ci sottolineava che lui era lì, che non lavorava per i tedeschi, che non ha mai, anche se molte volte gli chiedevano di aderire alla Repubblica di Sarò, non ha mai aderito alla Repubblica di Salò fino alla fine della guerra.
E’ stato poi più volte spostato di campo, non so se per l’avanzata dei russi o per altri motivi. E’ stato trasferito prima nel campo di Wesuwe poi Oberlangen, Sandbostel e poi Wietzendorf.
Negli ultimi tempi a Wietzendorf, secondo i ricordi di mio fratello, probabilmente l’hanno obbligato a lavorare, diceva mio papà che dovevano fare una strada e la facevano il peggio che potevano, e praticamente distruggendo alla fine della giornata quello che avevano fatto prima.
So che in certi momenti, in certi campi o in certi periodi è stato meglio, ad esempio ha imparato a giocare a bridge e nel campo giocava a bridge con i suoi compagni. Oppure in un altro momento si è messo in testa che doveva rivoltarsi il vestito perché era tutto malandato. Da bambino era stato mandato a fare un corso da sarto, non lo so perché, lui era perito industriale, non c’entrava niente col sarto. Comunque aveva imparato a fare qualcosa dai sarti, ha preso il suo vestito, l’ha rivoltato perché era tutto stracciato e sporco e in qualche modo se l’è rifatto.
L’avrebbe tenuto come reliquia, ma quando è arrivato a casa mia zia ha preso tutti i suoi bagagli e le sue cose, son pieni di pidocchi, li bruciamo nel cortile, per cui non è rimasto nulla.
Ricordo bene, abbastanza bene la storia, i momenti della fine della guerra, perché me li ha raccontati. Raccontava che una volta arrivati gli inglesi, li han messi su una strada e li han fatti camminare verso un paese, un paesino che era lì vicino e li han fatti andare nelle case. Dice che lui questa strada l’ha trovata pesantissima.
Papà è partito, quando l’hanno preso prigioniero, credo che pesasse sui 75 kg, 80 kg, non so, una cosa del genere. Quando è arrivato a Bra alla fine della guerra ne pesava 40. Quindi immagino quanto questa strada che ha fatto fosse per lui pesante, non è mai stato comunque un gran camminatore.
“A quella curva – raccontava -, se non c’è il posto dove arriviamo io mi fermo”. Però a quella curva effettivamente c’era il posto dove dovevano arrivare.
Li hanno sistemati in qualche casa dove dice gli abitanti erano stati sgomberati dagli inglesi e loro han trovato ancora delle patate, delle cose da mangiare. “Alcuni suoi amici – ci raccontava – sono morti perché per il mangiare improvviso hanno avuto dissenterie, malattie, eccetera”.
Mio papà era un tipo molto pignolo, raccontava che si era salvato dalla fame durante la guerra perché la razione di pane che gli davano la divideva in 10 o 12 parti, in modo da avere ogni ora qualcosa da mettere in bocca per lenire la fame più dura.
C’è ancora un episodio che voglio raccontare perché a noi è rimasto sempre in testa ed è legato al ritorno. Non so come mai dal 20 aprile quando sono stati liberati, sono tornati solo a inizio di settembre. Mio papà è tornato il 1° di settembre, è tornato solo il 1° di settembre e raccontava che nel treno che tornava a casa c’erano altri suoi amici, uno in particolare era di Bra come la mia mamma e come lui. E questo signore alla stazione di Alba, cioè poco prima di Bra, è sceso dal treno dalla parte sbagliata ed è stato preso da un altro treno per cui non è mai arrivato, non è mai arrivata a Bra. Questa cosa qui papà te la raccontava spesso. Non so. Io credo di aver di di aver detto tutto. L’orologio ve lo farò vedere un’altra volta. e la piastrina che mio papà ha conservato.
Da un certo punto in avanti scambiava lettere con la famiglia, ma queste lettere non ci sono rimaste, per cui non so non so più niente, penso di avervi raccontato quello che so.
Ah..! Mio papà si è sempre lamentato che la sua esperienza non sia stata mai riconosciuta, mai. Aveva fatto due cose, aveva combattuto contro i tedeschi e non si era mai allineato a quanto gli veniva chiesto, e questo non era mai stato riconosciuto, e per lui è sempre stato un problema. Grazie. Grazie mille.
Pinerolo 12 marzo 2026, Tempio valdese, “IMI – Una scelta di Resistenza”, incontro con Andrea Parodi autore del libro “Il coraggio dell’indignazione”, organizzazione Associazione Culturale Valdese “Ettore Serafino”, intervento di Paolo Chiappero.
Innanzitutto ringrazio Andrea perché è stato uno dei pionieri nel racconto [della storia] degli internati militari, [un tema] che è stato affrontato inizialmente solo con degli studi molto specialistici, quindi conosciuto dagli addetti ai lavori, per pochi, per chi già conosceva la storia.
Per questo io, tra l’altro, mi sono orientato più sulla scrittura di un romanzo che forse cerca di avvicinare, anche senza saperlo consciamente, il lettore alla vicenda degli internati militari [Fuga da Berlino, Mondadori Electa, 2018].
Mio padre [Giacomo] era un soldato di truppa. Era ad Atene, è stato catturato l’8 settembre 1943. Ad Atene era nell’artiglieria, ma l’avevano poi messo a dirigere un carcere militare, venti italiani e sette tedeschi come guardie.
L’8 settembre sente alla radio, perché questo è stato il modo di divulgare un armistizio, sente alla radio che sono diventati nemici dei tedeschi e senza né leggere né scrivere dice “Bah, non lo so”, ha preso i sette tedeschi e li ha incarcerati perché dice “Vabbè, adesso siamo diventati nemici, prima cerchiamo di chiarirci le cose”.
Il giorno dopo, anzi due giorni dopo, arrivò un ordine, non fu una resa spontanea dei soldati italiani, arrivò un ordine dell’alto comando di consegnare le armi ai tedeschi che avrebbero fatto rientrare i soldati italiani in Italia.
Questa è stata la storia, un ordine ancora adesso controverso, sembra che gli alti comandi italiani rinneghino la cosa ma mio padre così me la raccontò, perché mio padre fino qua ha raccontato, poi di qua in avanti, di lì in avanti non ha più raccontato nulla di che cosa è capitato dopo.
Quindi il 10 di settembre era già su un treno e il 15 di settembre, il 16 quello che sarà, era già a Berlino in un nello stalag 3D che era il lager nel quale poi rimase fino praticamente alla fine della guerra, fino a quando è riuscito poi a scappare.
Di tutto quello che è capitato, nulla, a parte qualche piccola battuta. Tra me e mio padre c’erano 50 anni di differenza, quindi io sono molto giovane per essere il figlio di un internato, forse sono tra i più giovani, quindi non non ho, diciamo, che dei piccolissimi accenni o cose sentite mentre parlava ad altri.
Però che cosa è capitato di… anche emozionante sotto certi aspetti? Mio padre muore a 93 anni, celebriamo il suo funerale come come si deve e vengo avvicinato dopo il funerale da un giornalista, uno storico che si è sempre occupato della memorialistica qui in zona, ha raccolto più di 300 interviste. Dice, “Guardi, suo padre mi ha detto che le posso dare la copia dell’intervista che mi ha rilasciato qualche anno fa, e questa è la memorialistica dell’internamento di suo padre .
[…]Allora… Mio padre fu internato in una fabbrica di munizioni a Berlino che, sono andato a cercare i registri, dal giugno del 1944 in avanti fu bombardata ogni giorno, praticamente c’era un bombardamento alleato al giorno. Vi leggo queste dieci righe.
“Dovevo immergere delle munizioni negli acidi affinché si formasse un velo bruno sul ferro per impedire che si arrugginisse. Il fumo che si creava non era respirabile, non avevo maschere, per questo motivo i capelli e la pelle mi diventarono gialli. Fortunatamente non mi ammalai. Su 166 soldati artiglieri che eravamo, sopravvivemmo soltanto in 72. Trovavamo tutti gli altri morti nel letto a causa della fame e del duro lavoro. Lavoravamo 10 ore al giorno fino alle 8:00 di sera. La fabbrica era nel sottosuolo, da una parte si lavorava e dall’altra si dormiva. Non uscivamo mai. Bevevamo solo acqua perché avevamo lo stomaco vuoto. Nel frattempo aspettavamo il misero rancio, cioè una minestra di cavoli, dovevamo metterci in fila per ricevere il cibo. Nella fabbrica c’erano molti prigionieri, francesi, russi e polacchi. Lavoravano anche dei civili tedeschi. Questi ultimi vedevano che noi soffrivamo la fame, perciò ci portavano del pane secco, una patata bollita, ma tutto di nascosto perché era loro proibito. In quel periodo imparammo un po’ la lingua tedesca per poterci salvare. Un giorno, precisamente il 26 aprile del 1944, potemmo scrivere una lettera a casa. Tuttavia dovevamo scrivere le notizie che volevano i tedeschi, cioè che stavamo bene, soprattutto non potevamo scrivere dove lavoravamo”.
È chiaro che di fronte a notizie di questo tipo [nascono] delle riflessioni sulla responsabilità di noi figli per la caduta dell’oblio di questa vicenda. Io non è che non avessi mai avuto la sensazione che mio padre avesse vissuto un’esperienza difficile in Germania, quindi mi chiedo ma perché non gli ho fatto qualche domanda in più o perché non sono andato io a cercare già quando era in vita qualche cosa di più di quello che aveva vissuto papà?
Quindi, secondo me, c’è anche una corresponsabilità nostra, dei figli in questa latenza e questa caduta nel tempo della memoria della vicenda di internati militari italiani.
Tra l’altro io man mano che nella scrittura di un romanzo uno si deve immedesimare nel personaggio, quindi non solo in quello di mio padre, ma anche negli altri, vi assicuro che che già solo immaginare quello che è capitato è stata un’esperienza difficile, cioè e il libro poteva essere anche di 450 pagine, non ci vuole tanta fantasia a capire che cosa poteva capitare in un lager, però io non sono riuscito a scriverne più di 250, non ce la facevo più.
Immaginare di svegliarmi la mattina alle 6:00 , di mettermi in piedi in un cortile ed essere sottoposto a un appello in tedesco, chiamati per numero tra l’altro esclusivamente per iniziare a vessare, voglio dire senza nessun motivo, e poi andare a lavorare in un interrato, non vedere la luce del sole…
Alla fine alla fine ho detto scriviamo qualcos’altro, vediamo… E infatti [il romanzo] racconta solo del fatto che poi mio padre riuscì in qualche modo a tornare a casa qualche giorno prima, tra l’altro, neanche così tanto prima, perché tra l’altro mio padre era prigioniero con i russi.
Io sono mi sono dato questa spiegazione. I russi i gli internati militari liberati dai russi, i primi sono tornati a casa nel 1948. Eh..! Si sono fatti altri 3 anni di gulag in Russia, perché i russi chiaramente han detto “Ma voi vorrete mica tornare a casa che siete passati dalle nostre parti, avete fatto quello che dovevate fare coi tedeschi”.
I primi nel 1948, gli ultimi nel 1954 e tra l’altro un deputato del Partito Comunista Italiano nel 1946 ne visitò uno, si fece montare un palco in uno di questi gulag pieno di internati militari italiani e gli ha detto: “Voi vi meritate di stare qua almeno altri due annetti”. E così è stato. Sono tornati a casa nel 1948. non mi ricordo neanche più come si chiama il il deputato.
E tra l’altro ci fu addirittura un processo per delazione per i primi internati che tornando in Italia han incominciato a raccontare che i russi non è che li avessero trattati così bene, voglio dire, e quindi li denunciarono pure per delazione, ci fu anche un processo ai primi internati che incominciavano a denunciare anche qualche cosa che non aveva funzionato.
Quindi è veramente una storia complicata. Io, nell mio piccolo romanzo, chiamiamolo così, ho provato a raccontare la vicenda un po’ più nella sua estensione emotiva, ecco, e non solo ho cercato poi di avvicinare un po’ non solo la vicenda di mio padre, ma un po’ quella generale, un po’ di tutti, ecco, quindi non non è proprio solo la storia di mio padre, ho preso tanto dai racconti di altri internati e ne ho fatto un po’ un summa, ecco, una media.
Mi aveva colpito molto l’intervista di un ex internato che aveva detto “Io mi sono convinto di essere ritornato un uomo libero” e qui stava già parlando di una quindicina, se non di una ventina d’anni dopo il ritorno dall’internamento, “quando ho visto una farfalla e non mi è venuto l’istinto di mangiarla.”
Ecco, questo è è stato uno dei racconti che mi ha più di più impressionato di che cosa poteva essere.
E l’ultima cosa è il contributo di mia madre. Mia madre non mi ha detto anche lei nulla di che cosa avesse vissuto mio padre, non so se perché non sapesse nulla, però mi ha detto solo che mio papà non ha dormito una volta in vita sua tranquillo. Cioè, quindi di fondo, di giorno con gli occhi aperti e con la volontà e con la capacità di prevalere rispetto ai ricordi, bene, ma di notte soccombi ai ricordi.
“Papà non ha mai dormito una volta tranquillo.” Questo è quanto posso che posso trasferire. Mio padre, come dicevo, era soldato di truppa, quindi aveva subito il trattamento sotto l’aspetto dell’internamento, forse peggiore. Non so quanto, e su questo poi con Andrea bisognerebbe poi parlarne, quanto veramente fossero poi stati al di là di una primissima fase, no, di interrogatori e di cose, quanto poi nel tempo avessero poi continuato a chiedergli se aderire o no, quanto tempo è durato questo momento, perché poi a un certo punto si sono convinti che non avrebbero mai aderito, quindi non glielo chiedevano più e li lasciavano solo più lavorare.
Ecco, credo. Grazie mille. Grazie.
Pinerolo 12 marzo 2026, Tempio valdese, “IMI – Una scelta di Resistenza”, incontro con Andrea Parodi autore del libro “Il coraggio dell’indignazione”, organizzazione Associazione Culturale Valdese “Ettore Serafino”, intervento di Anna Bosio.
Sarebbe molto interessante sapere quanti tra quelli che hanno optato sono poi entrati nei partigiani. Mio padre [Attilio] è stato fatto prigioniero in Montenegro, quando ha dovuto arrendersi con la sua squadra ai nazisti, aveva pensato, aveva già architettato di fuggire quando il treno fosse arrivato nei pressi di Zagabria.
Poi invece non ce l’ha fatta, è stato in tre campi e poi ha optato. Quando è arrivato a Milano ha mandato la prima cartolina a mia madre; quando è arrivato a Rapallo, il giorno stesso alle 17 con la sua squadra è scappato, ha disertato ed è andato sulle montagne.
Ha camminato tutta la notte, ha incrociato i partigiani, si è vestito da contadino ed è venuto a piedi.
Mio padre faceva l’esploratore, come specializzazione, oltre che essere nella squadra degli sciatori, e quindi ha saputo orientarsi molto bene ed è arrivato in Piemonte a piedi.
E’ arrivato a Pinerolo, non è andato dai suoi genitori che abitavano vicino alla stazione, quindi un posto pericoloso; è andato a cercare mia madre, che non era ancora sua moglie, che abitava in collina e mia madre con sua sorella che conosceva i partigiani l’ha portato a Pramollo, è stata una cosa rapidissima.
Nell’agosto del ‘44, il 26 agosto è stato ferito sulle montagne di Pramollo.
Volevo sapere quanti tra quelli che hanno optato hanno poi disertato. Mio padre addirittura aveva ottenuto un trasferimento in un campo più vicino alla Svizzera, perché in Svizzera c’era una zia, aveva scritto a mia madre nominando spesso questa zia Alexandrine, per farle capire che cercava in ogni modo di scappare. Mio padre, chi l’ha conosciuto sa che era un tipo molto dinamico, era anche molto giovane. Bisogna pensare che si era arruolato a 18 anni, è entrato nei partigiani che ne aveva 25.
In copertina, il tesserino dello Stalag 3D rilasciato a Giacomo Chiappero, I.M.I. 03121


