Di Ilda Arnoulet si conosce una testimonianza sulla battaglia di Pontevecchio che non è come le altre. Ilda, che fu staffetta della 105ª Garibaldi, è una testimone piuttosto ai margini dei fatti, ma il suo racconto è tanto vivido da avere ispirato l’autore del testo della canzone La battaglia di Pontevecchio, Raffaele Cile (ne abbiamo parlato qui).

La canzone infatti racconta la battaglia con gli occhi di Ilda, segue lo sviluppo narrativo della testimonianza fin dalle prime parole: “Il 21 marzo del ’44… con le compagne Ilda quel mattino lavorava alla filiera”.

La testimonianza è riportata in un libro pubblicato a ridosso del 40° anniversario della battaglia a cura del Comitato promotore delle celebrazioni. Eccone il testo.

Era la mattina del 21 marzo 1944, mi recavo come di solito al mio lavoro, ero operaia presso la Filatura Turati, Lusernetta, al ponte di Pietra.

Tutto pareva normale, malgrado i tempi duri che si vivevano, sotto la continua pressione dei tedeschi e dei fascisti. Ma purtroppo, dopo poche ore di lavoro, cioè verso le 10, il nostro superiore ci faceva uscire tutti dallo stabilimento dicendoci che c’era in corso un grosso rastrellamento nella zona. Così riuscimmo tutti a raggiungere le nostre case malgrado i vari posti di blocco.

Strada facendo si sentivano forti spari di mitragliatrici e di fucili che non parevano tanto lontani. Ero molto preoccupata perché avevo capito dove si sparava, cioè verso la Ca’ Roussa, nei pressi della Maddalena, e su verso il Pontevecchio, zona dei nostri garibaldini.

Finalmente raggiunsi la mia abitazione, che era in Luserna Alta. Passarono diverse ore, sempre con tanta trepidazione. Poi venne la notte.

Intanto si erano sparati colpi a non finire, per cui non riuscii a prendere sonno quella notte, e fu molto lungo.

All’indomani seppi che i tedeschi e i fascisti si erano ritirati, lasciando però dei morti dalla parte dei garibaldini. Sentii così bisogno di spingermi sul posto della battaglia e arrivata nelle vicinanze della Ca’ Roussa, trovai il bravo Biasin con il commissario Mario e da loro seppi che cinque garibaldini erano stati colpiti a morte.

Uno di questi era Augusto Ferrero, chiamato Ulisse come nome di battaglia. Dopo averlo barbaramente ucciso la cosa non bastava ancora, per cui lo presero e lo buttarono giù dalle rocce di Pontevecchio, che sono parecchio alte. Cadendo, rimase pigliato tra i rami degli alberi.

Una cosa impressionante e terribile, da non dimenticare mai, e lì è rimasto appeso parecchi giorni perché era quasi impossibile andarlo a raggiungere. Poi altri quattro furono i morti, di cui due furono raccolti sulla strada che da San Marco porta a Pontevecchio: giovani sui vent’anni, valenti garibaldini.

Così ebbi l’occasione di adoperarmi con coraggio, perché mi trovavo sul posto, per comporli nella cappella che si trovava in Regione San Marco, a Luserna, dove in seguito vennero eseguiti i funerali.

Ed ecco la lettura che della testimonianza di Ilda Arnoulet fece un altro Arnoulet, Marco, pronipote di suo cugino Frank Arnoulet, il partigiano “Porcellino” della V GL. Marco è poco più che un ragazzo, è il 25 aprile del 1994, siamo a Villa Olanda a Torre Pellice, alcuni collaboratori di Radio Beckwith Evangelica, tra i quali lo stesso Marco, hanno organizzato una serata per celebrare la ricorrenza.

Nel corso di quella stessa serata un quarto Arnoulet, Carletto, nipote di Frank e papà di Marco, cantò la canzone della battaglia accompagnato dalla fisarmonica dell’amico Lelio Cavallini, partigiano pure lui ma in un’altra valle, quella di Lanzo, nelle file della 77ª Brigata Garibaldi.

Era solo la terza volta che la canzone veniva eseguita in valle, pur essendo dedicata a uno degli episodi che più hanno connotato la resistenza locale. Lo aveva fatto, il 25 aprile del 1985 a Luserna, per il quarantennale della Liberazione, la Corale Le Tre Valli di Saluzzo che aveva eseguito la registrazione del disco ufficiale, e dieci anni dopo, al cinema Trento di Torre Pellice lo aveva fatto il coro L’Eco d’la Tor di Savigliano nel corso di una rassegna di canto popolare organizzata dal CAI Val Pellice.

Ed era la prima volta che la canzone veniva cantata e suonata da un valligiano: a dispetto del fatto che fosse stata inserita in una rassegna di canto popolare, ben pochi in valle la conoscevano e nessun locale l’aveva cantata prima di Carletto. Lui l’aveva imparata dall’amico Marco Chiappero, che insegnava musica a Luserna e dirigeva la corale Le Tre Valli: una storia tra familiari, tra amici e tra compagni partigiani.