Si direbbero foto non riuscite, ma…
Tra le fotografie che Sergio Benecchio fornì a Bianchi e Falco ai tempi della redazione dei Quaderni, ve ne sono tre che per quel che sappiamo non sono mai state riprodotte, sono un inedito. E questo, nonostante siano state scattate nel giorno più simbolico di tutta la Resistenza e la guerra di Liberazione, se non addirittura di tutta la seconda guerra mondiale in questa nostra piccola parte di mondo, a Torino. Ovvero il 6 maggio del 1945, giorno delle celebrazioni in Piazza Vittorio.
Di quella giornata sono note decine e decine di cliché; tutti i fotografi si mobilitarono, ben consapevoli non solo dell’importanza del momento storico, ma del desiderio di chi aveva combattuto di “immortalarsi”, di documentare la sua presenza e di ricordare, un giorno… Se non altro per la gioia di esserci arrivato, a quel giorno, di essere sopravvissuto.
Ecco le tre fotografie.
Ritraggono tutt’e tre formazioni garibaldine, appartenenti a quella che prima della formazione del Corpo Volontari della Libertà era la 105ª Brigata Garibaldi “Carlo Pisacane”. Nella prima fotografia riconosciamo Vittorio Rostan, primo a sinistra in prima fila; nella seconda Pompeo Colajanni “Barbato”, secondo a sinistra e Isacco Nahoum “Milan”, secondo a destra.
Siamo in una Piazza Vittorio che porta ben visibili i danni subiti nel corso della guerra: intonaci anneriti dagli incendi, muri scrostati e bucati dai proiettili, cornicioni divelti. I partigiani hanno tutt’altro che l’aria marziale e fiera che gli conosciamo in altre fotografie. Lo stesso Barbato, che in altre pose in quello stesso giorno ha rappresentato a perfezione sé stesso, comandante, e l’occasione, la vittoria, appare irrigidito sull’attenti, fuori posto o fuori momento in un contesto che appare molto rilassato, e la sua modesta statura, che mai si sospetterebbe in altre fotografie, ne acquista risalto. Anche la fotografia del drappello con la bandiera, che dovrebbe segnare la solennità di un momento, ha un che di funereo, forse per via della totale assenza di luci e ombre.
In definitiva, delle fotografie “non riuscite”, non utili a rappresentare degnamente l’occasione e i suoi protagonisti: questo sembra essere stato il giudizio di chi le ha avute tra le mani, giudizio che ha segnato la loro sorte.
Non fosse che, per farci capire le circostanze, una foto non riuscita, atteso che sia un minimo “visibile”, vale molto di più di una foto riuscita. E quindi, lasciatecelo dire: queste tre fotografie, nella loro inadeguatezza a rappresentare quella retorica resistenziale che è una costruzione essenzialmente post-bellica, ci sembrano invece rappresentare qualcosa di più vicino a quella che potrebbe essere stata la realtà.
Qui la raccolta completa, fondo “Le fotografie dei Quaderni sulla Resistenza in Val Pellice”.





