di Alessandro Calleri*
Di fronte alla complessità del nostro presente, la memoria della lotta di Liberazione rischia di subire i colpi del revisionismo storico. Per capire cosa fu e che significò quella scelta, oggi più che mai, ci viene in aiuto la lezione umana ed etica di Italo Calvino.
Ventenne, nell’aspro inverno tra il 1944 e il 1945, Calvino scelse di salire sui monti del Ponente ligure, combattendo nelle Brigate Garibaldi con il nome di battaglia “Santiago”. Quell’esperienza non fu per lui un semplice capitolo di gioventù, ma l’evento caratterizzante della sua intera esistenza. Dal freddo, da quella paura e da quella straordinaria spinta collettiva nacque lo scrittore che tutti conosciamo.
Il più grande merito del Calvino partigiano e scrittore è stato il totale rifiuto della pomposa retorica che primeggiava nel racconto delle storie partigiane. Nel suo capolavoro, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Calvino non dipinge la Resistenza con i tratti del mito o del fenomeno idealizzato. Sceglie invece lo sguardo di Pin, un bambino di vicolo, e popola il suo racconto di figure marginali, imperfette e piene di difetti.
Calvino sapeva che la retorica e le grandi imprese mitologiche non esistono nella brutalità della guerra. I suoi partigiani non sono santi, ma persone reali che, nel momento decisivo, hanno saputo compiere la scelta giusta.
Ne Il sentiero dei nidi di ragno, per bocca del commissario Kim, Calvino consegna una delle riflessioni politiche più lucide e attuali di tutto il Novecento. Kim riconosce che sia i partigiani sia i fascisti sparano, soffrono e muoiono nello stesso modo, ma traccia tra di loro un confine di demarcazione morale insuperabile: «C’è la storia in quei gesti, l’orgoglio di una storia passata e la certezza di una storia futura, la libertà dai vecchi padroni e la patria ritrovata. Da noi, niente repulsa per l’uomo, ma amore, per l’uomo che c’è sotto e per quello che deve nascere… Da loro l’odio, il disprezzo profondo per chi è sotto, la disperazione di non valere nulla se non c’è un padrone che li comandi…»
È questo il centro della lezione calviniana: la violenza fascista era finalizzata a incentivare la schiavitù, il privilegio e l’oppressione; la lotta partigiana, pur nella sua imperfezione fisiologica, era mossa da un sentimento di riscatto umano, dalla volontà di costruire un futuro di uguali e di liberi.
In un mondo che tende a dimenticare e a riscrivere la storia per un puro motivo ideologico, Calvino ci insegna a guardare la realtà senza filtri e proclami retorici, mettendo come capisaldi del pensiero democratico i valori della Costituzione e della Resistenza. L’Italia democratica non è stata costruita da santi ma da uomini e donne che hanno saputo scegliere la parte giusta della storia perseguendo l’ideale della libertà per loro e per le generazioni future.
* Alessandro (Càlleri, con l’accento sulla a) ha 17 anni, fa il quarto anno di liceo ed è probabile che finisca per studiare storia. In questa rubrica ci mette a parte di quelle che abbiamo deciso di chiamare le sue riflessioni.


