di Alessandro Calleri*
Nel racconto della lotta di Liberazione, la retorica ha spesso teso a scolpire le figure dei partigiani nel marmo, trasformandoli in eroi senza macchia e senza esitazioni, guidati unicamente dall’amor di patria. Ma la storia, quella vera, è fatta di sangue e, soprattutto, di giovinezza. Nessuno ha saputo restituire questa verità profonda come Beppe Fenoglio nel suo capolavoro, Una questione privata.
Al centro del romanzo c’è Milton, un giovane partigiano che si muove nelle Langhe martoriate dalla pioggia. La sua non è una marcia trionfale; è una corsa disperata dettata da un dubbio d’amore. Ha scoperto che Fulvia, la ragazza amata prima della guerra, potrebbe aver avuto una relazione con il suo migliore amico, Giorgio, anch’egli partigiano, ora catturato dai fascisti. Da quel momento, la ricerca di un prigioniero da scambiare per salvare Giorgio – e scoprire la verità – diventa per Milton l’unica cosa che conta. La “questione privata” si sovrappone e fagocita la guerra civile.
La genialità di Fenoglio non sta nel considerare la gelosia di Milton come una distrazione dalla guerra, ma nel mostrare come il dramma sentimentale e il conflitto civile siano collegati. Il dubbio che logora Milton non è un capriccio romantico: è il riflesso intimo del caos che ha inghiottito l’intera nazione dopo l’8 settembre.
In un mondo in cui ogni certezza è crollata e tutto è relativo , in cui gli amici di ieri sono i nemici di oggi e le Langhe sono diventate un teatro di morte, Milton cerca disperatamente un punto fermo. Quel punto fermo era il ricordo idilliaco della villa di Fulvia e dei pomeriggi passati insieme. Scoprire che anche quel passato è ambiguo, che anche la memoria è minata dal dubbio, fa crollare l’ultimo rifugio psicologico del protagonista. La sua caccia a un prigioniero fascista diventa così un tentativo disperato di rimettere ordine nel mondo, di trovare una verità assoluta in un’epoca che ha azzerato ogni certezza.
La storia di Milton ci ricorda che dietro ogni grande scelta collettiva – che sia l’antifascismo ieri o la difesa di un mondo che sta andando in rovina oggi – ci sono persone reali, fragili, piene di dubbi e contraddizioni. Difendere la memoria della Resistenza non significa mitizzare il passato, ma comprendere che i cambiamenti storici non li fanno i supereroi perfetti, ma i cittadini comuni, con tutte le loro imperfezioni, sentimenti, dubbi, incertezze e paure.
Ricordare prima di tutto la loro umanità serve a noi, oggi, come stimolo e monito per continuare la loro lotta contro le ingiustizie dei nostri tempi. La scossa decisiva deve arrivare proprio dai giovani: a loro spetta il compito di farsi carico di questa responsabilità, raccogliendo il testimone di Milton per continuare a lottare, ieri come oggi, per un mondo migliore.
* Alessandro (Càlleri, con l’accento sulla a) ha 17 anni, fa il quarto anno di liceo ed è probabile che finisca per studiare storia. In questa rubrica ci mette a parte di quelle che abbiamo deciso di chiamare le sue riflessioni.


