Di Sandro Delmastro, che per una breve stagione fu partigiano in Val Pellice, parleremo forse un giorno questa estate, durante una salita ai Sap insieme a Roberta Mori che di recente gli ha dedicato un libro: “Svegliarsi adulti. Sandro Delmastro, partigiano e amico di Primo Levi”, Einaudi editore (qui) .

Torinese, alpinista e ufficiale di Marina, dopo l’8 settembre 1943 Sandro Delmastro lasciò La Spezia per riparare in val di Lanzo e successivamente ai Sap in valle Angrogna, dove assunse il comando del gruppo che vi si era andato formando tramite il reclutamento che faceva capo al Bar d’Italia di Torre Pellice. Lì incrociò Paolo Gobetti che lo presenterà poi alla madre Ada, a Torino.

Ben presto lasciò il comando della squadra dei Sap a un altro torinese, Alberto Salmoni, e tornò in città dove lavorò insieme alla fidanzata Ester Valabrega alla organizzazione delle squadre cittadine di Giustizia e Libertà.

Fu catturato il 5 aprile del ‘44: quando il 2 aprile a Torino tutto il CLN piemontese cadde nelle mani dei nazifascisti, Sandro, troppo esposto, si consultò con l’amico Salmoni appena rientrato dai Sap e decise di lasciare la città per rifugiarsi temporaneamente in montagna, nel cuneese.

Fermato a Borgo San Dalmazzo da una pattuglia della “Muti” e trovato in possesso di documenti sospetti, fu tradotto a Cuneo. Fu ucciso durante un tentativo di fuga “da un mostruoso carnefice bambino”, come ebbe a definirlo Primo Levi, suo grande amico e compagno di cordate.

Di lui sono rimaste tracce indelebili grazie anche a quanto ne hanno scritto Nuto Revelli, Dante Livio Bianco, Ada Gobetti e soprattutto Primo Levi. Da lui, dalla sua guida alle scalate in montagna, lo scrittore apprese la resistenza alle privazioni e allo stress che gli avrebbe poi permesso di sopravvivere al lager.

A Ester, la fidanzata che Sandro non poteva sposare per via delle leggi razziali, che ebbe a subire la prigione poco tempo dopo la cattura e la morte di Sandro ma che fu liberata per via di uno scambio di prigionieri, il Polo del ‘900 dedica una mostra (qui).

Di Sandro resta indimenticabile il ritratto che Primo Levi tracciò nel racconto “Ferro”.

La facile cresta doveva essere facile, anzi elementare, d’estate, ma noi la trovammo in condizioni scomode. La roccia era bagnata sul versante al sole, e coperta di vetrato nero su quello in ombra; fra uno spuntone e l’altro c’erano sacche di neve fradicia dove si affondava fino alla cintura. Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda ad un’ilarità sinistra che io trovavo irritante.

– E per scendere?

– Per scendere vedremo, – rispose; ed aggiunse misteriosamente: – il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -.

Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte che trovammo lunga. Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il poco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l’uno contro l’altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora; il vento soffiava sempre, c’era sempre uno spettro di luna, sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale.

Ci eravamo tolti le scarpe, come descritto nei libri di Lammer cari a Sandro, e tenevamo i piedi nei sacchi; alla prima luce funerea, ci levammo con le membra intormentite e gli occhi spiritati per la veglia, la fame e la durezza del giaciglio: e trovammo le scarpe talmente gelate che suonavano come campane, e per infilarle dovemmo covarle come fanno le galline.

Ma tornammo a valle con i nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: ed ora che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino. Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella e in altre imprese insensate solo in apparenza, e so con certezza che queste mi hanno servito più tardi.

Non hanno servito a lui, o non a lungo. Sandro era Sandro Delmastro, il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione. Dopo pochi mesi di tensione estrema, nell’aprile del 1944 fu catturato dai fascisti, non si arrese e tentò la fuga dalla Casa Littoria di Cuneo. Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quelli sciagurati sgherri di quindici anni che la Repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori. Il suo corpo rimase a lungo abbandonato in mezzo al viale, perché i fascisti avevano vietato alla popolazione di dargli sepoltura.

Oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta: un uomo come Sandro in specie. Non era un uomo da raccontare né da fargli monumenti, lui che dei monumenti rideva: stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto.”

(Da “Il sistema periodico” di Primo Levi)