Se prima del 1940 avessimo detto di qualcuno che era partigiano, avremmo inteso dire che quel tale era di parte, che parteggiava per una determinata idea. Di quella persona avremmo anche potuto dire che era partigianissimo o partigianetto a seconda della intensità della sua propensione a comportarsi partigianamente, per l’appunto, e saremmo anche potuti arrivare a dire che era partigianaccio, nel caso in cui questa sua propensione fosse arrivata a un livello insopportabile.
Se avessimo detto invece la stessa cosa subito dopo la guerra, avremmo inteso dire che quel tale aveva fatto la Resistenza, aveva cioè fatto la guerra nelle formazioni irregolari armate che hanno agito in territorio invaso dai tedeschi o sotto il controllo dei fascisti esercitando azioni di disturbo o di guerriglia.
A cambiare la nostra lingua (e tante altre cose… ) è stata la guerra, ma non la guerra in quanto tale, ma la guerra per come si è caratterizzata in buona parte dell’Europa: guerra di occupazione da una parte e di liberazione dall’altra, con quella nuova forma di scontro militare che è passata sotto il nome di Resistenza.
Prima della guerra la parola partigiano, inteso come combattente contro l’occupazione e l’oppressione, non era ancora stata pensata, non era stata inventata; o meglio, non si erano ancora create nella realtà le condizioni che rendessero necessario esprimere quel concetto. Durante la guerra si sono create le condizioni che hanno portato a dare alla parola partigiano quel particolare significato, diventato più corrente rispetto al precedente: ormai, volendo dire di qualcuno che ha uno spirito di parte, per evitare equivoci faremmo meglio a dire che è fazioso, piuttosto che partigiano.
Anche se, bisogna dire, visto il tempo che è passato, ormai è rarissimo poter dire di qualcuno che “è” partigiano nel senso che ha fatto la Resistenza: lo possiamo ancora dire di Giulietto Giordano, di Maria Airaudo e di pochissimi altri ultracentenari. Ma in ogni caso persiste un certo rischio di confusione: magari in un futuro non lontano la parola partigiano inteso come combattente sarà associata a verbi coniugati al passato (“era partigiano”, “fu partigiano”) mentre la stessa parola associata a verbi coniugati al tempo presente vorrà dire che quella persona è di parte. E’ probabile ma chissà…
La stessa cosa è successa in Jugoslavia e in Polonia, dove le medesime condizioni hanno portato alla formazione di parole dalla medesima radice part- (i partizan jugoslavi e i partyzanci polacchi). Altrove invece si sono create parole da radici diverse, come in Francia, dove partisan può ben essere una persona che ha fatto la guerra contro i nazisti e il regime di Vichy, ma se volessimo essere precisi faremmo meglio a dire che è un maquisard: da maquis, alla macchia.
Da questa nuova parola, partigiano, abbiamo fatto derivare un’altra nuova parola: partigianata. La partigianata prima della seconda guerra mondiale era un colpo di partigiana, una specie di lancia medievale il cui nome però non deriva dalla radice part- di parte, ma dal francese pertuser, bucare; dopo la guerra partigiana, per l’appunto, la partigianata può anche essere una azione tipica del modo di combattere dei partigiani, una azione di guerriglia.
Un caso a parte è la parola derivata “partigianato”, che indicherebbe l’insieme dei partigiani: di quest’ultimo derivato non troveremmo traccia nei vocabolari, ma abbiamo una autorevole attestazione nella “Banca dati del partigianato” piemontese e meridionale dell’Istituto piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti” (qui).
Ma come e quando con esattezza la parola partigiano ha assunto il suo nuovo significato?
Tullio De Mauro ci dice che fu Pietro Nenni a metterci lo zampino… Francesca Vian, dalle pagine del sito della Fondazione Pietro Nenni, ci spiega come fu.
In copertina: Ritratto partigiano di Adriana Filippi. Affiliata alla Banda di Boves di Ignazio Vian, l’autrice, che il settimanale Patria Indipendente definisce “l’unica war artist della lotta di Liberazione”, ha contribuito forse come pochi altri a caricare di simboli e significati la parola partigiano; anche se non si può dire che abbia contributo al suo formarsi dato che era costretta a nascondere i suoi ritratti mentre la parola entrava nell’uso corrente. Qui l’articolo di Patria Indipendente a lei dedicato.


